Escursionista © PixabayEsistono montagne dalle pareti imponenti, dove corde resistenti, chiodi ben inseriti o ramponi stretti agli scarponi non bastano all’alpinista per rimanere aggrappato. Luoghi in cui resistere “con le unghie e con i denti” smette di essere una semplice espressione e diventa esperienza concreta.
L’interlocutore in questione, la montagna, è lunatica, non regala niente, non concede tregua, il suo umore altalenante non permette all’avventore di turno di poterla conoscere fino in fondo. Ad ogni metro cambia, la sua voce che si fa sempre più forte riecheggia nella valle, penetrando fin sotto gli strati più impermeabile e resistenti di chi si trova lì.
Affrontare la montagna significa misurarsi con un ambiente suggestivo ma imprevedibile; che si tratti di una semplice escursione per rifugi in quota fino alla più verticale delle pareti nord o la più affilata delle creste, per chi vive questo tipo di ambiente, ognuna di queste sfide, assume spesso il valore di stella polare. Una direzione da seguire anche quando la fatica aumenta e le condizioni mutano. L’uomo di montagna conosce gli imprevisti della roccia alla quale affiderà il suo destino, un tiro di corda dopo l’altro, tentando di raggiungere l’obiettivo prefissato; raggiungere quell’orizzonte, significa confrontarsi con la verticalità e le difficoltà che la montagna può presentare, spingendo al limite non solo la forza del fisico e quella della mente ma anche e soprattutto quella dell’attrezzatura e ciò che ha indosso.
La montagna richiede adattamento e tra appoggi precari e altezze vertiginose, la protezione del fisico, l’anticipazione del rischio e la gestione dell’imprevisto diventano variabili di fondamentale importanza. In questo equilibrio sottile tra uomo e ambiente, l’abbigliamento ha sempre svolto un ruolo decisivo. Non solo ha reso tecnicamente praticabili ascensioni che un tempo apparivano proibitive, ma ha anche difeso il corpo dal freddo, dal vento e dagli infortuni.
La storia dell’alpinismo è dunque anche la storia di ciò che gli alpinisti hanno indossato per spingersi più in alto.
Tra la lana pesante di Walter Bonatti e i tessuti tecnici dell’alpinismo contemporaneo scorrono decenni di innovazioni. Materiali impermeabili, fibre termiche, capi sempre più leggeri e protettivi, eppure, davanti alla montagna, questa evoluzione racconta solo una parte della storia. Perché se l’abbigliamento ha trasformato il comfort e ridotto alcuni rischi, non ha modificato la natura dell’ascesa né il richiamo che continua a spingere a partire. Affrontare la quota significa ancora oggi confrontarsi con un ambiente tanto affascinante quanto incerto, dove ogni metro richiede attenzione, giudizio e capacità di adattamento. Non sorprende, quindi, che ogni generazione si sia interrogata su cosa indossare per affrontare il freddo, difendersi dal vento o dalla pioggia e rendere gestibile l’imprevisto.
Da Bonatti a oggi, l'evoluzione dell'abbigliamento
Quando Bonatti saliva le grandi pareti, stringeva addosso camicie a quadri di flanella, maglioni e maglie di lana, che trattenevano l’umidità più che il calore. L’eleganza veniva portata sino in vetta sebbene i capi fossero pesanti. Il velluto, la lana cotta, la canapa ed il fustagno, spesso inadatti a quelle condizioni, talvolta anche estreme, imponevano un prezzo in termini di libertà di movimento, peso e dunque dispendio energetico. L’alpinismo di quegli anni era, anche per questo, una scuola di resistenza e resilienza. Agli alpinisti della sua generazione la montagna richiedeva forza fisica, tempra, sopportazione e una straordinaria determinazione. La protezione era limitata, e proprio per questo il margine tra controllo e vulnerabilità appariva sottilissimo.
Negli anni Settanta l’alpinismo attraversò una fase di profondo rinnovamento. L’introduzione delle fibre sintetiche e di capi più funzionali rese possibile alleggerire l’equipaggiamento, migliorare la mobilità e affrontare la montagna con un approccio più essenziale. Non si trattò soltanto di un progresso tecnico, ma di un cambiamento culturale. Si passò gradualmente da spedizioni pesanti e d’assedio a uno stile più rapido, autonomo e consapevole, in cui la leggerezza iniziò a essere considerata anche una forma di sicurezza.
