
Belle, imponenti e allo stesso tempo vulnerabili. Le Dolomiti sono il risultato di una storia geologica lunga milioni di anni, ma anche un territorio in continuo mutamento, nel quale crolli, frane e colate detritiche rappresentano fenomeni con cui le comunità convivono da secoli.
Da questa consapevolezza è nato il convegno “Dolomiti: belle e fragili!”, organizzato a San Vito di Cadore dalla locale Sezione del Club Alpino Italiano, in collaborazione con il Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano del CAI. L’iniziativa, ospitata nella Sala “Giuseppe Belli” dell’Asilo Vecio, ha richiamato circa settanta partecipanti, confermando la forte attenzione del territorio verso i temi della sicurezza, della prevenzione e della conoscenza dell’ambiente montano.
L’appuntamento è stato promosso a circa un anno dagli eventi che avevano interessato la Croda Marcora, la Ruina di Cancia e altri settori della media Valle del Boite, attirando l’attenzione dei mezzi di informazione nazionali. L’obiettivo, tuttavia, non era soltanto ricostruire quanto accaduto, ma offrire strumenti scientifici, storici e normativi per interpretare fenomeni complessi, evitando letture semplicistiche o sensazionalistiche.
Una montagna in continua trasformazione
Dopo i saluti del presidente della Sezione CAI di San Vito di Cadore Mauro De Vido e del presidente del Comitato Scientifico Marco Cabbai, i lavori, presentati dallo storico Lorenzo De Lotto, hanno attraversato tutte le principali dimensioni del problema: dalla formazione geologica delle Dolomiti agli effetti del cambiamento climatico, dalla memoria delle grandi frane del passato alle moderne tecnologie di monitoraggio.
Il geologo Tiziano Abbà ha ricostruito la nascita delle Dolomiti, dalle piattaforme carbonatiche del Triassico fino ai processi tettonici e alla modellazione avvenuta nel Quaternario. La Valle del Boite presenta una struttura particolarmente complessa: rocce facilmente degradabili nei fondovalle, faglie e dolomie fortemente fratturate nelle parti più elevate creano condizioni strutturali favorevoli all’instabilità.
A illustrare i diversi fenomeni di dissesto è stato il geologo Manuel Conedera, che ha analizzato crolli, ribaltamenti, scivolamenti, espansioni laterali e colate detritiche. Precipitazioni intense, cicli di gelo e disgelo e fusione dei ghiacciai possono agire come fattori di innesco, mentre uno stesso fenomeno franoso può cambiare caratteristiche ed evolvere nel tempo.
Gli esempi osservati nella Conca di Cortina e lungo la Valle del Boite dimostrano quanto sia necessario adottare un approccio flessibile, capace di aggiornare continuamente le classificazioni e le strategie di gestione del rischio.
La memoria delle comunità
Il rapporto tra esseri umani e territorio è stato approfondito dall’archeologo Gian Galeazzi, che ha ripercorso la frequentazione della Valle del Boite dalla preistoria al Medioevo.
Dal sito mesolitico di Mondeval, con la celebre sepoltura risalente a circa 7.500 anni fa, fino ai ritrovamenti di Passo Giau e al villaggio tardoantico scoperto a San Vito di Cadore, le testimonianze archeologiche mostrano una presenza umana antichissima. Frane e dissesti hanno cancellato strade e insediamenti, ma in alcuni casi hanno anche creato ripari naturali e condizioni favorevoli alla frequentazione.
Lo stesso confronto con la mobilità del territorio ha accompagnato nei secoli la viabilità romana, la Via Regia medievale, la strada di Alemagna e, più recentemente, la Ferrovia delle Dolomiti.
La naturalista e Operatrice Naturalistica e Culturale del CAI Sabrina Menegus ha invece ricostruito gli eventi franosi più significativi della storia della Valle. Tra questi, la frana di Chiapuzza del 1730, che causò 53 vittime, il dissesto che interessò la frazione di Sala nel 1737 e il grande collasso del 1814, che cancellò le località di Taulen e Marzeana provocando alcune centinaia di morti.
A questi episodi si aggiunge la colata detritica di Cancia del 1868. Eventi tragici, ma anche pagine dalle quali emerge la capacità delle comunità locali di reagire attraverso la solidarietà, la sorveglianza del territorio, la riorganizzazione amministrativa e forme di sostegno collettivo.
Il cambiamento climatico come moltiplicatore
Il biologo e Operatore Naturalistico e Culturale del CAI Dario Gasparo ha illustrato il ruolo del cambiamento climatico nella trasformazione degli ambienti montani.
