Trent’anni senza Gian Carlo Grassi

Il 1° aprile 1991, in un incidente alpinistico, perdeva la vita uno dei più grandi ghiacciatori della contemporaneità. Gli dobbiamo il nostro più affettuoso ricordo

Gian Carlo Grassi © Vincenzo Pasquali (Courtesy L. Pasquali)

Trent’anni fa, il 1° aprile 1991, Gian Carlo Grassi, uno dei più forti scalatori su ghiaccio della seconda metà del secolo passato, perdeva la vita in un incidente alpinistico sul Monte Bove, nei Monti Sibillini.

Per gli alpinisti della sua generazione, ma anche per quelli più giovani, Gian Carlo era un punto di riferimento e la dimostrazione della possibilità di interpretare l’alpinismo in modo nuovo e creativo.

Per Gian Carlo, le scalate erano ovviamente una cosa molto concreta, ma nello stesso tempo anche un gioco e un’avventura. Alcune delle sue vie sono ancora oggi mitiche, ma anche quelle più modeste, su roccia o su ghiaccio, portano ancora impresso il marchio dei suoi sogni. L’alpinismo di Grassi era invenzione, scoperta, esplorazione. Facevano intravedere cose che erano sfuggite a tutti.

Gian Carlo manifestava un’attenzione inossidabile per la natura verticale, e non disdegnava nessuno dei terreni che la montagna propone a chi la frequenta. Era capace di seguire con attenzione il processo di formazione di un nastro di ghiaccio su una parete per settimane intere, in attesa che fosse solido a sufficienza per salirlo. Apriva vie nuove e difficili in angoli appartati e dimenticati delle valli piemontesi ma capitava anche di scoprirlo con una certa frequenza alle alte quote del massiccio del Monte Bianco. E il giorno dopo, con la stessa determinazione di cui era capace in montagna, riusciva magari a scovare passaggi nuovisu un masso erratico a due passi da casa sua. Insomma, era attratto da tutte le dimensioni del mondo della verticalità e da quello delle altezze, e soprattutto sapeva vivere l’arrampicata come esperienza, più che come prestazione.

Ottimo arrampicatore su roccia, era stato anche uno dei promotori della nuova stagione del bouldering, ma tutti, anche oltralpe, lo consideravano uno dei grandi maestri della scalata su ghiaccio. Ghiaccio di tutti i tipi: quello delle cascate, quello dei pendii d’alta quota, quello dei grandi seracchi in bilico sulle pareti dei maggiori massicci alpini occidentali, e infine anche quello delle goulottes che di tanto in tanto si formano sui versanti esposti a meridione, le più delicate e le più veloci a sparire.

Piemontese, il “Maestro”, come molti lo avevano ribattezzato, era nato a Condove, in Valle di Susa, nell’ottobre del 1946. Aveva cominciato a frequentare la montagna sin da ragazzino. Poi, a metà degli anni ’60, si era formato come alpinista alla scuola “Gervasutti” di Torino.

A poi arrampicato a lungo con Gian Piero Motti, di cui era un grande amico, un personaggio centrale nella storia dell’alpinismo torinese di quegli anni. In seguito, la sua carriera alpinistica gli avrebbe regalato una straordinaria fila di successi, molti dei quali ben conosciuti da tutti.

Guida alpina molto attiva, Grassi non era un intellettuale della montagna, ma con la sua semplicità, col suo modo di vedere le cose, di immaginarle, con la sua curiosità che non riusciva mai a saziare aveva davvero ispirato un’intera generazione. Oggi, anche per i giovani che non lo hanno conosciuto è un mito, un esempio.

Per non dimenticarlo, insieme ad altre iniziative, prossimamente un libro ripercorrerà la sua carriera e il suo modo di vivere la montagna.