Cannabis Rock *

Il documentario di Franco Fornaris racconta l'epopea di un gruppo di giovani climber che, dal 1973 al 1975, trasferirono sulle rocce il clima irrequieto e creativo del '68

Giancarlo_Grassi

Il climber Giancarlo Grassi

Pubblichiamo l’articolo uscito su Montagne360 di agosto 2020, nella rubrica “Fotogrammi d’alta quota” di Antonio Massena

Il documentario narra la breve e intensissima epopea ‘beat’ di un gruppo di giovani arrampicatori che dal 1973 al 1975, trasferendo sulle rocce il clima irrequieto e creativo del ’68, rivoluzionarono il tradizionalismo del mondo alpinistico piemontese e italiano.

Cominciò così un viaggio iniziatico per una tribù di giovani ribelli che, ispirati dalle teorie di Gian Piero Motti, vissero la loro stagione alpinistica come ricerca interiore, chi scoprendo lo yoga e chi la marijuana, chi rapito da estasi e chi da rabbia. Una stagione vissuta al suono delle musiche di Bob Dylan e dei Popol Vuh, con una profonda incoscienza nei confronti della vita. Le scalate diventarono delle vere esplorazioni cariche di significati simbolici e visionari, lungo vie battezzate con nomi evocativi: Cannabis, Fessura della Disperazione, Strapiombi delle Visioni, Diedro Nanchez. Un gruppo di giovani climber dell’epoca (Gian Piero Motti, Roberto Bonelli, Giancarlo Grassi, Danilo Galante, Andrea Gobetti, Piero Pessa, Max Demichela e Paolo Lenzi) scopre le pareti strapiombanti della Valle dell’Orco nelle Alpi Graie, confinante a nord con la Valle d’Aosta, accomunandole alla Yosemite Valley e al suo simbolo El Capitan.

Pareti difficili, vie nuove impegnative da aprire, difficoltà ancora non immaginabili all’epoca, tanto che, scherzosamente i nostri battezzano, la parete prima “El Caporal”, ma vista la complessità dell’arrampicata questa muterà ben presto in “El Sergent”. Le interviste con i superstiti del gruppo, le sequenze girate allora, le ripetizioni attuali compiute dagli stessi protagonisti, ci immettono in un periodo socialmente complesso che ha dei rimandi anche nel mondo dell’alpinismo.

“Non è importante raggiungere la vetta ma arrampicare per cercare la difficoltà”, tale è la filosofia del gruppo, affermazione condivisibile o no: una contestazione forte, per quei tempi, all’ambiente ufficiale dell’alpinismo, Club alpino italiano, e non solo. Questo modo di arrampicare diviene L’aria del nuovo mattino. Aprire nuovi itinerari, chiodare e poi schiodare tutto, tranne le soste, in modo che i ripetitori si confrontino con le stesse difficoltà dei ‘primi salitori’.

Il documentario percorre strade innovative utilizzando molteplici linguaggi: la voce fuori campo che si sovrappone sui piani di lettura, l’utilizzo dei disegni animati, le interviste e il modo scanzonato e ironico ma autentico di raccontare dei vari componenti del “gruppo” contrapposto al racconto “ufficiale” degli allora componenti la Scuola di Alpinismo “Gervasutti” del Cai di Torino. L’uso del colore un po’ slavato, realizzato in post-produzione, delle immagini di arrampicata odierna si miscela intelligentemente con il colore delle riprese d’epoca. Alcune delle affermazioni di Emanuele Cassarà sono grevi, quando definisce Motti “influenzatore negativo della sua generazione”, in quanto, secondo lui, spinse all’eccesso giovani alpinisti che andarono così incontro alla morte.

Considerazioni eccessive, seppure contestualizzate al periodo storico e alla narrazione del documentario. Fra tutti i personaggi intervistati, emerge la figura di Andrea Gobetti, affabulatore sopra le righe, vero, diretto, ai limiti della cattiveria con se stesso ma estremamente sincero.

Regia Franco Fornaris (Italia 2006) – 60 minuti