La tragedia del Cerro Torre

Il mondo dell’alpinismo piange la scomparsa di "Korra" Pesce, fortissimo specialista delle scalate su terreno misto, travolto con il compagno argentino nel corso della discesa dalla vetta della più famosa cima delle Ande patagoniche

Giuseppe “Korra” Pesce © Klaus Dell'Orto

Da due giorni, sulle pagine dei quotidiani, sul web e sui social rimbalzano notizie sulla morte, al Cerro Torre, di Corra “Korra” Pesce, 41 anni, fortissimo scalatore soprattutto su terreno misto, originario di Novara ma da tempo residente a Chamonix, dove esercitava la professione di guida alpina.

Per rimettere in fila i fatti ed evitare di incappare in errori nell’esposizione, siamo ricorsi al contributo di Matteo Della Bordella, impegnato con due compagni di cordata sul Cerro Torre.

La vicenda, in estrema sintesi, può essere sintetizzata così: nel pomeriggio di giovedì scorso, 27 gennaio, Korra e il suo compagno di cordata argentino, Thomas “Tomy” Aguilo, avevano portato a termine una nuova e importante via di salita sul Cerro Torre. Mezz’ora più tardi, la cordata italo-argentina era stata raggiunta sulla vetta del Torre da tre Ragni della Grignetta – Matteo Della Bordella, David Bacci e Matteo De Zaiacomo – autori anch’essi di una bellissima via nuova. Dopo le reciproche congratulazioni, sulla sommità dell’“Urlo di pietra” gli alpinisti si erano diviso: mentre i Ragni si apprestavano a bivaccare sulla cima, Korra e Tomy decidevano a scendere a corde doppie lungo la parete nord. Tutto sembrava andare per il meglio. Poi, nella notte di venerdì 27, il dramma.

Scalando sul fungo sommitale © Matteo della Bordella

Seguiamo però la cronaca degli avvenimenti nel report di Matteo Della Bordella.

La cordata di Korra e quella dei Ragni

«Martedì 25 gennaio. Sono le 11.30: David Bacci, Matteo De Zaiacomo “Giga” ed io attacchiamo la parete est del Cerro Torre per la via aperta da Maestri ed Egger nel 1959, salendo fino al nevaio triangolare. Da qui proseguiamo con altri cinque tiri di placca molto “ingaggiosa” e giungiamo in prossimità del cosiddetto “box degli inglesi”. (…) Mentre scaliamo, vediamo Thomas Aguilo “Tomy” e Corrado Pesce “Korra” fissare le corde sui primi tiri della loro linea, che si trova circa a 150 metri dalla nostra, per poi fare ritorno alla loro tenda».

Mercoledì 26 gennaio. In giornata, i Ragni salgono il Diedro degli inglesi, dove nel 1981 Burke e Proctor passarono nel loro tentativo di salita. «Durante la giornata» continua Della Bordella, «vediamo Tomy e Korra salire lungo la loro linea e bivaccare su una piccola cengia all’altezza del box e circa 50 metri più a destra.

«Giovedì 27 gennaio. Usciamo dal grande diedro e con un corto traverso raggiungiamo la parete nord del Torre. Qui (…) incontriamo gli amici Tomy e Korra impegnati ad aprire la loro nuova via. Mancano circa 300 metri alla vetta e decidiamo di unire le forze per la parte finale. Korra è il più fresco e il più forte, si mette in testa alla cordata, Tomy lo segue e noi dietro di loro ripercorriamo i tiri appena aperti. Dal punto di vista mentale, seguire una “macchina” come Korra è un vantaggio enorme».

 

Due bellissime vie nuove

Alle 17, Tomy e Korra sono in cima al Cerro Torre; hanno appena portato a termine una via grandiosa. Mezz’ora più tardi, arrivano anche i Ragni. «Anche noi abbiamo aperto una nuova via sul leggendario Cerro Torre, e questo non è solo un grande sogno, ma è sicuramente la via più bella, importante e difficile che abbiamo mai percorso nelle nostre vite», annota Matteo. Congratulazioni e strette di mano, poi le strade delle due cordate si dividono. «Tomy e Korra avevano pianificato la discesa notturna (per ridurre al minimo il pericolo di crolli e scariche) lungo la parete nord. Noi invece abbiamo pianificato di bivaccare in cima e quindi scendere il giorno successivo lungo lo spigolo sud est, la cosiddetta “via del compressore”».

