La fine dello sci di massa

Dalle Alpi agli Appennini, persiste la situazione emersa con la pandemia da Covid-19 e cronicizzata dagli effetti dei cambiamenti climatici e dalla crisi sociale ed economica. Allo stesso tempo però, a questo modello, si affiancano visioni alternative che mirano a riconvertire gli impianti e i modelli economici

Il comprensorio sciistico del Corno alle Scale © Maurizio Dematteis

Giornalista, scrittore e videomaker, Maurizio Dematteis si occupa di temi ambientali e sociali legati ai territori alpini. Il suo Inverno liquido (edito da Derive e Approdi), scritto in collaborazione con il formatore e saggista trentino Michele Nardelli, è un’opera a metà tra saggio e reportage che tratta della fine dello sci di massa e della debolezza del suo modello economico, sociale e culturale. Dalle Alpi agli Appennini, una situazione emersa con la pandemia da Covid-19, ma già cronicizzata dagli effetti dei cambiamenti climatici e dalla crisi sociale ed economica che hanno reso lo sci alpino uno sport elitario. Allo stesso tempo però, a questo modello, si affiancano visioni alternative focalizzate su un turismo lento e fondato sulle risorse e sulle particolarità dei territori montani. Su questi temi, Lo Scarpone ha dialogato con lo stesso De Matteis per una discussione sul presente e sul futuro delle Terre alte.

Partiamo dai concetti base: esiste ancora lo sci di massa?
«Lo sci di massa è al tramonto. Al momento, le grandi strutture si rivolgono a mercati internazionali. Per noi italiani, invece, quello dello sci alpino sta diventando un discorso elitario soprattutto per i costi, sempre più alti. Allo stesso tempo, la cultura turistica delle nuove
generazioni è cambiata: per loro non esiste più la monocultura dello sci. Ad esempio, in inverno, i miei figli fanno contemporaneamente tre sport diversi. In alternativa all’offerta dello sci alpino, ci sono le ciaspole e diverse altre possibilità. E poi bisogna tenere conto che, a causa della crisi climatica, si riducono sempre di più i periodi in cui si può sciare».

La stazione sciistica di Foppolo, nelle Alpi Orobie

Quali sono gli effetti sociali, economici e culturali dei cambiamenti in atto in questo settore?
«Per le nuove generazioni, che possono e vogliono concentrarsi su attività alternative, si tratta di un cambiamento abbastanza positivo. Il turismo esperienziale non è più sganciato dal luogo e dal territorio. Al momento, però, l’effetto negativo è di tipo economico. Infatti, l’industria dello sci ha retto per decenni l’economia di molte realtà montane e ha generato benessere e permesso a molti luoghi di infrastrutturarsi. Al posto di ciò che avveniva in passato rimarrà però un cratere, perché non è più possibile generare il tipo di economia prodotta dall’industria dello sci: un modello chepermetteva a tanti di arricchirsi, anche con le sovvenzioni pubbliche. Oggi il cambiamento delle condizioni ambientali ha tempi velocissimi: le nevicate, se ci sono, sono ormai eccezionali. E se consideriamo la chiusura estiva degli impianti di risalta sui ghiacciai nella stagione estiva, siamo di fronte al crollo dell’intero indotto dello sci alpino».

E allora, in un contesto di questo tipo, quale potrebbe essere la soluzione per salvare l’indotto dello sci?
«Bisogna cambiare scala. La montagna ha sempre insegnato il senso del limite. Ci sono territori che non sono in grado di sostenere e resistere all’impatto economico e sociale dell’industria dello sci».

Comunque l’industria dello sci sta cambiando…
«Se è vero che ci sono realtà che hanno smantellato i vecchi impianti, dove c’è ancora la possibilità, si continua a sciare. Accanto allo sci, tuttavia, si inizia a pensare a modelli diversi. Messi a punto per le Olimpiadi invernali del 2006, gli impianti sciistici della località piemontese di Prali, in Val Germanasca, erano arrivati a fine operato. I cittadini però hanno deciso di costituire una cooperativa per tenerli aperti. E poi, accanto a questi, hanno iniziato a mettere in piedi un indotto che va oltre l’industria della neve. Prima di tutto le strutture sono aperte tutto l’anno: le piste infatti ospitano gli sportivi che in estate praticano il downhill. Allo stesso tempo, nelle vicinanze della stazione sciistica sono nate aziende agricole che producono prodotti di alta qualità. Insomma, si punta sul turismo delle mezze stagioni, con l’affitto di alloggi tutta la settimana. È un esempio di transizione lenta, ma neanche tanto».

Quindi sono già stati messi in campo dei modelli alternativi…
«Direi che il modello delle cooperative di comunità, che negli ultimi dieci anni è cresciuto molto, può rappresentare una valida alternativa per le economie montane».

Per quanto riguarda la riconversione dei piccoli impianti, puoi delinearci un quadro generale sul tema?
«Partiamo dal presupposto che i contesti sono molto diversi. Ogni luogo costituisce un mondo a parte. In generale posso dire che è necessario spingere sui valori endogeni delle valli. Se un territorio si lancia sulle stazioni di ski total, è certo che il flusso si sposterà verso quei territori. Ma quel modello non potrà crescere all’infinito. Il cambiamento climatico e gli effetti economici che ne conseguono non lo permettono più. Per sopravvivere, è necessario uscire da un processo standardizzato e puntare su quello che i diversi territori possono offrire».

Durante il vostro reportage avete viaggiato dalle Alpi agli Appennini. Parliamo delle differenze (se ci sono) tra le due realtà relativamente all’impatto del cambiamento climatico.
«Gli Appennini hanno sempre scimmiottato le Alpi: in diversi luoghi della catena che innerva la Penisola sono stati costruiti degli impianti che guardano alla monocultura dello sci. Peccato che in quei luoghi da anni non nevichi più come un tempo. Oggi lo stesso fenomeno lo si vede anche sulle Alpi, dove enormi masse di aria che provocano tempo instabile e alte temperature, e le nevicate del passato sono sempre più rare. Non per nulla, da anni, stiamo parlando di un’“appenninizzazione”
delle Alpi».

La stazione sciistica di Recoaro, in provincia di Vicenza

Negli corso degli anni, comunque, sono apparsi esempi importanti di modelli alternativi che vengono proprio dall’Appennino.
«Be’, sì, e sono le cooperative di comunità, come quella della ‘Valle dei Cavalieri” nell’Appennino tosco-emiliano, che si occupa di diverse attività nel territorio, non solo turistiche ma anche legate alle infrastrutture e ai trasporti locali. E poi, ancora, non vanno dimenticate le strutture ricettive e le aziende agricole presenti sul territorio attraversato dalla Via degli Dei, che ospitano ogni anno migliaia di camminatori».

È possibile una previsione generale sul futuro dello sci, sempre che un futuro sia ancora possibile?
«Luca Mercalli afferma che alle stazioni sciistiche ad alta quota rimangono circa 40 anni di vita. Si tratta di un orizzonte temporale a cui gli amministratori devono guardare per pensare a modelli diversi di sviluppo».