In questo contesto, Reinhold Messner rappresentò una delle espressioni più significative della sua generazione, contribuendo a diffondere un modo diverso di pensare la salita. L’adozione di nuovi materiali, accanto all’uso ancora diffuso di fibre naturali, rifletteva la ricerca di un equilibrio tra protezione, praticità e libertà di movimento.
Tra le innovazioni più rilevanti emerse l’attenzione al sistema degli strati, utile per gestire la temperatura corporea in condizioni variabili. I capi divennero progressivamente più tecnici, resistenti e versatili; le calzature più strutturate per affrontare terreni complessi e l’equipaggiamento termico più efficiente, come i piumini utilizzati durante la prima ascensione senza ossigeno dell’Monte Everest nel 1978. Queste trasformazioni non riguardarono solo singoli protagonisti, ma segnarono un passaggio generazionale più ampio, destinato a influenzare in modo duraturo l’evoluzione dell’alpinismo moderno.
Oggi alpinisti come Hervé Barmasse, Simone Moro e Nirmal Purja si muovono in un contesto profondamente diverso rispetto al passato. Membrane impermeabili e traspiranti, sistemi di stratificazione evoluti, imbottiture ad alta efficienza e tessuti elasticizzati consentono una precisione e una rapidità un tempo impensabili. L’abbigliamento accompagna i movimenti del corpo, regola la temperatura e protegge senza appesantire, oggi la tecnologia non elimina il rischio ma permette di affrontarlo con una consapevolezza nuova. Eppure, mentre l’equipaggiamento continua a evolversi, la montagna resta una misura immutabile. I materiali aumentano l’efficienza, attenuano l’impatto del freddo e offrono un margine di sicurezza in più, ma non cancellano l’incertezza né rendono la vetta meno esigente. Vestiti diversi, stessa vetta.
Oggi… e domani
In questa distanza — tra progresso tecnico e permanenza dell’altitudine — si può leggere una parte essenziale della storia dell’alpinismo nella quale cambiano i vestiti, cambiano gli strumenti, ma rimane intatto il gesto primordiale del salire, quell’attrazione silenziosa verso l’alto che continua a guidare generazioni di alpinisti.
Oggi, tuttavia, un ulteriore fattore impone una riflessione. Il cambiamento climatico, sempre più rapido e severo, sta trasformando il paesaggio alpino in modo radicale e condizioni meno prevedibili richiedono un vero cambio di paradigma, capace di influenzare abitudini, scelte progettuali e visioni future. Aziende e sportivi sono chiamati ad aprirsi a nuove frontiere, perché non esiste ambito del settore outdoor che non sia coinvolto da questa trasformazione.
In questo scenario, ogni dettaglio progettuale, dalla resistenza degli elementi tecnici alla leggerezza degli strati, diventa parte integrante dell’esperienza della salita, sostenendo il movimento e favorendo gesti più precisi e sicuri. Camminare lungo creste e pendii innevati resta così un’esperienza intensa, fatta di sforzo, concentrazione e meraviglia. Passo dopo passo, la vetta non rappresenta soltanto un traguardo conquistato, ma il simbolo tangibile dell’incontro tra l’ingegno umano e la grandezza della montagna. L’abbigliamento è cambiato, continuerà a cambiare, e con esso il modo di vivere l’alta quota. Ma ciò che davvero attraversa il tempo è il dialogo tra l’uomo e l’ambiente: un equilibrio fragile, oggi più che mai da preservare, in cui innovazione e responsabilità devono procedere insieme Perché se la tecnica permette di andare più lontano, è il rispetto per la montagna che renderà possibile continuare a farlo anche in futuro — proprio come quando si sale vestendosi “a cipolla”: è nell’equilibrio tra gli strati che si costruisce la protezione più autentica, fatta non solo di materiali, ma anche di esperienza, consapevolezza e rispetto.