Ricostruzione del cranio di Macroplacus raeticus - Foto Nobu Tamura - Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0Non capita tutti i giorni di camminare lungo un pendio e imbattersi in un segreto vecchio 200 milioni di anni. Eppure, è proprio quello che è successo a Pio Carlo Brizzi, un escursionista che, nei pressi di Orezzo, frazione di Gazzaniga (BG), nelle Prealpi bergamasche, ha rinvenuto un reperto destinato a diventare protagonista di una nuova pagina della paleontologia italiana ed europea.
Tra le rocce l’escursionista ha notato un fossile, prontamente affidato al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo. Le analisi effettuate da un team di esperti - Stefania Nosotti e Simone Maganuco, ricercatori indipendenti affiliati al Museo di Storia Naturale di Milano, e Federico Confortini del Museo Civico di Scienze Naturali “Enrico Caffi” di Bergamo – hanno portato a identificare il reperto come cranio di un Macroplacus raeticus, un rettile marino corazzato appartenente al gruppo dei placodonti, vissuto nel Triassico superiore.
La scoperta, che rappresenta la prima segnalazione della specie in Italia, è stata recentemente descritta sulla Rivista Italiana di Paleontologia e Stratigrafia.
Un’antica “tartaruga” dai denti possenti
Nel lontano Triassico, oltre 200 milioni di anni fa, il territorio orobico appariva decisamente differente dai tempi attuali. Le vette dell'arco alpino ancora non facevano la loro comparsa e la zona era caratterizzata dalla presenza di un mare caldo e poco profondo.
In queste acque nuotavano i placodonti, rettili che somigliavano alle nostre tartarughe. Una somiglianza solo superficiale, senza effettiva parentela su base genetica. Il nome placodonte fa riferimento a una specializzazione unica di questi antichi animali preistorici, dotati di denti piatti e tondeggianti, capaci di macinare l'involucro duro di molluschi e crostacei.
La forma del cranio, la presenza dei caratteristici denti a piastra e la identificazione della roccia di origine del fossile nel Calcare di Zu, formazione geologica risalente al periodo Retico, hanno portato gli esperti a ipotizzare di trovarsi di fronte a un placodonte. Ma la vera sorpresa doveva ancora arrivare.
A analisi più approfondite hanno rivelato che si trattava di un esemplare rarissimo di Macroplacus raeticus. A livello italiano si tratta del primo reperto attribuibile alla specie; a livello mondiale è il secondo in assoluto dopo l'unico esemplare noto fino ad oggi: un cranio rinvenuto nelle Alpi bavaresi e descritto nel 1975.
Per confermare l'identità del fossile è stata condotta un’approfondita analisi anatomica, che ha previsto anche l'uso della tomografia computerizzata (CT scan), realizzata per esplorare le parti interne del cranio. Il reperto è stato attentamente confrontato con il cranio bavarese e con reperti appartenenti ad altri placodonti. Lo studio ha incluso anche un'importante analisi filogenetica, ovvero dei rapporti di parentela tra le specie, che ha confermato lo stretto legame tra l'esemplare bergamasco e il genere Macroplacus.
Le analisi non hanno lasciato dubbi: la pseudo-tartaruga di Orezzo era un Macroplacus raeticus, anche se tra l'esemplare bergamasco e quello tedesco è emersa in realtà una differenza. Il cranio di Orezzo risulta essere circa la metà dell’altro, ma si tratta di una discrepanza che trova spiegazione in un divario di età, da un lato un individuo giovane, dall’altro un individuo adulto.
Il prezioso fossile è oggi custodito ed esposto al Museo Civico di Scienze Naturali “Enrico Caffi” di Bergamo, accompagnato da una riproduzione in 3D del cranio e dalla ricostruzione integrale dell’aspetto dell’animale, che permettono ai visitatori di apprezzare a pieno l'anatomia dell’antica creatura.
I tesori preistorici delle Prealpi bergamasche
Il ritrovamento di questo raro Macroplacus conferma le Prealpi bergamasche come uno scrigno di tesori per la paleontologia italiana e mondiale. Questa scoperta non è che l'ultimo, straordinario tassello di un mosaico che vede la Val Seriana protagonista da decenni di scoperte eccezionali.
Basti pensare al celebre ritrovamento di Cene, dove negli anni '70 emerse l'Eudimorphodon ranzii, uno dei più antichi e completi rettili volanti al mondo, oppure alle impronte di rettili triassici scoperte nell’arenaria del Pizzo del Diavolo di Tenda o ai rari insetti fossili di Gorno.
Dai cieli del Triassico dominati dagli pterosauri ai fondali marini abitati dai placodonti, le rocce bergamasche continuano a restituire capitoli affascinanti e rari della storia della vita sulla Terra.