
A cura di Bruno Niola - Presidente GR Basilicata
Sabato 19 settembre, a Senise, sarà consegnato a Silvano Di Leo il Premio “Custode delle Terre Alte”, promosso dal Club Alpino Italiano nell’ambito delle iniziative dedicate a chi, spesso lontano dai riflettori, mantiene vivo il rapporto tra le comunità e i territori di montagna.
È una di quelle occasioni nelle quali il nome stesso di un premio finisce per suggerire una domanda forse più interessante della cerimonia che lo accompagna: che cosa significa, oggi, essere un custode delle Terre Alte?
Pensandoci, mi è tornato in mente il titolo di un libro di Paolo Pejrone: La pazienza del giardiniere.
La pazienza e la possibilità di fallire
Il giardiniere, in fondo, esercita un mestiere piuttosto singolare. Lavora molto, ma non decide tutto. Prepara il terreno, pianta, pota, sposta, sostiene, annaffia. Poi, però, deve aspettare. Non può accelerare la crescita di un albero, anticipare una fioritura o decidere quando arriverà la pioggia.
E soprattutto sa una cosa che il nostro tempo sembra fare sempre più fatica ad accettare: sa che può fallire.
Una pianta alla quale ha dedicato mesi può non attecchire. Un albero può ammalarsi. Una scelta può rivelarsi sbagliata. Può esserci stato un suo errore oppure, semplicemente, può essere accaduto qualcosa che non dipendeva da lui.
Il giardiniere conosce il fallimento e, tuttavia, continua a fare il giardiniere.
Forse perché ha imparato una cosa che noi, immersi nella cultura del risultato, tendiamo a dimenticare: prendersi cura di qualcosa non significa avere la garanzia di salvarla.
Mi sembra un buon punto di partenza per parlare di montagna e, soprattutto, per capire perché abbia ancora senso utilizzare una parola antica come “custode”.
La cura che non si vede
Viviamo in un tempo nel quale il successo deve essere possibilmente rapido, misurabile e soprattutto visibile. Costruiamo, inauguriamo, fotografiamo, pubblichiamo. Abbiamo bisogno di raccontare continuamente ciò che abbiamo fatto, qualche volta persino prima di esserci domandati se ciò che abbiamo fatto fosse davvero necessario.
È un meccanismo che riguarda tutti e dal quale nessuno può considerarsi completamente immune.
La cura, invece, ha tempi poco compatibili con quelli della comunicazione contemporanea. E ha anche un altro difetto: spesso non si vede.
Un muro a secco che continua a stare in piedi non fa notizia. Un sentiero che rimane percorribile non viene inaugurato ogni anno. Un bosco che continua semplicemente a essere un bosco difficilmente produce titoli.
Eppure dietro quella apparente normalità possono esserci anni di attenzione, conoscenza e lavoro.
Forse è proprio qui che il giardiniere e il custode cominciano ad assomigliarsi.
Naturalmente non si tratta di immaginare la montagna come un grande giardino da ordinare secondo i nostri gusti. Semmai il contrario. Il buon giardiniere sa anche quando non intervenire, riconosce il limite della propria azione e accetta che la natura abbia tempi e logiche che non coincidono necessariamente con i suoi.
Anche custodire una montagna dovrebbe significare, prima di tutto, conoscerla abbastanza da capire quando intervenire e quando sarebbe meglio non farlo.
Dalla frequentazione alla custodia
Chi frequenta a lungo un territorio impara a leggerne dettagli che a uno sguardo veloce possono sembrare insignificanti. Sa dove passava un sentiero prima che la vegetazione cominciasse a cancellarlo, conosce il nome di una sorgente che magari non compare sulle carte, ricorda perché un muro è stato costruito proprio in quel punto. Conosce storie che non sono finite nei libri e spesso neppure negli archivi.
Sono piccole conoscenze. Ma un territorio è fatto anche di queste cose. E quando scompaiono, difficilmente ce ne accorgiamo subito. Semplicemente, a un certo punto, non ci sono più.
È anche per questo che credo che il Club Alpino Italiano abbia progressivamente allargato il proprio modo di intendere la frequentazione della montagna.
Andare in montagna rimane naturalmente il punto di partenza, ma non può essere il punto di arrivo.
Frequentare significa conoscere. E conoscere, prima o poi, comporta una responsabilità.
Quando sappiamo che cosa stiamo guardando, diventa più difficile voltarci dall’altra parte mentre scompare.
