Cento anni fa iniziava l’epopea dell’Everest

Qualche giorno prima del Natale del 1920, un telegramma inviato dall’India annunciava il via libera alla prima spedizione britannica

Un’immagine del monte Everest, visto dalla rongbuk valley © Fonte Wikipedia

Era il 20 dicembre 1920 quando, cent’anni fa, cominciò l’epopea della “conquista” dell’Everest. Quel giorno, senza alcun preavviso, l’India Office di Londra ricevette un telegramma che fece sobbalzare sulla sedia gli impiegati della segreteria. Il messaggio annunciava la concessione del permesso del Dalai Lama per una spedizione alpinistica britannica diretta alla montagna più alta della Terra.

Durante la settimana di Natale i componenti del Comitato organizzatore per l’Everest, espressione della Royal Geographical Society e dell’Alpine del Club di Londra, trascorsero notti insonni. La sorpresa e l’euforia per l’imminente avventura cancellarono di colpo la depressione del dopoguerra. I preparativi per una prima spedizione esplorativa al mastodonte himalayano cominciarono immediatamente. Nelle settimane successive sarebbe stata avviata la raccolta dei fondi per il viaggio e il Comitato avrebbe selezionato la squadra degli alpinisti.

Parecchi mesi prima, in aprile, il Comitato aveva inviato un suo rappresentante in India, il tenente colonnello Charles Kenneth Howard Bury, per inoltrare alle autorità tibetane una circostanziata richiesta di accesso all’Everest. Una missione in apparenza senza speranze. Tuttavia l’inviato britannico era stato così convincente che le autorità anglo-indiane avevano chiesto a Charles Bell, il British Political Officer in missione diplomatica a Lhasa, di occuparsi della questione. E il Dalai Lama, alla fine, aveva acconsentito.

I membri della prima spedizione esplorativa © Wikipedia

Un progetto grandioso

Nell’ambiente alpinistico d’oltremanica, il progetto di una spedizione all’Everest covava da molto tempo. Gli anglo-indiani erano riusciti a misurare la montagna più alta del globo già nel 1852. Ovviamente lo avevano fatto da grande distanza, perché i regni himalayani erano off-limits per gli stranieri. I topografi militari avevano piazzato un gigantesco teodolite su alcune Station Peak situate vicine al confine tra l’India britannica e il Nepal (la più prossima distava 179 chilometri in linea d’aria dalla cima del Peak XV, che si sospettava fosse la più alta del globo.

Radhanath Sikdar ritratto in un francobollo indiano

I dati raccolti erano poi stati riesaminati con cura da una dozzina di formidabili computers (uomini particolarmente versati nell’arte del calcolo, non macchine) nel quartier generale del Servizio geodetico e trigonometrico anglo-indiano, finché Radhanat Sikdar, il capo del Computing Office, aveva comunicato ai dirigenti la scoperta. A Waugh, il sovrintendente del Survey of India, il toponimo Peak XV dovette però sembrare troppo banale per identificare la montagna che si era appena conquistata il record d’altezza, e propose di cambiarlo con quello del suo predecessore, George Everest. Detto, fatto. Peccato però che nessuno sapesse esattamente come arrivare ai suoi piedi.

Dalla Cina o dal Nepal?

Nel 1885, Clinton Dent, uno degli scalatori britannici più celebri dell’epoca, proclamò che la salita dell’Everest era possibile. E il celebre esploratore Francis Younghusband caldeggiò fin da subito il progetto. Sulle prime si pensò a un avvicinamento attraverso il Nepal, che però non volle saperne. E qualche tempo dopo, a causa del peggioramento dei rapporti tra i britannici e i tibetani, fallì anche il progetto di arrivare ai piedi della montagna passando dal Tibet. Poi accadde qualcosa che nessuno avrebbe immaginato.

 

Il panorama dell’everest © Wikipedia

Nel 1910, i cinesi occuparono Lhasa, e per un paio d’anni, i britannici offrirono ospitalità al Dalai Lama in India. A quel punto, la febbre dell’Everest nei circoli degli scalatori britannici salì alle stelle. A Londra, l’Alpine Club e la Royal Geographical Society cominciarono a fare i piani per una possibile spedizione, scontrandosi con John Morley, il segretario di Stato per gli affari indiani, che non voleva ingerenze con la politica britannica in Tibet.
Ancora una volta, però, non se ne fece nulla. I massacri della Grande guerra sul fronte occidentale bloccarono per un lustro ogni velleità alpinistica.
Tuttavia, nonostante le gravi perdite registrate tra le file degli scalatori d’oltre Manica, dopo l’armistizio del 1918 l’idea di scalare il mastodonte dell’Himalaya tornò a imporsi con urgenza. Si fece sentire anche John B. Noel, che nel 1913 era entrato clandestinamente in Tibet e si era spinto fino sino a 60 chilometri dall’Everest, scorgendone in lontananza300 metri della piramide sommitale.

Ottenuto il permesso, il Comitato per l’Everest fece un piano da realizzare in due fasi successive: il gruppo in partenza nella primavera del 1921 avrebbe esplorato la strada d’accesso alla montagna. Sarebbe partito da Darjeeling, in India, avrebbe attraversato il Sikkim e, una volta giunto sull’altopiano tibetano, avrebbe continuato sino ai piedi della montagna. Poi, nel 1922, una seconda spedizione avrebbe tentato il balzo finale