L’aumento delle temperature accelera il degrado del permafrost, modificando i cicli di gelo e disgelo e riducendo progressivamente la coesione delle masse rocciose. A questo si aggiungono la perdita di massa dei ghiacciai, l’aumento degli eventi meteorologici estremi e le profonde conseguenze sulla biodiversità.
Molte specie si stanno spostando verso quote e latitudini maggiori, gli habitat glaciali si contraggono e organismi invasivi colonizzano nuovi spazi. Anche i cicli riproduttivi possono subire alterazioni, perché le temperature cambiano mentre la durata delle giornate resta invariata.
Il cambiamento climatico non rappresenta dunque l’unica causa dei dissesti, ma agisce come un moltiplicatore delle condizioni di instabilità, modificando velocità, frequenza e intensità dei fenomeni.
Monitorare non significa eliminare il rischio
Il geologo Alberto De Luca ha approfondito il quadro normativo italiano relativo al rischio idrogeologico, chiarendo la distinzione tra pericolosità, cioè la probabilità che un fenomeno si verifichi, e rischio, legato anche alla presenza di persone, infrastrutture e beni esposti.
Pluviometri, piezometri, radar e sensori multiparametrici consentono oggi di osservare con grande precisione i versanti instabili. Gli eventi che hanno interessato nel 2025 la Croda Marcora, la Ruina di Cancia, il Ru del Venco e il torrente Rudan sono stati analizzati come casi concreti, mettendo in evidenza sia le misure provvisorie adottate sia la necessità di interventi strutturali.
Il professor Nicola Casagli, geologo e presidente dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, ha illustrato da remoto il sistema di monitoraggio installato nell’area della Croda Marcora.
Un interferometro radar terrestre, attivo continuativamente e in qualsiasi condizione meteorologica, permette di misurare spostamenti millimetrici su circa un milione di punti. L’integrazione tra radar, dati meteorologici, pluviometri, telecamere e sensori locali consente di definire soglie automatiche di allerta e di gestire con maggiore precisione eventuali chiusure della viabilità.
La presenza di grandi volumi instabili in quota mantiene tuttavia elevato il rischio per la strada di Alemagna. Da qui la necessità di passare progressivamente da una gestione fondata sull’emergenza a una programmazione strutturale e preventiva.
Lo sguardo dell’alpinista
A chiudere il convegno è stato Mauro Devich, guida alpina, volontario del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e componente del Gruppo Rocciatori Caprioli.
Attraverso la storia delle ascensioni sulla Marcora, dalle prime esplorazioni di fine Ottocento alle vie moderne, Devich ha restituito la prospettiva di chi osserva la montagna direttamente dalle sue pareti.
La roccia può alternare zone compatte a settori estremamente friabili, sottoposti all’erosione della neve e dell’acqua. Blocchi apparentemente solidi possono cedere improvvisamente, rendendo difficile valutare il pericolo attraverso una semplice osservazione esterna.
I recenti crolli hanno così riaperto il confronto sul futuro dei sentieri e delle vie ferrate, chiamando istituzioni, CAI e comunità a trovare un equilibrio tra sicurezza, valore storico degli itinerari e libertà di frequentazione. Perché, come ricordato nel corso dell’incontro, è sempre la montagna a stabilire i propri limiti.
Dalla conoscenza alla responsabilità
Il convegno ha mostrato come la fragilità delle Dolomiti non sia una novità né un fenomeno del tutto imprevedibile. La documentazione storica e la conformazione geologica raccontano un territorio da sempre soggetto a trasformazioni profonde.
A cambiare è il contesto: la rapidità del riscaldamento climatico e la crescente presenza di infrastrutture e attività umane rendono oggi più urgente costruire una gestione integrata, fondata su prevenzione, monitoraggio, pianificazione e corretta comunicazione.
Il giorno successivo al convegno, i partecipanti hanno potuto osservare direttamente questi processi durante un’escursione sul versante occidentale delle Marmarole Occidentali, lungo il Ru Seco. Accompagnati dagli esperti intervenuti, hanno analizzato il paesaggio, i segni lasciati dai dissesti e le opere di mitigazione realizzate nel corso degli ultimi decenni.
Un’esperienza che ha tradotto i contenuti scientifici in conoscenza concreta, ribadendo il messaggio centrale dell’iniziativa: il rischio non può essere completamente cancellato, ma può essere compreso e ridotto. Per custodire le Dolomiti è necessario prima di tutto imparare a leggerle, riconoscendone insieme la straordinaria bellezza e l’intrinseca fragilità.