Forse è proprio questo il passaggio dalla frequentazione alla custodia.
Innovare può significare fare meno
C’è però un’altra questione sulla quale il Premio Custode delle Terre Alte può offrirci l’occasione di riflettere.
Di fronte alla fragilità delle aree interne abbiamo sviluppato, comprensibilmente, una grande preoccupazione per l’abbandono. Paesi che perdono abitanti, servizi che si riducono, attività che scompaiono, territori che rischiano di diventare marginali.
La risposta, però, sembra essere sempre più spesso quella di aggiungere qualcosa.
Una nuova struttura, una nuova attrazione, un nuovo motivo per portare persone in montagna. Come se il valore di un luogo dovesse necessariamente essere certificato dal numero di visitatori che riusciamo ad attirare o dalle fotografie che riusciamo a produrre.
Forse dovremmo recuperare anche la capacità di domandarci se, qualche volta, non sia meglio fare meno.
Non per immobilismo e neppure per trasformare la montagna in un museo. Ma perché innovare non significa necessariamente aggiungere. Può significare recuperare, mantenere, rimettere in relazione ciò che già esiste.
E qualche volta può significare semplicemente non occupare ogni spazio disponibile con qualcosa che porti la firma del nostro passaggio.
Il custode, da questo punto di vista, è quasi l’opposto del conquistatore.
Non sente il bisogno di mettere una bandiera.
Accettare il limite, continuare a prendersi cura
Ed è qui che torna utile il giardiniere di Pejrone.
Il suo lavoro migliore, paradossalmente, potrebbe essere quello che un giorno non si noterà più. Un albero cresciuto bene sembrerà essere sempre stato lì. Nessuno saprà quante volte è stato annaffiato quando era piccolo, quante volte qualcuno lo ha protetto o quanto tempo sia stato necessario perché diventasse ciò che vediamo.
C’è una forma di generosità in tutto questo, perché significa accettare che altri godranno del risultato del nostro lavoro.
Ma c’è persino qualcosa di più difficile: accettare che quel risultato possa non arrivare.
Credo che dovremmo parlare più spesso anche dei fallimenti quando discutiamo di tutela della montagna.
Non tutto ciò che proveremo a conservare riusciremo a conservarlo. Non tutti i paesi torneranno a popolarsi. Non tutti i sentieri potranno essere recuperati. Non tutte le battaglie saranno vinte e, soprattutto, non tutte le nostre idee si riveleranno giuste.
Ammetterlo non significa arrendersi. Significa riconoscere il limite della nostra azione.
Il giardiniere che vede morire una pianta non smette di piantare. Cerca di capire, magari scopre di aver sbagliato, qualche volta non trova neppure una spiegazione. Poi ricomincia.
La cura contiene anche questa possibilità: dedicarsi a qualcosa pur sapendo che il risultato non ci appartiene completamente.
Forse è questo uno dei significati più interessanti che possiamo attribuire oggi alla parola “custodire”.
Non conservare tutto così com’è. Non impedire il cambiamento. Non pretendere di salvare ogni cosa. Piuttosto accompagnare ciò che cambia cercando di non perdere ciò che rende un luogo riconoscibile, comprensibile, ancora capace di raccontare la propria storia.
Custodi temporanei delle montagne
Ed è forse questo il significato più profondo di un premio come quello che sabato sarà consegnato a Senise.
Premiare un Custode delle Terre Alte non significa soltanto riconoscere ciò che una persona ha fatto. Significa riconoscere un modo di stare nei luoghi.
Un modo fatto di conoscenza, continuità, attenzione. E anche di una certa dose di umiltà.
Perché delle montagne non siamo proprietari.
Siamo, nella migliore delle ipotesi, custodi temporanei.
Le abbiamo ricevute da qualcuno che è venuto prima di noi e le consegneremo a qualcuno che verrà dopo.
Questo pensiero dovrebbe forse renderci un po’ meno ansiosi di lasciare ovunque il nostro segno e un po’ più attenti ai segni che abbiamo ricevuto.
Alla fine, la pazienza del custode potrebbe essere proprio questa: lavorare perché qualcosa continui a esistere anche quando nessuno saprà più chi se ne è preso cura.
E forse, in un’epoca nella quale siamo continuamente invitati a dire “guardate che cosa ho fatto”, la soddisfazione più grande potrebbe essere riuscire, qualche volta, a indicare semplicemente un bosco, un sentiero, un paesaggio e dire:
“Guardate. È ancora qui.”