Grandi carnivori e crisi dell’economia alpina

"È uscito qualche giorno fa un articolo sul sito della SAT, come Cai-Grandi Carnivori appoggiamo e condividiamo la visione proposta"

Un’immagine delle terre alte © SAT

«È uscito qualche giorno fa, sui giornali e sul sito di riferimento della SAT un interessante articolo, come Cai-Grandi Carnivori appoggiamo e condividiamo la visione e l’impostazione proposta”, afferma Davide Berton. E’ oggi più che mai fondamentale e necessario confrontarsi, senza strumentalizzazioni, con lucidità e realismo sui temi dei grandi carnivori, purtroppo sempre più utilizzati per articoli, editoriali e discussioni che non pongono la questione partendo dai dati di fatto e da analisi corrette, coerenti e lungimiranti», continua.

Di seguito condividiamo l’articolo pubblicato sul sito della Società Alpinisti Tridentini

Di tanto in tanto compaiono sui giornali atti d’accusa nei confronti dei grandi carnivori, rei secondo gli autori, della causa della crisi socio – economica delle Alpi, con particolare riferimento all’alpicoltura e alla zootecnia. Accuse invero ingenerose, soprattutto quando formulate da esperti conoscitori della complessità antropologica, culturale, storica ed economica alpina, ben consapevoli di come sia difficile attribuire a specie che hanno fatto ritorno sulle Alpi negli ultimi 20 anni, una crisi di settore ben più profonda, iniziata quando i grandi carnivori da tempo non erano già più un problema.

 

Lo sfruttamento delle terre alte © SAT

Luogo di vita sfidante

Le Montagne, le Alpi, sono un luogo di vita sfidante, di fragili equilibri di cui l’uomo è in ampia parte artefice. Non è facile vivere nelle Alpi, non lo è mai stato: le migrazioni di massa verso le Americhe, alla ricerca di migliori condizioni di vita, due conflitti mondiali in trent’anni, di cui il primo le ha trasformate in campo di battaglia, hanno decimato popolazione, risorse e biodiversità, lasciando dietro di se distruzione e condizioni di vita ancora più misere e disperate, boschi depauperati e fauna decimata. In tutto questo, dei grandi carnivori si erano perse le tracce già da almeno un secolo, eliminati da una società contadina in continua epica “lotta con l’alpe”. E poi la crescita economica, (apparentemente) inarrestabile, il boom di una nazione entrata in guerra rurale e contadina e uscita industriale e operaia, ambiziosa di riscatto e desiderosa di modernità.

Una ripresa che, nella Politica Agricola Comunitaria (PAC) ha avuto il principale strumento di investimento per modernizzare e rendere più efficiente la produzione agricola europea con l’obiettivo di sfamare un continente in forte crescita, dopo decenni di distruzione e miseria. Un continente dove i grandi carnivori, estirpati scientemente da tempo, non costituivano certo ostacolo al mutare dell’agricoltura e del paesaggio rurale, dell’organizzazione aziendale verso quel modello padano (e nord-europeo) che pareva la soluzione alla fame della nazione. 

Un modello replicato dalla pianura alle Alpi, che ha portato alla chiusura delle piccole aziende per concentrare animali e superfici in poche aziende maggiormente produttive e più specializzate: le vacche confinate in stalla, selezionate per una vita di reclusione e produzione, nutrite con concentrati e foraggio prodotto altrove, non c’era più motivo di allevare vacche a duplice attitudine, a volte triplice, che fornissero latte, carne e forza lavoro, non era vantaggioso portarle in malga a consumare calorie per alimentarsi. La pastorizia relegata ad attività marginale e secondaria alla zootecnia bovina. La cooperazione, se da un lato sosteneva le comunità locali, dall’altra gettava le basi di quella specializzazione, semplificazione e omogeneizzazione da cui, tutt’ora, fatica a riaversi, avviando nel contempo quella separazione sempre più netta fra intensivizzazione delle aree più produttive e abbandono di quelle marginali.

