“Valore Alpino” sulla Siula Grande. Matteo Della Bordella racconta

Il “ragno di Lecco” Matteo Della Bordella, insieme all’alpinista Marco Majori, ha aperto “Valore Alpino”, una via che celebra i 150 anni dalla nascita del Corpo degli Alpini, sul grande pilastro della parete est del Siula Grande, in Perù

Sulla parete est della Siula Grande

In occasione dei 150 anni dalla nascita del Corpo degli Alpini, in quattro giorni, dal 20 al 24 luglio, il “ragno di Lecco” Matteo della Bordella, insieme all’alpinista Marco Majori, ha aperto Valore Alpino (sul grande pilastro della parete est del Siula Grande (6344 m), nella
Cordillera de Huayhuash, nelle Ande peruviane.

Della Bordella e Majori facevano parte di una spedizione organizzata dalla Sezione Militare di Alta Montagna del Centro Sportivo Esercito, insieme a Filip Babicz, Stefano Cordaro e Alessandro Zeni. Il progetto iniziale era quello di salire lo scudo centrale di calcare della parete, ma gli alpinisti sono stati costretti a desistere a causa delle continue e pericolose scariche di pietre, e hanno preso di mira il pilastro di sinistra della parete est.

Matteo della Bordella (a destra) e Marco Majori (a sinistra) sulla vetta della Siula Grande

La nuova via, che ha richiesto tre giorni di scalata, per i primi 500 metri si sviluppa su roccia, con difficoltà fino al 6c. Terminato il pilastro, seguono altri 600 metri di misto, su neve inconsistente. In vetta sono arrivati Matteo Della Bordella e Marco Majori. Lo Scarpone ha raggiunto Della Bordella al telefono per parlare della spedizione e delle difficoltà che ha incontrato durante la salita.

Dopo la Groenlandia, la Terra di Baffin e la Patagonia – solo per ricordare alcune delle tappe delle tue ultime stagioni alpinistiche – sei arrivato in Perù, sulla Cordillera de Huayhuash. E hai tentato il Siula grande, una bella cima di 6344 m. Il progetto era la parete est, situata sul versante opposto a quella che su cui, nel 1985, si svolse la tremenda avventura dei britannici Joe Simpson e Simon Yates. In realtà però la parete est tu la conoscevi fin dal 2017…
«È vero, nel 2017 avevo già avuto modo di sperimentare la parete ed ero rimasto affascinato dalla sua complessità: quel mix di alta quota e tratti ripidi in un ambiente alpino molto difficile. Il tutto con una serie di problemi glaciali di avvicinamento. All’epoca, però, non avevamo ancora individuato il modo per raggiungerla. Insomma, era ancora solo un’idea».

Perché un’avventura con la Sezione Militare di Alta Montagna del Centro Sportivo Esercito?
«Sono entrato a far parte della Sezione Militare di Alta Montagna, tramite il percorso della riserva selezionata. Si tratta di un opportunità di entrare temporaneamente a far parte dell esercito. Era da tanti anni un interesse reciproco che si è concretizzato con il 150esimo anniversario dalla nascita del corpo degli Alpini. Per quell’occasione, abbiamo deciso di fare qualcosa insieme».

Niente Ragni di Lecco, stavolta: come ti sei trovato con i tuoi compagni?
«Mi sono approcciato a questa avventura con molto entusiasmo, proprio perché si trattava di una squadra con diverse personalità, con capacità e attitudini differenti. Allo stesso tempo. eravamo tutti spinti dal forte interesse e dall’attenzione, da parte dell’Esercito, nei confronti della nostra spedizione».

Un momento dell’ascensione © Matteo della Bordella

Chi è il tuo compagno di cordata Marco Majori, con cui sei arrivato in vetta?
«Dal punto di vista alpinistico, Marco è un alpinista molto completo. Uno scalatore di esperienza, con spedizioni sul Cerro Torre, in Bolivia, Nepal e Pakistan».

In termini di organizzazione, quali sono le differenze tra una delle tue tante spedizioni precedenti e quella condotta da un gruppo militare?
«Non molta. Su alcuni aspetti organizzativi siamo stati più “formali”, definendo nel dettaglio molte cose che vengono affrontate anche nel mondo civile, ma con meno attenzione. Tutto l’aspetto alpinistico è simile a quello di  una spedizione non miliare: obiettivo prestigioso, stile minimale e pulito, grande lavoro di squadra».

Parliamo della parete est e del suo scudo centrale di roccia calcarea. Abbiamo letto delle continue scariche di sassi. Colpa della crisi climatica che sta interessando anche le Ande peruviane?
«A causa del cambiamento climatico, là la situazione può cambiare anno dopo anno. Il surriscaldamento rende tutto molto più pericoloso. Se si sciolgono la neve e il ghiaccio, cosa che sta succedendo anche sulle Ande, le scariche di sassi sono sempre più frequenti».

Raccontaci della tua via nuova Valore Alpino, che si svolge a destra della via francese del 2016.
«Affrontare questo lungo pilastro di calcare significa avere un confronto diretto con la montagna. Noi lo abbiamo fatto in stile alpino. In realtà, poi, la difficoltà maggiore è legata alla varietà della via. Si tratta di due salite in una».

In che senso?
«Prima abbiamo dovuto affrontare il pilastro, che ci ha opposto difficoltà fino al 6c su roccia, e poi una salita molto ripida, con inclinazioni di almeno 70°. Nel secondo tratto, la difficoltà maggiore era legata alla presenza di neve inconsistente e non era così facile proteggersi con punti di assicurazione adeguati. Insomma, le difficoltà si accompagnavano a effetti psicologici importanti. E va aggiunto che ci siamo mossi con temperature molto basse: si arrivava a -15°C».

Infine, c’è anche l’alta quota. Qualcuno del vostro gruppo ha patito le conseguenze? La montagna supera i 6300 metri di altitudine
«Sì, Alessandro Zeni e Stefano Cordaro hanno subìto le conseguenze dell’altitudine, anche se poi sono stati meglio. Non erano abituati a scalare a una quota così elevata. Ho l’impressione che, sulle Ande, gli effetti dell’altitudine si sentono di più rispetto ad altre montagne. Nel mio caso, io avevo già affrontato quel terreno, e penso di essere stato aiutato dalla memoria fisica del mio organismo».

Come giudichi questa via nuova rispetto alle tue ultime grandi scalate?
«Se penso alla mia ultima ascensione del Cerro Torre, questa via è più semplice. Allo stesso tempo, questa via permette una salita alpinistica più completa, proprio per la sua varietà. Allo stesso tempo, poi, il valore di questa ascensione è simbolico: volevamo celebrare lo spirito degli Alpini».

I tuoi prossimi obiettivi?
«Con la SMAM ricominceremo a organizzare e pianificare nuove spedizioni, ma non prima del 2023 – 2024. A livello personale ho il desiderio di tornare come ogni inverno in Patagonia. Per me laggiù ci sono le montagne più belle del mondo».