D’alpinismo e d’amore: tre libri per tre cordate di vita

Ci sono alpinisti che fanno della salita in solitaria la cifra stilistica del proprio modo di affrontare la montagna. E altri che invece fanno cordata anche nella vita. Tre libri per tre grandissime coppie alpinistiche.

Ci sono alpinisti che fanno della salita in solitaria la cifra stilistica del proprio modo di affrontare la montagna. Uguali e contrari, ci sono quelli che invece hanno scalato insieme, costituendo una cordata anche nella vita. Ecco tre libri d’alpinismo e d’amore.  

Di primati e di rinunce

Maggio 2009: Nives Meroi è in piena corsa per diventare la prima donna al mondo a scalare tutti i 14 Ottomila. Nella “corona” ne sono già incastonati undici. Il Kanchenjunga, terza vetta del mondo (8586 m), è una tappa decisiva, che può avvantaggiarla rispetto alle altre due candidate, l’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner e la sudcoreana Oh Eun-sun. Come sempre, è lì con suo marito, Romano Benet, e come sempre i due non usano ossigeno supplementare e non si fanno aiutare dai portatori d’alta quota: scalano insieme, nell’aria rarefatta, entrano nella “zona della morte”, il vento sferza ogni passo, ma lei è in forma perfetta, la vetta è alla sua portata. Romano invece si ferma: è sempre stato lui quello forte, quello che batteva traccia nella neve, ora, a 7500 metri non ce la fa. Si sente svuotato, stanco. Nives lo conosce bene, sono sposati dal 1989 (da 20 anni precisi), scalano insieme da ancora prima, e capisce che qualcosa non va forse meglio di lui. Lasciare suo marito a “riposare” in attesa che lei compia l’impresa, come insiste lui, o scendere subito e insieme? Nives non esita un istante.

Poche settimane dopo scopriranno la ragione di quella stanchezza: una gravissima forma di aplasia midollare, una malattia del sangue, che richiederà due trapianti e anni di cure per essere debellata.

Nives perderà quel primato, non sarà lei la prima donna a conquistare i 14 Ottomila: del resto né lei, né Romano hanno mai ceduto a questo genere di lusinghe e di fama, per quanto seducenti. La purezza del loro stile arriva da dentro. Sul Kanchenjunga saliranno dopo la più difficile scalata della loro vita, ovvero quella verso la guarigione di Romano, esattamente cinque anni dopo, nel maggio 2014. Diventeranno la prima coppia a completare la Corona dell’Himalaya. 

Questa storia che parla di passione e rispetto per le persone e per la montagna, di sacrificio e di rinuncia come più alta espressione di altruismo e di amore, è al centro del libro Non ti farò aspettare di Nives Meroi (Rizzoli 2015): “la storia di noi due raccontata da me”. 

 

Di libertà e di grandi spazi

Silvia, ti voglio bene. Ho avuto, con te, una vita bellissima”. Gino Buscaini aveva capito che se ne sarebbe andato presto. La Golf che lo aveva portato in giro per il mondo con Silvia Metzeltin, sua moglie, era il posto più giusto per un’ultima, semplice dichiarazione, nell’aria pulita delle maestose Dolomiti croccanti di verde e di roccia. Su quell’auto i due avevano stabilito la loro casa, il loro ufficio, il loro tappeto volante verso i sogni di libertà che li avevano uniti per 35 anni. Da quando avevano entrambi partecipato a una spedizione in Patagonia con il CAI di Trieste, nel 1967: erano tornati cambiati ed erano cambiati insieme. Non avrebbero più potuto proseguire con la vecchia vita: lei geologa, lui pilota per l’Aeronautica Militare. Misero la libertà al primo posto e pagarono volentieri il prezzo: vivere con poco. Prima della Golf, fu una Land Rover il nido viaggiante: una volta ci andarono da Lugano, casa di Silvia, in Himalaya. La cambiarono quando iniziò a costare troppo.

