Raccontare il buio. Così “Il buco” sbarca a Venezia

Senza dialoghi, senza musiche, senza luce. Il film di Michelangelo Frammartino, che racconta con poetico intimismo l'Abisso del Bifurto, è in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Ecco l'intervista al regista

Il buco, film di Michelangelo Frammartino in concorso al Festival di Venezia

Vi raccontiamo, quasi al buio, un film sul buio. No, non siamo impazziti. Né tantomeno siamo inclini a gratuiti giochi di parole. Per capirlo vi sarà sufficiente proseguire la lettura di questo dialogo, intimo e a tratti poetico, con Michelangelo Frammartino. Lui è un regista, e ora anche speleologo. Il suo ultimo film, “Il buco”, è dedicato a una narrazione muta dell’esplorazione del 1961 all’Abisso del Bifurto, sul Pollino. Ma la storia di questa pellicola, che ancora non abbiamo visto, non finisce qua. Perché il film è in concorso alla prossima biennale del cinema di Venezia.

«C’è voluto tantissimo per realizzare quest’opera che ricostruisce con grande rigore, senza dialoghi e senza musica, l’impresa di un gruppo di speleologi piemontesi» ha commentato il direttore del festival, Alberto Barbera. «Cura maniacale del suono, immagini di Renato Berta straordinarie. Non aggiungo altro, perché voglio che scopriate da soli la bellezza di questo film che ha la purezza di un diamante».

Sono parole al miele, quelle di Barbera. Sia nei confronti dello svizzero Berta, uno dei più abili direttori della fotografia europea, sia nei confronti di Frammartino, che con una smisurata modestia ci dice che il suo film «non riesce a raccontare così bene le cose già dette nelle altre pellicole dedicate alla speleologia». Poi ci spiega che la sua narrazione «racconta il buio e il paesaggio». Ormai Michelangelo scende in grotta da quattro o cinque anni. «Quando mi hanno detto che ormai sono diventato uno speleologo, be’, mi sono inorgoglito. La cosa che ora temo di più? È proprio il giudizio di voi speleo. Temo il vostro giudizio più di quanto non possa temere la recensione di un critico cinematografico. Spero che ci si possa perdonare a vicenda».

Antonio Larocca e Michelangelo Frammartino nell’Abisso del Bifurto nel 2017 © Francesco Ferraro

Michelangelo, perché girare un film in grotta? Quando è nata l’idea?
«Mi trovavo sul Pollino per le riprese del film “Le quattro volte”. Ero nella Calabria che conosco meglio, la terra dei miei genitori. Lì venni a sapere di un culto arboreo che si svolgeva tra Calabria e Basilicata. Vado e scopro un territorio con pianeti e culture diverse. Da una parte la Calabria romana, dall’altra quella greca».

Come arrivi a scoprire il mondo delle grotte?
«Sapevo che questo territorio ha un mondo sotterraneo importante. E grazie a Antonio Larocca, noto speleologo calabrese che all’epoca era anche sindaco di Alessandria del Carretto, ho potuto conoscere l’imbocco del Bifurto. Non mi ero mai occupato di grotte e consideravo esistente solo ciò che era illuminato dal sole. Come se non esistesse il buio».

Eppure il buio esiste.
«Eccome. La prima volta Antonio lanciò una pietra nell’imbocco. Per lunghi secondi non ci fu alcun rumore. Poi si percepì l’impatto. Quel piccolo fatto mi stupì molto, ma pensai anche di averlo dimenticato. Invece quel sasso lanciato nel nero, nel nulla, ha continuato a lavorare. Forse dentro di me».

La tua prima esperienza in grotta?
«A Cassano all’Ionio, in una grotta turistica con rami speleo. A poco a poco ho cominciato a pensare che in questo luogo potesse essere interessante per la macchina da presa. E tutto questo con la consapevolezza che lo spazio fosse ostile al cinema a causa dell’assenza di luce e delle difficoltà di movimento».

Il buco, film di Michelangelo Frammartino in concorso al Festival di Venezia

La tecnica si impara, ma la cosa importante è il rapporto col buio e con l’ambiente.
«Il mio primo ingresso in una grotta verticale è stato dominato dalla paura. Quando sono entrato con Antonio nel pozzo di Serra del Gufo ho avuto paura».

Del buio?
«Sì. In Sicilia ho addirittura dormito in grotta. Ho fatto l’esperienza di svegliarmi di notte e di non avvertire la differenza tra sollevare le palpebre o tenerle chiuse. Ero nella grotta Abisso dei Cocci e in quel momento ho sentito l’esigenza di uscire. Quella sensazione me la sono portata addosso per almeno un anno».

Cosa significa “portasi addosso” la paura?
«Mi è capitato di svegliarmi di notte, in albergo, a Milano. E di essere convinto di trovarmi dentro una grotta. Provavo la sensazione di essere fatto di buio, imprigionato nel mio stesso corpo».

