22° Congresso/Aggiornamento Accompagnatori di Escursionismo e Cicloesc ...

ALTO ADIGE

Dopo i saluti del presidente del CAI Alto Adige Carlo Alberto Zanella, del presidente della SAT Cristian Ferrari, di Daniela Gabardi (OTTO SAT), di Gabriele Zampieri, referente della Commissione Centrale Escursionismo e Cicloescursionismo, del presidente della Sezione di Merano Stefano Giaquinta e del consigliere centrale Ivano Rodighiero, il congresso è entrato nel vivo con gli interventi dei relatori, tutti focalizzati sul tema della prevenzione dei rischi nella frequentazione della montagna.

Sono intervenuti il dottor Luigi Basso, psichiatra e referente del progetto di montagnaterapia dell’Azienda sanitaria–CAI di Bolzano, Luca Carraro, operatore sociosanitario del Centro di riabilitazione psichiatrica di Bolzano-Gries, la neurologa Marika Falla e Giovanni Vinetti, medico dello sport e ricercatori dell’EURAC Research di Bolzano, insieme a Oscar Zorzi, ex elisoccorritore del Pelikan e tecnico del Soccorso Alpino di Bressanone.

Alberto Covi, presidente del Soccorso Alpino e Speleologico dell’Alto Adige, ha affrontato il tema “Emergenze in montagna. Gli errori più frequenti riscontrati ultimamente”. Durante il suo intervento è stato contattato telefonicamente dai soccorritori impegnati nell’intervento per la valanga in Val Ridanna, a oltre 2.400 metri di quota, che ha travolto un gruppo di circa 25 persone tra sciatori alpinisti ed escursionisti, causando quattro vittime. In quel contesto, Covi ha coordinato le operazioni di soccorso.

Nel suo intervento ha richiamato l’attenzione sui principali fattori di rischio legati alla frequentazione invernale: «La scarsa valutazione delle proprie capacità, le temperature sottozero, il terreno gelato, le giornate più corte, la scarsità di neve che si trasforma in ghiaccio nelle zone d’ombra e la mancanza di attrezzatura idonea sono tra le principali cause delle tragedie che si ripetono troppo spesso». Ha inoltre sottolineato il ruolo della brina di fondo nella formazione di strati deboli e nella possibile generazione di valanghe a lastroni, ricordando un aspetto spesso sottovalutato: «È fondamentale spiegare sempre all’infortunato di non muoversi dal luogo dell’incidente per permettere ai soccorritori di localizzarlo rapidamente. Purtroppo molti si spostano, complicando le operazioni e aumentando il rischio». Un richiamo che vale anche per la stagione estiva, dove incidono «scarsa forma fisica, sopravvalutazione dei propri mezzi e mancanza di esperienza».

Oscar Zorzi ha illustrato le corrette procedure di intervento: «Una prima valutazione della situazione, la chiamata al 112, il primo aiuto e l’attesa dei soccorsi sono passaggi fondamentali», fornendo agli accompagnatori indicazioni pratiche per gestire le prime manovre senza aggravare traumi e fratture.

Ampio spazio è stato dedicato agli aspetti medico-scientifici. Marika Falla, neurologa specializzata in medicina di montagna, ha evidenziato come «camminare offra benefici fisici e psicologici importanti, ma richieda consapevolezza dei propri limiti». Ha approfondito i problemi legati all’alta quota, dove la riduzione della pressione parziale di ossigeno può portare, in assenza di acclimatamento, a patologie come il mal di montagna acuto. «I fattori di rischio principali sono la rapidità di ascesa, la quota raggiunta e la risposta individuale allo sforzo», ha spiegato, ricordando anche la possibile insorgenza di cefalee d’alta quota. Allo stesso tempo ha sottolineato i benefici dell’attività fisica regolare, capace di ridurre la neuroinfiammazione anche in patologie come Parkinson e sclerosi multipla, con effetti positivi anche sui disturbi cognitivi e sull’ansia. Fondamentali restano «valutazione medico-sportiva, progressione graduale, corretta alimentazione e idratazione», anche per persone con patologie croniche.

Giovanni Vinetti ha invece affrontato il tema dell’attività fisica in quota in presenza di patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. La ricerca dell’Istituto per la medicina d’emergenza in montagna dell’Eurac si basa sull’analisi degli incidenti, spesso riconducibili a una preparazione inadeguata: «Serve un approccio personalizzato: lo sforzo fisico non abituale rappresenta uno stress per il cuore spesso superiore a quello dell’alta quota». Ha presentato uno studio condotto su soggetti con malattia coronarica testati a 3.000 metri, evidenziando l’importanza di una corretta gestione dell’ascesa: «È consigliabile pernottare a una quota intermedia tra 1.500 e 2.000 metri e seguire un profilo di salita graduale». Per quanto riguarda l’ipertensione, ha precisato che «se lieve o ben controllata non comporta particolari restrizioni, e un moderato aumento pressorio durante un breve soggiorno in quota non è generalmente preoccupante».