L’invernale al K2: il preludio di un cambiamento

La scalata dei dieci nepalesi sulla seconda montagna più alta della Terra nasconde aspetti su cui è il caso di cominciare a riflettere. Appunti per una discussione

Mingma Gyalje Sherpa © Mingma Gyalje Sherpa

La prima invernale del K2 suggerisce una serie di riflessioni, che verranno approfondite sul numero di marzo di Montagne360. Riflessioni di natura tecnica ma non solo.

Che si sia trattato di una performance davvero fuori dal comune è più che evidente. La capacità di attrezzare la via di salita con le corde fisse, di allestire i campi alti, di rimediare ai gravi danni causati dalla tempesta nei giorni successivi all’Epifania, di resistere al freddo e al vento, in una bolla di pressione parziale dell’ossigeno inferiore rispetto all’estate (parliamo della pressione con cui l’ossigeno entra nei polmoni, a quelle quote di norma più bassa di un terzo rispetto a quella del livello del mare), sono apparsi sorprendenti.

Un magnifico exploit

La salita dai 7800 m del campo IV alla vetta, poi, non ha bisogno di commenti. Si è trattato di un grande exploit. Ma va sottolineata anche la straordinaria prestazione di due degli sherpa, Sona e Galje, che dalla vetta sono scesi in un’unica tirata ala campo base, mentre i compagni hanno trascorso la notte al campo III (7400 m).

Sull’impiego dell’ossigeno da parte della squadra di vetta, al momento le informazioni a nostra disposizione sono ancora incomplete; Nirmal Purja ha tuttavia dichiarato di aver portato a termine la salita senza far uso delle bombole.

Qualcuno (con i piedi al caldo e le dita un po’ troppo sciolte sulla tastiera del computer) ha lamentato la rinuncia dello stile alpino, dimenticando che finora nessuno degli ottomila è stato salito interamente in quel modo (ricordiamo inoltre che la rinuncia alle bombole non significa stile alpino, che richiede di fare a meno di portatori, corde fisse, campi fissi e dotazione di ossigeno), e che ci sono ottomila su cui la progressione avviene prevalentemente su neve, e altri su cui occorre scalare anche su roccia.

Un post dell’agenzia Seven Simmit Treks, relativa alle ultime fasi della salita © @Twitter

La comunicazione

Ma ci sono anche altri aspetti su cui è il caso di soffermarsi a ragionare. Innanzitutto, la comunicazione dell’ascensione. Che è avvenuta in tempo reale, come se a gestirla fosse stata una spedizione occidentale. Comunicazioni dirette con il campo base, che faceva da ponte per il lancio delle informazioni attraverso i social media. News brevi ed efficaci, e scatti fotografici capaci di raccontare senza l’aggiunta di commenti.
Ma va ricordato che stiamo parlando di un’ascensione condotta interamente da nepalesi. E se per Nirmal Purja, che vive oltre Manica, il caso è un po’ diverso, tutti gli altri erano Sherpa, e alcuni di loro (e chi li seguiva dal campo base) si sono rivelati abilissimi nel raccontare al mondo ciò che stavano facendo. Al punto da far rimanere con il fiato sospeso, per alcune ore, gli appassionati di alpinismo di tutto il mondo.

 

Il tweet di Seven Summit Treks che annuncia al’arrivo in vetta degli alpinisti nepalesi @ Twitter © @ Twitter

Una vera rivoluzione

La nostra sensazione è che il recente successo della compagine Sherpa (Nirmal Purja era l’unico appartenente a un’altra etnia, quella Gurkha) al K2 sancisca definitivamente una sostituzione di ruoli nell’himalaysmo d’alta quota. Un cambiamento (in atto già da qualche decennio) che ha portato gli Sherpa – un tempo umili portatori, poi abili gregari e successivamente guide d’alta quota – in protagonisti di primo piano nell’alpinismo sulle montagne più alte della Terra, persino nella stagione invernale.

Il fatto che il gruppo nepalese sia arrivato compatto sulla vetta, cantando l’inno nazionale, non nasconde solo l’orgoglio di una cultura e di un’etnia. È il segnale che, nel mondo degli Sherpa, è avvenuta una svolta importante. Gli scatti fotografici della vetta hanno cristallizzato l’immagine dell’élite di una popolazione di montagna consapevole di aver saputo utilizzare al meglio l’ascensore sociale, di essere riusciti a impadronirsi dei piani alti dell’alpinismo.
Un’evidenza che avrà certamente ripercussioni sull’himalaysmo dei prossimi anni, che darà luogo a movimenti tellurici e a cambiamenti antropologici nel tessuto delle comunità sherpa già interessate dal flusso degli alpinisti e dei trekker.

Mingma Gyalje Sherpa annuncia su Facebook l’arrivo al campo III durante la discesa dalla
vetta © @Facebook

E le invernali himalayane dei prossimi anni?

Infine, un’ultima considerazione. L’ascensione del K2 nella stagione più rigida chiude il capitolo delle prime invernali assolute sugli 8000 iniziato quarantuno anni fa, il 17 febbraio 1980 in Himalaya, quando i primi “Ice Warriors”, i polacchi Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy, riuscirono per la prima volta a salire l’Everest d’inverno. Non chiude tuttavia le porte a nuove, possibili avventure, che anzi sono già in atto (basti pensare alla spedizione di Simone Moro e Alex Txikon al Manaslu): nel prossimo futuro assisteremo a ripetizioni invernali, salite senza ossigeno, ascensioni in stile alpino sui mastodonti dell’Himalaya e del Karakorum e, probabilmente, anche alla corsa invernale sui settemila delle grandi catene montuose del mondo.