Un lungo viaggio nelle acque buie delle montagne

Luigi Casati è uno speleosub, conosciuto e riconosciuto, che da decenni esplora acque sotterranee, sperimentando tecniche e oltrepassando confini sconosciuti. Ci siamo soffermati con lui per avere alcune risposte sulle motivazioni, gli obiettivi personali e sull’attuale evoluzione della speleologia subacquea

Sorgente del Torregione (VA) Strettoia

Sorgente del Torregione (VA), strettoia finale del secondo sifone © Davide Corengia

Dice Luigi Casati: «La speleologia subacquea, un’attività molto particolare, è l’unione della speleologia classica con l’immersione subacquea, quindi con la moltiplicazione dei problemi legati all’ambiente e ai materiali. Spesso le grotte terminano in un sifone e solo con l’esplorazione speleosubacquea può continuare a penetrare nella grotta. Le piccole sorgenti, quelle che ci dissetano con acqua fresca durante i nostri trekking sulle montagne, sono la versione in miniatura di quelle che esploriamo con le attrezzature. Esistono ambienti di dimensioni ridotte che si sviluppano sia con tratti sommersi sia con parti aeree, che risultano faticose da percorrere per la necessità di trasportare in spalla le attrezzature in ambienti spesso non propriamente comodi. D’altra parte si trovano completamente allagati, come anche laghi sotterranei che potrebbero contenere senza problemi una decina di stadi».

Luigi Casati

Sorgente del Gorgazzo, Luigi Casati prima di un’esplorazione profonda © Andrea Mescalchin

Il richiamo di un mondo nascosto

Problemi, difficoltà elevate, dunque rischi. Cosa spinge ad andare oltre?
«Entrare in un mondo nascosto che permette ancora di poter recuperare la sensazione di raggiungere posti mai visti da nessuno e fortunatamente ancora inviolati da puri mezzi tecnologici, illuminare il buio con i propri fari e godere del piacere dello stagliarsi di forme fantasmagoriche sulle pareti, scoprire cosa c’è oltre la nostra visuale e adattarsi alle sorprese, adeguare le nostre capacità, la nostra tecnica e i nostri materiali per superare gli ostacoli è sicuramente una delle migliori soddisfazioni che si possono raggiungere nel percorso della vita».

Tu hai attraversato diverse fasi dell’evoluzione tecnica nella progressione speleosubacquea…
«Ho la fortuna di aver vissuto come protagonista la fine della fase pionieristica dell’esplorazione speleosubacquea, quella in cui ci si autocostruiva una buona parte delle attrezzature necessarie, quelle in cui si sperimentava l’uso delle miscele decompressive e a tre elementi per raggiungere permanenze e profondità maggiori in sicurezza, dapprima limitando, poi escludendo gli effetti negativi dell’azoto che, in pressione, provoca una sorta di ubriacatura. E poi avanti fino ai rebreather, apparecchi che riciclano il gas respirato e permettono autonomie superiori al limite di resistenza umana».

Sorgente Vrnjika

Sorgente Vrnjika, dopo la strettoia iniziale si prendono le attrezzature necessarie per la sicurezza durante l’esplorazione © Gordan Polic

La grande evoluzione dell’attrezzatura per la speleosubacquea

La situazione è dunque molto migliorata in termini di sicurezza e potenziali prestazioni…
«Infatti, dopo l’evoluzione dell’attività, grazie a materiali molto performanti rispetto a quelli che si avevano a disposizione solo vent’anni fa, con pesi e dimensioni notevolmente ridotte, dopo l’aumento esponenziale delle autonomie, la maggior parte delle esplorazioni hanno avuto risultati prima impensabili. Anche a livello fisiologico le immersioni sono nettamente più sicure di prima e le decompressioni sono notevolmente più brevi. Vero è che questa evoluzione è stata per lo più fatta da pochi esponenti del settore che hanno mantenuto la volontà di evolversi. Sarebbe molto interessante se la fisiologia e la medicina iperbarica si dedicassero a studiare questi contesti così circoscritti e perciò isolati dalle teorie utilizzate dalla massa della subacquea».

A tu per tu con i capricci del clima

Prossimi progetti e una domanda: la crisi climatica in atto influenza in qualche modo la tua attività?
«Quest’anno avremo la possibilità di esplorare in Croazia delle sorgenti nuove e di continuare i vecchi progetti, e in autunno saremo impegnati nelle grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, e di Vallorbe, nel Cantone svizzero di Vaud. Ho iniziato nel 1986 a fare immersioni in grotta, quando ancora le stagioni erano abbastanza regolari e le possibilità di immersione nelle varie sorgenti era legata ai periodi di secca. Ora ci troviamo in una fase climatica diversa e quindi ci si deve adattare ai capricci del clima. Capita di trovare i livelli interni delle grotte nettamente più bassi per via dei periodi di siccità più lunghi».