La platea del convegno di presentazione dei dati di Artemis 4554, tenutosi allo Stato Maggiore Aeronautica a Roma © Aeronautica Militare
Case report della Direttrice della Scuola nazionale medici del CNSAS Dott.ssa Berteletti © Aeronautica Militare
Il Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Gen. Antonio Conserva © Aeronautica Militare
Alcuni test svolti a Capanna Margherita per la missione Artemis 4554 © Aeronautica Militare
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Alcuni test svolti a Capanna Margherita per la missione Artemis 4554 © Aeronautica Militare
Mission Specialist di Artemis 4554 e soccorritori insieme in cordata © Aeronautica Militare
La progressione in quota dei militari dell'Aeronautica, guidati dal Soccorso Alpino
C’è un filo che lega la montagna al volo. Non è solo una questione di altitudine, ma di limite. Di come il corpo umano reagisce quando l’ossigeno diminuisce, quando le condizioni diventano estreme, quando ogni parametro cambia. È su questo filo che si è mossa Artemis 4554, la missione scientifica dell’Aeronautica Militare i cui risultati sono stati presentati a Roma nel convegno dedicato alla fisiologia dell’alta quota.
Tutto inizia con Angelo Mosso
Il punto di partenza è lo stesso di oltre un secolo fa: il Monte Rosa. Più precisamente la Capanna Margherita, a 4.554 metri, il rifugio più alto d’Europa. Qui Angelo Mosso aveva iniziato a osservare gli effetti dell’altitudine sul corpo umano. Oggi, con strumenti diversi ma con la stessa intuizione, si è tornati a studiare cosa accade quando si sale davvero, quando l’ipossia non è simulata ma vissuta.
La missione Artemis 4554 è stata costruita proprio così. Non un esperimento isolato, ma un percorso progressivo: Alagna Valsesia, poi Capanna Gnifetti a 3.647 metri, infine la Regina Margherita. Un gradiente altimetrico reale, necessario per leggere le trasformazioni fisiologiche mentre accadono.
In questo contesto, la presenza del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico non è un dettaglio organizzativo, ma una condizione abilitante. Sono i tecnici del CNSAS ad avere accompagnato medici, ricercatori e mission specialist in tutte le fasi della salita, garantendo sicurezza e operatività in un ambiente dove la ricerca non può permettersi imprevisti. È una collaborazione che affonda le radici nella storia comune con l’Aeronautica Militare e che qui trova una delle sue espressioni più concrete.
Perché lavorare a 4.500 metri significa muoversi in un ambiente ostile, dove ogni attività, anche la più semplice, richiede adattamento. E proprio in questa complessità si costruisce il valore scientifico della missione.
Come cambiano il sonno e la vista in quota?
I protocolli sperimentali hanno analizzato le risposte cardiorespiratorie e metaboliche all’ipossia, le modificazioni neurocognitive, le variazioni biochimiche e gli assetti neuroendocrini. Sono stati studiati i marcatori dello stress ossidativo, la qualità del sonno in quota e le alterazioni della percezione visiva. Accanto a questo, spazio anche a tecniche innovative, come l’impiego della realtà virtuale e della mindfulness nella gestione dello stress in ambienti estremi.
Non è ricerca fine a sé stessa. È un lavoro che guarda direttamente alla medicina aeronautica e spaziale. Perché l’alta quota rappresenta uno dei pochi analoghi terrestri delle condizioni che si sperimentano in volo e, sempre più, nello spazio. Capire come il corpo reagisce in queste condizioni significa migliorare la sicurezza, affinare i protocolli operativi, anticipare criticità.
Il valore della missione emerge anche dalle parole dei protagonisti. Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Antonio Conserva, ha sottolineato come “le evidenze scientifiche che emergeranno dagli studi condotti su queste vette forniranno un contributo fondamentale nel capire come il corpo umano si comporta nelle nostre specifiche attività, ovvero il volo umano, sia esso a protezione dei cieli che nello spazio”.
Sulla stessa linea il Capo del Corpo Sanitario Aeronautico, Generale Ispettore Capo Pietro Perelli, che ha evidenziato come “gli ambienti estremi in alta quota rappresentano un analogo terrestre delle condizioni spaziali” e che “comprendere come il corpo umano si adatta a queste sfide significa costruire conoscenze preziose per la medicina aeronautica e spaziale”.
Una collaborazione riconosciuta anche dal Presidente del CNSAS Maurizio Dellantonio, che ha ricordato come “la collaborazione tra l’Aeronautica Militare e il Soccorso Alpino sia vincente” e che, rivolgendosi agli aviatori, “siamo stati al vostro fianco in questa missione così come lo facciamo tutto l’anno per soccorrere persone in difficoltà”.
Il convegno di Roma ha restituito non solo i risultati, ma un modello: integrazione tra mondo militare e ricerca accademica, tra laboratorio e ambiente reale, tra studio e applicazione.