Donne e selvatico, un confronto per scardinare i pregiudizi

Il laboratorio di scrittura creativa 'Tracce' ha approfondito la relazione del mondo femminile con la natura. Sustersic. "Le donne sono dei magazzini di opinioni sociali molto varie, era interessante lavorare con loro. Ci siamo interrogate su cosa significa affrontare un rischio"

Una stanza con una grande tavola rettangolare posta al centro e sedici donne sedute attorno, con quaderno e penna, pronte a raccontarsi e a scrivere le proprie esperienze con la natura e gli animali selvatici. Così si è svolto il laboratorio di scrittura creativa "Tracce", a Larido, frazione di Bleggio Superiore, in provincia di Trento. Il ciclo di incontri si è concluso lunedì 1° aprile dopo cinque appuntamenti serali. 

 

Il laboratorio è stato progettato e realizzato dalla psicoterapeuta Federica Mattarei e dalla giornalista e divulgatrice scientifica Anna Sustersic. La prima ha curato gli aspetti più intimi ed emotivi, mentre la seconda quelli più pratici, proponendo alle partecipanti degli esercizi affinché tramutassero in parole scritte le proprie esperienze di vita. Entrambe le professioniste hanno guidato le donne che hanno partecipato al progetto in un vero e proprio viaggio alla ricerca di una consapevolezza del valore dell'incontro umano-natura, che si tramutasse in un'esperienza lucida e trasmissibile agli altri. Seguirà infatti una pubblicazione scritta con alcune storie emerse durante il laboratorio. “Si mettevano su questa enorme tavola tutti gli elementi per capire come le donne di quello specifico territorio vivono il rapporto con la natura, per poi chiederci tutte insieme dove stiamo andando” racconta Anna Sustersic. Ma prima di approfondire i dettagli del laboratorio con lei, è utile avere il contesto geografico in cui questo si è svolto. 

Il territorio di Larido

Larido si trova nell'area sud-occidentale del Trentino, nel comune di Bleggio Superione, quest'ultimo inscritto nella zona delle Giudicarie Esteriori. Un territorio situato nel Parco Naturale Adamello Brenta, squisitamente montano, e compreso nella Riserva di Biosfera Alpi Ledrensi e Judicaria. Qui ci sono ben 1600 specie di flora e 149 specie di fauna protette.

Le Alpi in generale, il Trentino occidentale in particolare, sono abituate alla presenza di grandi carnivori: orso bruno, lupo, lince, sciacallo dorato. Secondo il Rapporto Grandi Carnivori 2024, pubblicato dal Servizio Faunistico della provincia autonoma di Trento, il numero di orsi sul territorio è pari a 98, come nel 2023, esclusi i cuccioli, che sono 26. Per quanto riguarda il lupo, è stata stimata una presenza di 27 branchi, composti da un minimo di 3 e un massimo di 14 esemplari. Nel conto non rientrano i lupi solitari, quelli in dispersione alla ricerca di nuovi territori e di partner. Di lince ne è stato individuato un unico esemplare dal 2008 al 2022 in provincia di Trento, e non risultano presenze nel 2023 e 2024. Infine, dello sciacallo dorato – un canide di dimensioni intermedie tra un lupo e una volpe – sono stati rilevati 4 nuclei riproduttivi

 

In passato, la presenza di grandi carnivori non è stata così alta: alla fine degli anni Novanta c'erano solo 3-4 esemplari di orso bruno, che non erano in grado di riprodursi. Nel 1999 è stato avviato un progetto di reintroduzione dell'animale: tra il 1999 e il 2002 ne sono stati reintrodotti 10 2 maschi e 8 femmine – nel Gruppo del Brenta, provenienti dalla Slovenia. Anche il lupo è stato sempre presente – basti pensare ad alcuni toponimi come "Valle del Lupo" o "Grotta della Lovara" (lovara è un termine che indica le trappole per lupi). Tuttavia, a causa della caccia, fatta dagli uomini per tutelare gli allevamenti, si perdono le tracce del lupo a partire dalla seconda metà del 1800. Bisogna aspettare il 2008 per ritrovare in Val di Fiemme i primi resti di un esemplare morto, e gli anni successivi per osservare un aumento della popolazione di lupi, fino ad arrivare alle consistenze attuali.

Ed ora, la parola ad Anna Sustersic.

 

Perché vi interessava il territorio di Larido?

Perché ha avuto tutti i grandi carnivori: orso, lupo, lince, sciacallo dorato. Oggi la lince non c'è più, per lungo tempo ce n'è stata una sola che non riusciva a portare avanti la specie. Ma ci sono gli altri tre. Questa presenza rende il Trentino occidentale diverso da quello orientale, dove ci sono i lupi ma non l'orso. Quindi già in questa regione ci sono delle realtà molto diverse tra di loro che vivono la coesistenza in modo, suppongo, diverso. L'idea è quella di ripetere l'esperienza in altre zone proprio per avere una sorta di geografia narrativa che ci permette di raccontare quali sono le differenze e quali le similitudini.