Scelte insostenibili

Quindi, se di crisi dell’agricoltura e zootecnia alpina si vuole (e si deve) trattare, non si può negare che, ancor prima dei Grandi Carnivori, vi abbiano contribuito proprio quelle scelte strutturali e politiche, strategiche per il dopoguerra, ma col tempo rivelatesi insostenibili per il fragile ecosistema umano e naturale alpino, nonché distruttive per l’alpicoltura tradizionale.
Volendo aprire un confronto sul futuro della zootecnia alpina, non si può esimersi dal criticare una PAC che, al di la delle dichiarazioni di “greening”, maggiore sostenibilità e attenzione alla biodiversità, sulle Alpi continua a finanziare un’agricoltura e una zootecnia ancora troppo specializzate e avulse al fragile contesto alpino, vincolate ad una “condizionalità” troppo blanda per avviare il necessario cambiamento.

Beneficiari che spesso soprassiedono sulle motivazioni alla base di quei “premi” che rendono tuttora economicamente sostenibili l’alpeggio e lo sfalcio: remunerare il maggior impegno di fare agricoltura e zootecnia in contesti limite, di rilevante valore naturalistico, in presenza di difficoltà sconosciute alle aziende di pianura (fra cui specie della Direttiva Habitat quali i Grandi Carnivori). Quella condizionalità che obbligherebbe la moderna alpicoltura a condizioni di maggiore estensività, più simili a quelle tradizionali tecniche colturali che nel passato facevano degli agricoltori dei creatori di biodiversità, custodi e manutentori di paesaggio alpino.

i grandi carnivori © SAT

Semplificazione ideologica

Ricondurre al ritorno dei grandi carnivori la causa della crisi socio-economica rurale alpina è una semplificazione ideologica, una pericolosa mistificazione della realtà, ancora più grave quando espressione di persone ampiamente riconosciute dalla società quali esperti, a maggior ragione quando si esprimono con toni che alimentano più un clima da caccia alle streghe che un aperto e costruttivo confronto sul futuro dello spazio alpino e delle sue comunità viventi, umane e non.

La società alpina non merita strumentalizzazioni o facili soluzioni, necessita invece di un contributo alla comprensione di fenomeni complessi e articolati, economici, sociali, ambientali, di cui il cosiddetto “rewilding” è una delle conseguenze, non certo la causa.

Il paesaggio e la cultura alpine, ancorché straordinariamente ricchi e preziosi (e come tali meritevoli di cura e attenzione), sono il frutto delle contingenze di un’epoca piuttosto che di una consapevole pianificazione: l’armonioso equilibrio di boschi e pascoli, prati e coltivi, è la conseguenza di profonde modificazioni della natura limitate esclusivamente dalla carenza di mezzi e risorse più che dalla consapevolezza del proprio operato. Rifugiarsi nel falso mito di un passato bucolico e pittoresco, di uomini e donne con un innato senso di equilibrio con l’ambiente, è inutile e controproducente: solo da una lucida conoscenza e valutazione di tutti i fattori in gioco è possibile individuare quelle riforme strutturali ormai indispensabili per un settore chiave per le Alpi, quello agricolo e zootecnico, da cui dipende in larga parte la resilienza dell’ecosistema alpino. Resilienza che non è “resistenza” al cambiamento, quanto piuttosto capacità di adattarsi, di innovarsi per trovare nuovi equilibri più coerenti con le condizioni a contorno attuali, di cui fanno ormai parte anche i Grandi Carnivori.

Stiamo assistendo ad un rapido cambiamento della nostra società, in cui le Alpi sono sempre più luogo di divertimento che di produzione e in cui l’economia turistica sta ormai superando quella agricola. Un cambiamento con il quale si sta confrontando anche la SAT, sempre più frequentemente chiamata ad interrogarsi sui nuovi frequentatori della montagna, “neo-montanari” che oggettivamente rischiano più spesso di finire caricati da una vacca che sbranati da un lupo o da un orso, il cui ritorno è conseguenza delle mutate condizioni socio-economiche alpine e non causa.