Alptrees, il progetto che fotografa la presenza delle piante non native nello Spazio Alpino

La diffusione delle piante non autoctone è un processo lungo che si articola nel tempo. Infatti, da sempre, nei territori alpini, le specie non-native sono presenti nei luoghi frequentati dall’essere umano

Esemplari di Pino nero e Ginkgo Biloba a San Michele all’Adige © Nicola La Porta

Il pino nero è una pianta non-nativa, introdotta dopo la scoperta dell’America. Alta fino a 50 metri, la specie è diffusa soprattutto in Austria, in Slovenia e nel Lombardo-Veneto. Piantato in maniera estensiva dagli austriaci, è un albero estremamente resistente alla siccità.

«Nello spazio alpino europeo sono presenti 115 specie arboree native e oltre 500 non-native», spiega Nicola La Porta, ricercatore della Fondazione Edmund Mach, l’istituto trentino che ha rappresentato l’Italia nel progetto di ricerca europeo ALPTREES. «Il nostro obiettivo è stato quello di mappare la presenza di piante arboreal non-native in tutte le regioni che fanno parte dell’arco alpino, sia nelle aree urbane che nelle valli montane», spiega La Porta. Il progetto è durato tre anni ed è stato presentato qualche giorno fa, con tanto di docufilm divulgativo disponibile su YouTube.

Un processo lungo nel tempo 

La diffusione degli alberi non-nativi è un processo lungo e articolato nel tempo. Infatti, da sempre, nelle aree alpine, le specie non-native sono presenti nei luoghi frequentati dall’essere umano. «Le specie si dividono in archeofite, quelle presenti prima della scoperta dell’America, e neofite, ovvero quelle introdotte dopo il 1492», continua La Porta. Insomma, le piante non native sono parte del paesaggio montano e lo sono da secoli. E come tutti gli alberi, forniscono i servizi ecosistemici necessari per la vita dell’uomo.

In generale, nota il professore, le piante non-native sono state introdotte per ragioni produttive o per la mitigazione dei fenomeni atmosferici, legati ai cambiamenti climatici e quindi sono state pensate per resistere nell’ambiente circostante. Allo stesso tempo, però, la diffusione delle stesse può avvenire anche con il trasporto del polline con il vento o per altri fenomeni atmosferici.

Specie invasive 

In questi casi, può entrare in gioco anche l’invasività della specie. «Solo una minoranza delle specie non-native è invasiva: si tratta di circa il 5% di esse. Il fenomeno si può verificare per il perpetuarsi delle radici o per la diffusione del polline. Molto invasive, sono, ad esempio la Robinia  e l’Ailanto, o anche la Quercia rossa e l’Acero americano», specifica La Porta.

Un esmelare di Ailanthus altissima di 2 anni © Antonio La Porta

Ragioni spaziali e temporali

La loro invasività dipende da diversi fattori, come le caratteristiche delle diverse specie. Ad esempio, i pioppi, che sono presenti quasi ovunque nella pianura padana, sono degli ibridi tra pioppi europei e americani. Queste piante, cono il loro polline, possono essere responsabili dell’inquinamento genetico delle piante non native, come il pioppo nero ad esempio.

Allo stesso tempo, a far la differenza sono anche tutta una serie di ragioni spaziali e legate all’età delle piante responsabili della contaminazione. Ad esempio, specie non-native che si comportano come invasive in fase giovanile, spesso in fase adulta o matura vengono controllate dalle altre specie native, che limitano la loro invasività. Infine, entrano in gioco anche le caratteristiche spaziali del luogo in cui queste vivono. Ad esempio, gli aberi che possono essere invasivi sul versante sud delle Alpi non risultano così impattanti sul versante nord e viceversa. Insomma, la presenza delle piante non-native nei boschi e nelle foreste delle valli alpine è un dato di fatto. «Occorre poi aggiungere che, con il cambiamento climatico in atto, le piante non-native si spostano sempre più ad alta quota. Contemporaneamente, anche i parassiti e gli insetti che vivono a bassa quota si spostano sempre più in alto. Ad esempio, in regioni come il Trentino-Alto Adige, la processionaria che ha iniziato a infestare il pino nero, si sposta sempre più in quota con l’aumento delle temperature», spiega La Porta.

Taxodium Disticum – cipresso calvo della Florida © Nicola La Porta

Per quanto riguarda le soluzioni da mettere in campo per evitare che gli alberi autoctoni siano sostituiti da piante non-native, «non si tratta di processi semplici e facili da realizzare. Si pensi che in molti casi la presenza delle piante non-native è il risultato di percorsi lunghi e articolati nel tempo. In questi casi, l’uomo deve gestire le foreste e intervenire in caso di una coesistenza non equilibrata tra piante autoctone e non autoctone, con i metodi consoni e opportuni della selvicoltura razionale. Allo stesso tempo e in alcuni casi localizzati, si può intervenire anche con l’eradicazione, ma si tratta di processi spesso molto costosi», conclude La Porta.