Addio al Re del Civetta

Si è spento ieri, all’età di 86 anni, il lecchese Giorgio Redaelli, uno dei protagonisti dell’alpinismo italiano fra gli anni ‘50 e ‘60, autore di grandi salite come la prima ripetizione della via Bonatti al Petit Dru, la direttissima alla Sud della Torre Trieste e la prima invernale della Solleder-Lettembauer al Civetta

invernale solleder - Giorgio Redaelli

Giorgio Redaelli sale in prima invernale la Solleder-Lettembauer sulla parete nord ovest del Civetta © Arch. MOdiSCA - Fondo Giorgio Redaelli / Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino

Lo avevano soprannominato “Il Re del Civetta” per via delle sue straordinarie imprese sulla “Parete delle Pareti”, la grande muraglia dolomitica che si innalza sopra l’abitato di Alleghe, uno dei simboli dell’epoca d’oro del VI grado.
Nato e cresciuto a Mandello, uno dei paesi che si affacciano sulla sponda orientale del Lario, in provincia di Lecco, Giorgio Redaelli è stato uno dei più forti scalatori italiani fra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e un interprete di primissimo piano della grande stagione dell’alpinismo invernale.

Dalle Grigne al Monte Bianco

La sua attività comincia ovviamente dalle montagne di casa, le Grigne, ma ben presto spazia dalle Alpi occidentali alle Dolomiti. Nel 1956, Redaelli balza all’onore delle cronache per la prima ripetizione della mitica via aperta in solitaria solo l’anno prima da Walter Bonatti sul Pilastro sud ovest del Petit Dru, nel gruppo del Monte Bianco. Giorgio porta a termine l’ascensione assieme ai lecchesi Carlo Mauri, Dino Piazza e Cesare Giudici. Arrivati sotto al grande tetto dove Bonatti aveva deviato a destra con una serie di audaci pendoli, i quattro decidono di salire direttamente, aprendo una difficile variante diretta verso la cima.
Le orme di Redaelli si incrociano con quelle di Bonatti anche negli anni successivi. Sono quelli i tempi in cui gli alpinisti più forti si contendono la soluzione degli “ultimi problemi delle Alpi” in un rocambolesco gioco di alleanze, rivalità e spionaggio. Nel 1961, Giorgio è in parola con il grande alpinista monzese per tentare assieme la prima del Pilone Centrale del Frêney e, quando viene a sapere che quest’ultimo si appresta ad attaccare con la cordata guidata dal francese Pierre Mazeaud, parte immediatamente da Mandello in sella alla sua moto Guzzi. Giunto a Courmayeur, però, decide di rinunciare a causa del sopraggiungere del maltempo, proprio nei giorni in cui sul Pilone si consuma una delle più note tragedie della storia dell’alpinismo.
Fra gli obiettivi più contesi di quegli anni c’è anche la prima ripetizione italiana della Nord dell’Eiger e lui non manca di scrivere un proprio capitolo anche in questa epopea. A luglio del 1962 affronta la Nordwand con il fidato compagno Roberto Sorgato. Salgono veloci fino all’altezza del Ragno Bianco, ma qui vengono sorpresi dal maltempo e comincia per loro una discesa disperata. Dopo un terribile bivacco trascorso in piedi, addossati alla parete per non venire travolti dalle scariche, riescono a mettersi in salvo raggiungendo la finestra della galleria ferroviaria che si apre sulla parete. Sono i primi alpinisti a ritirarsi da un punto così elevato della parete riuscendo a sopravvivere alle grinfie dell’Orco.
È però fra le grandi pareti delle Dolomiti che Redaelli firma le sue più belle ascensioni.

Giorgio Redaelli

Giorgio Redaelli © Arch. MOdiSCA - Fondo Giorgio Redaelli / Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino

Le Dolomiti e il gruppo del Civetta

Nel 1959, con il fortissimo Ignazio Piussi, Redaelli traccia un’impressionante via direttissima nel cuore della parete sud della Torre Trieste, nel gruppo del Civetta. In cinque giorni risalgono la parete gialla e strapiombante, aprendo uno degli itinerari simbolo della scalata estrema in artificiale. Sui 750 metri della via, piantano 330 chiodi normali, 90 ad espansione e 45 cunei di legno.
Linee “a goccia d’acqua”, strapiombi e tetti impossibili da forzare con staffe e chiodi sono la frontiera dell’alpinismo dolomitico di quegli anni e Redaelli interpreta alla perfezione lo spirito del tempo. Dopo la parete sud della Trieste è costantemente in azione nel gruppo del Civetta, con vie come quella sullo spigolo est della Torre Venezia (700 m, VI, A2, 180 chiodi normali e 20 chiodi espansione), aperta in cinque giorni con Pierlorenzo Acquistapace e Corrado Zucchi, quella sulla parete est della Torre delle Mede (360 m, VI e A3, 80 chiodi normali e 2 cunei), con Acquistapace e Giuseppe Lafranconi, e la direttissima al Pan di Zucchero (V+, A1, A2 e un tratto di A4, 130 chiodi normali, 15 cunei ed alcuni chiodi ad espansione alle soste).

torre trieste - Giorgio Redaelli sugli strapiombi della Trieste

Giorgio Redaelli sugli strapiombi della Torre Trieste © Arch. MOdiSCA - Fondo Giorgio Redaelli / Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino

Gli anni delle prime invernali

Altra grande sfida degli anni ’60 sono le prime invernali. Anche qui il “Re del Civetta” lascia la sua firma. Nell’inverno del 1962, con Giorgio Ronchi e Roberto Sorgato, affronta il grandioso dietro della Cima Su Alto dove, nel 1951, George Livanos aveva rivoluzionato la scalata dolomitica superando difficoltà estreme con l’uso sistematico dei mezzi artificiali.
Quelli sono tempi in cui le conquiste (e le tragedie) alpinistiche finiscono spesso sulle prime pagine dei giornali e la ripetizione invernale di Redaelli e compagni suscita scalpore e viene documentata da cineoperatori e fotografi che gli ronzano attorno a bordo di un piccolo aereo da turismo.
L’impresa più bella che lo vede protagonista arriva però l’anno successivo, quando con Ignazio Piussi e Toni Hiebeler, seguiti a breve distanza dalla cordata di Sorgato, Marcello Bonafede e Natale Menegus, Redaelli ripete in prima invernale la Solleder-Lettembauer sulla parete nord ovest del Civetta. La Solleder, la prima via di VI grado della storia, tracciata sulla parete che del VI grado è divenuta un simbolo, ma è soprattutto un itinerario complesso, che, vista l’esposizione e la lunghezza (più di 1200 metri di sviluppo), nella stagione fredda assume le caratteristiche di una grande via di alta quota delle Alpi occidentali, ma con tutta la verticalità tipica delle Dolomiti.
Le cordate impiegano otto giorni per venire a capo della salita, affrontando temperature anche di -30°C, paurosi voli del primo di cordata e penuria di viveri e carburante per il fornelletto, che li costringono a bruciare i cunei di legno per sciogliere le neve… Insomma, una vicenda che ha tutti gli ingredienti per entrare di diritto nelle più epiche saghe della storia dell’alpinismo.

Invernale solleder - Da sinistra, Toni Hiebeler, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato e Giorgio Redaelli

Da sx Toni Hiebeler, Ignazio Piussi, Roberto Sorgato e Giorgio Redaelli © Arch. MOdiSCA - Fondo Giorgio Redaelli / Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino

Gli anni successivi

Dopo questa impresa Redaelli si allontana progressivamente dall’alpinismo estremo per dedicarsi al lavoro di guida alpina, maestro di sci e rappresentante di articoli sportivi. Ha tempo anche per dedicarsi alle altre sue grandi passioni: il tennis e il golf.
Già membro del Club Alpino Accademico Italiano, nel 2002 entra a far parte come socio onorario anche del prestigioso gruppo alpinistico dei Ragni della Grignetta.
Con lui scompare un altro testimone diretto di un’epoca ormai lontana anni luce – per stile di scalata, tecniche e ideali – dall’alpinismo contemporaneo, ma durante la quale, sulle pagine di pietra e ghiaccio delle pareti alpine, sono state scritte grandi storie, ancora oggi in grado di coinvolgere ed emozionare.
A chi volesse conoscere meglio la storia del “Re del Civetta” consigliamo la lettura del suo libro biografico Momenti di vita – Conquiste ed esperienze, edito dalla Grafica Sovico nel 2006.

Petit Dru, Torre Venezia e Via Solleder al Civetta: i filmati