Antonio Larocca e Michelangelo Frammartino al campo speleologico “Operazione Trabucco 2016”

È anche difficile raccontarlo, il buio.
«Ho condiviso con te, so che sei speleologo, e con tutti voi un’esperienza intima e primitiva. Ma sono stati tanti i ragionamenti che abbiamo fatto sul buio. Ne ho parlato anche col direttore della fotografia Renato Berta, grande maestro di cinema. È rimasto affascinato dall’idea di confrontarsi col buio. Del resto al cinema il buio è un patto. Non si usa veramente, perché si lavora con la sottoesposizione. Invece in questo film il buio era l’oltre, doveva esserci veramente il nero assoluto. Per Renato questa è stata un’esperienza nuova, una sfida».

In grotta non c’è solo il buio a trasformare la percezione. L’altro elemento è il tempo.
«Già, il tempo. Quella è un’esperienza incredibile. Ogni volta che entri in grotta pensi siano passate un paio d’ore, quando in realtà ne sono trascorse otto o dieci. Capita di smarrirsi in maniera affascinante».

Questo è uno dei temi presenti nel film?
«Il tempo ci ha guidati nella costruzione del concetto di smarrimento e spaesamento che la grotta t’insegna. Nell’equilibrio generale del film, spero che questo elemento molto importante per il mondo della speleologia sia percepito. Tengo però a precisare che questo film non può in nessun modo chiudere i conti con la speleologia, che è un’esperienza profonda e affascinante. Semmai può aiutare ad aprirsi alla curiosità e a ciò che il buio può insegnare».

Il buco, film di Michelangelo Frammartino in concorso alla Mostra del cinema di Venezia

Cosa ci puoi dire della storia? Non vorremmo spoilerare…
«Non corriamo questo rischio».

Cosa vuoi dire?
«Spero che “Il buco” sia un film esperienziale e riflessivo. La questione narrativa c’è, è presente. Ma c’è dentro anche e soprattutto una sensibile dimensione percettiva».

Però racconti la storia dell’esplorazione dell’Abisso del Bifurto.
«A me interessano gli intrecci di storie, le linee narrative. Nel 2016 partecipai a un campo insieme allo speleologo Giulio Gecchele. Rimasi colpito dal suo racconto. In quell’occasione venni a conoscenza di questo gruppo di giovanotti che nel 1961 scendevano da un nord in pieno boom economico, e che qui erano impegnati in un’attività gratuita come la speleologia. Anziché partire per imprese come la conquista del K2, loro avevano scelto le grotte. Mi affascinava il contro racconto di quella vicenda destinata alla sconfitta. Loro non cercavano di vincere a tutti i costi. Non cercavano la notorietà. Addirittura non documentarono l’esperienza. Scattarono solo una manciata di fotografie, addirittura non in grotta. Un paradosso, se pensiamo ai tempi moderni».

Oggi pecchiamo di iper-documentalità.
«I social hanno spinto la documentazione a livelli mai espressi. Anche l’azione più banale deve essere documentata e pubblicata con grande orgoglio. Loro esploravano quella che a quei tempi era la terza grotta più profonda al mondo e nemmeno lo dicevano in giro. È l’esperienza pura, che t’impregna e ti costruisce come persona».

Quando li hai incontrati di persona, cosa hai pensato?
«Ho visto un gruppo, coeso ancora adesso. Ho visto una squadra. Questa idea di corpo collettivo è molto affascinante».

“Il buco” è quindi anche una storia di relazioni, di emozioni e di scoperte?
«Il film uscirà nel 2022, non posso dir molto se non che è uno sguardo che uccide l’informe, oltre a scoprirlo. Quella scoperta ha spostato la frontiera e lo sconosciuto è andato un po’ più in là…».

Michelangelo Frammartino

Michelangelo Frammartino © EDP

Ora vi aspetta la mostra del cinema di Venezia. Un contesto inedito per un film sulla speleologia, non trovi?
«Sono rimasto sorpreso. Sorpreso anche dal fatto che la Rai lo volesse produrre».

Perché sorpreso?
«Con loro non ho nascosto le carte. Ho detto chiaramente che questo sarebbe stato un film senza dialoghi, senza musiche, quasi senza luce».

Eppure hanno contributo alla produzione. E Venezia?
«C’è una contraddizione nell’andare a Venezia. Il nostro è un cinema underground, speleologico, di ricerca. Restiamo sotterranei. Alberto Barbera è stato coraggioso e generoso, anche se, ti confesso, nonostante fossimo lusingati per la proposta, be’, ci abbiamo pensato un po’ prima di accettare. Del resto è un film d’esplorazione. Ho usato gli strumenti della speleologia per farmi un varco nell’immagine, non solo nel paesaggio. Non cerchiamo necessariamente il consenso dello spettatore».

Un desiderio per il futuro?
«Mi piacerebbe che mio figlio scoprisse il mondo meraviglioso delle grotte e diventasse uno speleologo».