La discesa nella notte

Korra e Tomy scendono al buio lungo la parete nord e, quando raggiungono il luogo in cui avevano lasciato i sacchi letto e il materiale da bivacco, decidono di riposarsi un paio di ore, prima di continuare la lunga discesa. In quelle due ore di venerdì 28 gennaio, mentre riposano, vengono travolti da un’enorme scarica di ghiaccio e sassi che ferisce gravemente Tomy e in maniera ancora più grave Korra. Il novarese rimane completamente paralizzato, i traumi riportati non gli consentono di muoversi.

«La montagna è enorme e noi dalla cima del Torre, dove stiamo passando la notte, siamo assolutamente ignari dell’accaduto» spiega ancora Della Bordella. «La mattina iniziamo la lunga discesa a corde doppie per la via del compressore. Dopo circa trenta corde doppie, alle 17 raggiungiamo, al limite delle nostre forze, il ghiacciaio alla base del Cerro Torre. In quel momento capiamo che è successo qualcosa. Incontriamo sul ghiacciaio un team di alpinisti che ci comunica di un incidente avvenuto a Tomy e Korra. Apprendiamo che Tomy è riuscito a scendere fino a circa 300 metri da terra, mentre Korra è ferito in maniera grave, non ha dato nessun segnale e non si hanno notizie certe sulla posizione in cui si trova».

Il Cerro Torre © Matteo della Bordella

Il drone, la cordata di soccorso, la morte di Korra

A quel punto iniziano le ricerche. «Grazie al nostro drone» prosegue Matteo, «individuiamo la posizione precisa di Tomy, ma purtroppo non siamo in grado di localizzare Korra. Iniziamo le operazioni di soccorso a Tomy all’incirca alle 18 di sera. Conoscendo bene quella parete e pur essendo estremamente provato dalla nostra salita, mi metto al comando della cordata di soccorso. Dietro a me ci sono l’alpinista svizzero Roger Schäli, il tedesco Thomas Huber, e infine l’argentino Roberto Treu. In circa tre ore ripercorriamo i sette tiri della nostra via fino al nevaio triangolare; quindi, con una traversata di 60 metri, raggiungiamo Tomy. Quando finiamo di mettere in sicurezza Tomy e lo facciamo scendere, accompagnato da Huber e Roberto, è già passata la mezzanotte. Intanto si è alzato un vento fortissimo, e la temperatura è precipitata. Io e Roger siamo soli sulla montagna, con una sola corda a disposizione; cerchiamo di chiamare o avere notizie su Korra, ma non riceviamo alcun segnale. Tomy ci aveva comunicato che il compagno si trovava 300 metri sopra di lui, in condizioni estremamente gravi, tuttavia né tramite droni, né tramite i binocoli, nessuno durante la giornata è stato in grado di localizzarlo».

«Roger ed io, aspettiamo fino alle 3 di notte al freddo e al vento sul nevaio triangolare in attesa di qualche risvolto positivo, che tuttavia non arriva. Quando inizio ad avere alcuni svarioni, a non sentire più i piedi dal freddo e a percepire una musica nella mia testa, capisco che è il momento di scendere, perché a malapena potrei badare a me stesso in quelle condizioni. La decisione è amara, ma purtroppo siamo già ben oltre i nostri limiti fisici e psicologici, capiamo che Korra resterà per sempre su quella montagna».

I Ragni decidono infine di chiamare la via aperta da loro Brothers in arms, «in onore di Matteo Bernasconi, Matteo Pasquetto, Korra Pesce e tutti i nostri fratelli che sono mancati sulle montagne che tanto amiamo».