In ricordo di Giacomo Traverso

Scomparso lo scorso 30 ottobre, è stato un alpinista affermato negli anni ‘60 e ‘70, socio storico del Cai

Giacomo Traverso

Giacomo Traverso © Maria Teresa Cometto

Giacomo Traverso, alpinista affermato negli anni ‘60 e ‘70, è morto venerdì 30 ottobre 2020. Era genovese, socio storico del Cai Tra le sue ascensioni più note, la prima ripetizione della Tour des Jorasses con Ottavio Bastrenta, per la cresta sud e il versante sud ovest, e diverse prime salite e prime ripetizioni nelle Dolomiti del Brenta. Ha continuato ad arrampicare e fare escursioni tutta la vita, avvicinando alla montagna tante persone e condividendo gite e scalate impegnative con tanti amici.

Il ricordo della giornalista Maria Teresa Cometto

Io sono felice e fortunata di essere stata una di quegli amici e voglio ricordarlo perché era davvero una straordinaria persona, capace di illuminare di gioia di vivere i suoi compagni di “gite”, oltre ad essere un grande maestro su come affrontare la bellezza e i pericoli della montagna.
Giacomo ha insegnato a me e agli altri suoi amici come godere della montagna con tutti i sensi: non solo con la vista, ammirando il paesaggio. Camminare vestiti il più leggeri possibile, con i pantaloncini corti (le gambe non soffrono!) e in canottiera, e poi spogliarsi del tutto arrivati alla meta, l’ho imparato da lui per sentire più intensamente sulla pelle il sole e l’aria.
Ricordo un’estate quando siamo saliti proprio così, in pantaloncini corti, alla Capanna Margherita sul Monte Rosa (in sole sei ore, di fila, dal Gabiet a 2342 m a 4.554): all’ultima, ripida rampa, tirava forte il vento e ci sferzava le gambe, ma non ci siamo fermati, fra lo stupore degli alpinisti presenti. L’idea di non dormire a metà strada, alla Gnifetti (l’unico rifugio allora aperto), era stata sua ovviamente: meglio tirare dritto per ammirare l’alba dalla Margherita, uno spettacolo più bello, più vasto.
Da Giacomo ho preso anche l’abitudine di stare a piedi nudi sulla neve e immergere le gambe nei ruscelli gelati, ogni volta che è possibile, un po’ per assaporare quelle sensazioni forti, un po’ per gioco, sfidando gli amici a chi resiste più a lungo.
Con Giacomo ho imparato a gustare l’acqua delle sorgenti, scovate fra le pietre o i cespugli, lontano dall’inquinamento causato dalle mucche al pascolo. E a stare zitta camminando, anche in compagnia, per risparmiare il fiato e inspirare a pieni polmoni i profumi dei boschi e anche per apprezzare semplicemente il silenzio: solo i “cannibali” urlano in montagna!
Giacomo era uno spirito libero in tutto. Gli piaceva sia realizzare imprese alpinistiche importanti (senza poi vantarsene) sia camminare su sentieri desueti, come quello del vallone di San Grato. Una volta l’abbiamo fatto insieme, San Grato, per andare sulla Becca di Vlou (sopra Issime: in alto, fuori dal sentiero, mentre eravamo immersi in una nuvola, nel silenzio assoluto, è apparsa improvvisamente un’aquila che ci è volata vicinissima senza curarsi di noi. Un momento magico.
Giacomo mi ha insegnato anche a rispettare tutti gli altri abitanti della montagna. Le vipere, per esempio. Ce n’era una che abitava sotto un masso lungo il sentiero per la Valle dei Principi (Gressoney), una delle mie gite preferite: quando passavamo di lì, eravamo pronti a “salutarla” se era fuori a prendere il sole.
Che uno dei suoi più cari amici fosse Guido Rossa – operaio, sindacalista, alpinista, come l’ha ricordato il Cai 40 anni dopo il suo assassinio da parte delle Brigate Rosse (avvenuto a Genova il 24 gennaio 1979) – la dice tutta sulle idee di Giacomo. Non era schiavo di alcuna ideologia, con lui era bello ragionare di politica, società, religione.
Giacomo era anche una persona molto colta: ho sempre ammirato la sua passione per lo studio del tedesco che gli permetteva di apprezzare i Lieder e altre opere in quella lingua. «Mahler è sempre emozionante, a volte per me sconvolgente, per esempio non riesco ad ascoltare i Kindertotenlieder. Mi emoziono troppo», mi ha scritto una volta. E poi mi ha citato un suo pezzo: «Il ritornello della prima parte di Das Lied von der Erde (Il canto della terra) di Gustav Mahler suona così: Dunkel ist das Leben, ist der Tod (oscura è la vita, è la morte)».
Spero che per lui la morte sia stata invece solo la fine dell’oscurità che aveva ingabbiato la sua mente negli ultimi tempi. E me lo immagino da qualche parte lassù, sorridente e scherzoso come è sempre stato.

Maria Teresa Cometto

Giornalista da New York per il Corriere della Sera, è appassionata di montagna e autrice del libro Due Montanari. Arturo e Oreste Squinobal dalle Alpi all’Himalaya (Corbaccio 2019, con postfazione di Paolo Cognetti).