I due si erano in realtà conosciuti quasi dieci anni prima, nel 1958, sullo Spigolo Nord del Pizzo Badile. Ma fu proprio la Patagonia il loro luogo d’elezione: vi realizzarono 70 ascensioni, di cui 43 in prima assoluta. La esplorarono con la capacità e il privilegio di conoscerla prima che si aprisse a diventare una delle più ambite mete alpinistiche mondiali. Per questo il libro Patagonia. Terra magica per viaggiatori e alpinisti, firmato da entrambi nel 1987 per l’editore Dall’Oglio (uscito nel 1998 in una nuova edizione con Corbaccio), è più che un diario, è “un invito al sogno”, come scrissero nella prefazione, un racconto intimo che svela il legame profondo tra l’uomo e la natura, e fra due anime in armonia perfetta con il mondo e fra loro. Si completavano anche editorialmente: Silvia scriveva, Gino disegnava, una passione che lo portò a dirigere per vent’anni, fino all’ultimo, la celebre collana CAI-TCI delle Guide ai Monti d’Italia, di cui curò personalmente sette volumi (la sua dimensione artistica è stata valorizzata nel bel libro Scalate di penna e grafite, di Alessandra Beltrame, Giovanna Durì, Silvia Metzeltin, Ronzani 2024).

Gino morì il 14 settembre 2002, di infarto. Disse Silvia: abbiamo fatto tutto insieme, libri, viaggi, scalate, salutarlo è stato difficile, ma in fondo non ci siamo mai lasciati. Non è il vuoto che lascia l’amore, ma un sempre pieno, ovunque sia.

 

Di ferite e d’incontri

Un colpo di fulmine. Un incontro che cambia il corso di un’esistenza. Per Ninì Pietrasanta e Gabriele Boccalatte fu così. A spingerli l’uno fra le braccia dell’altro fu un piccolo incidente, nel luglio 1932. Lui si era ferito alla testa cadendo per il cedimento di un appiglio, durante una scalata di allenamento al tentativo alla Nord delle Grandes Jorasses con Giusto Gervasutti e Piero Zanetti. Lei si era offerta di medicarlo, avendo competenze infermieristiche, come si doveva a una ragazza di buona famiglia quale era. I due in realtà si erano incontrati qualche giorno prima a Chamonix, e avevano pranzato insieme. Fu il padre di Ninì, Riccardo, a consigliarle di accompagnare quel giovane alla Capanna Leschaux, da dove sarebbe dovuto partire per l’impresa che stava preparando, e che in realtà non si fece a causa del maltempo (fu salita invece Pointe Ninì). Fu evidente a tutti, Renato Chabod per primo, che fra di loro era scoccato il colpo di fulmine. 

Boccalatte e Pietrasanta furono i più grandi alpinisti degli anni Trenta: singolarmente come uomo e come donna, ma poi anche insieme. Dopo Pointe Ninì iniziò il “tempo delle meraviglie”, costellato da tre imprese che fecero la storia: la terza salita della Cresta dell’Aiguille Noire de Peutérey (1934), una nuova via della Ovest sempre sulla Noire (1935), il Pilone Est-Nord-Est del Mont Blanc du Tacul, noto poi come Pilier Boccalatte (1937).

Non fu solo la passione per la montagna a unirli: lo evidenzia bene Dante Colli nel corposo libro Oltre la vetta. Vita e imprese di Gabriele Boccalatte e Ninì Pietrasanta (Nuovi Sentieri 2016), impreziosito da un meraviglioso apparato fotografico proveniente dagli Archivi della Famiglia Boccalatte. Non solo una biografia, ma un accurato lavoro di ricostruzione di un’epoca, sia dal punto di vista alpinistico che storico e sociale. E si comprende bene come quei due ragazzi, pur provenendo da mondi diversi (quello torinese lui, quello milanese lei), avessero in comune una certa levatura culturale, entrambi amavano la musica e l’arte, suonavano il pianoforte, avevano uno sguardo aperto e libero sul mondo. 

Fu un fuoco che bruciò in fretta purtroppo. Gabriele e Ninì si erano conosciuti nel 1932, si erano sposati nel 1936, nel 1937 era nato il piccolo Lorenzo (che ancora vive). Il 24 agosto 1938 Gabriele morì in Val Ferret tentando con Mario Piolti l’Aiguille de Triolet. Ninì non tornò mai più in parete e portò Lorenzo in montagna solo per sciare, sua grande passione, e andar per boschi. Fece anche qualche gara di fondo, e si spense nel 2000. Solo dopo la sua morte la famiglia scoprì chi fosse davvero e capì il suo grande amore: era chiuso in diverse scatole insieme a migliaia di fotografie, in soffitta. Amore e montagna furono un tutt’uno e niente poté mai separarli.