Il ruolo sociale della donna

Perché hai voluto che il pubblico fosse solo femminile?

Perché spesso e volentieri i portatori di interesse che ruotano attorno al tema del lupo o dell'orso sono uomini. Pertanto non c'è molta occasione di confrontarsi con le donne. Ma loro sono dei magazzini di opinioni sociali molto varie: raccolgono i pensieri della propria famiglia, del paese, spesso sono insegnanti, quindi anche i pensieri degli alunni e delle loro famiglie. Si costruiscono un punto di vista che è molto aperto a raccogliere opinioni diverse. Ci interessava vedere che cosa c'è in questi repositori di opinioni sociali. 

E cosa è emerso?

Sicuramente fascinazione verso il selvatico, desiderio di tornare ad una vita più connessa con la natura. Ma anche timori, scarsa confidenza con i comportamenti da adottare, non solo di fronte agli animali, ma come società di fronte alla montagna. Come società che non ne riconosce più gli aspetti selvatici, e quindi rischiosi. Si è parlato sia di respingenza di questi elementi di rischio sia di desiderio di riuscire a reimpossessarsi della capacità di affrontare tutte queste cose e questo mi è parso estremamente interessante. C'è da dire che viviamo in un momento storico in cui da un lato siamo molto lontani dalla natura, molto disabituati a tutta una serie di significati e di comportamenti che il selvatico ci richiede; dall'altro lato stiamo anche assistendo ad un ritorno del selvatico, che origina da un diverso uso che stiamo facendo del suolo montano: non abbiamo più attività produttive economiche così fortemente legate all'ambiente naturale, quindi il selvatico si sta ricollocando in spazi da cui è stato cacciato proprio in funzione di queste attività produttive, economiche. E quindi c'è voglia di prendere confidenza con se stessi come abitanti di una zona di ecotono; di stabilire i giusti confini fra selvatico e umano e, nel momento in cui c'è qualche scambio tra i due mondi, saperlo gestire e affrontare in modo sicuro, autonomo e indipendente. Le donne si sono interrogate anche su cosa significa, nel concreto, vivere il rapporto con il selvatico: cosa vuol dire affrontare una paura, un rischio? Dalla zecca, all'ape, all'orso, alla vegetazione. Molte conversazioni sono ruotate attorno al capire se sia realistico pensare di affrontare i timori, con quali strategie e comportamenti. E poi sono emersi anche dei pregiudizi, delle frasi pacchetto. 

Il significato delle parole

Con pregiudizi cosa intendi?

Alcune frasi pacchetto che venivano ripetute erano: "loro hanno detto – loro hanno pensato che era il caso di riportare gli orsi – la situazione è scappata di mano". Ma chi sono questi "loro" misteriosi? Che significa che la situazione è scappata di mano? Da che punto di vista? È l'istituzione che non ha più il controllo oppure il numero di animali è troppo elevato? E se è così, elevato rispetto a cosa? Alla capacità ambientale, a quella sociale, alla disponibilità di spazio e risorse? Bisogna capire che significato hanno le parole che usiamo tutti i giorni, anche perché siamo influenzati dai media, dai racconti della comunità, ma esistono più piani di realtà ed è importante analizzarli, porsi il dubbio.

In che modo la narrazione collettiva si può arricchire grazie agli spunti e agli approfondimenti fatti nel laboratorio? 

Intanto, in un mondo che generalizza e semplifica tantissimo, si può fare il processo inverso, cioè andare a cercare le narrazioni sottili, di piccole località e guardare come queste si differenziano l'una dall'altra, magari a distanza di pochi chilometri perché cambiano le condizioni ambientali, il patrimonio culturale. Diventa molto importante da un punto di vista identitario e può essere molto favorevole approfondire delle radici senza le quali siamo estremamente fragili e in balia di tutto quello che ci arriva dall'esterno. 

Ci racconti qualche storia delle partecipanti?

Alcune hanno parlato di incontri positivi con animali, ad esempio con l'orso; altre hanno avuto paura nel bosco, sorprese dai caprioli che sono usciti fuori inaspettatamente; altre hanno raccontato le sensazioni provate in natura; altre ancora hanno una malga in montagna. Per loro, che già vivono in un ambiente naturale selvatico, l'incontro con gli animali è piacevole, ma c'è anche il pensiero più tecnico-strategico del dover proteggere i propri animali nella malga.
 

Che atmosfera c'era durante i laboratori?

C'era lo stesso clima amichevole, disteso e sereno del filò, un'usanza delle donne di riunirsi la sera a filare e condividere storie, esperienze. Era uno strumento sociale utilizzato proprio per rafforzare le comunità. Le più anziane lavoravano insieme alle più giovani e le educavano a diventare donne. Avere un gruppo al femminile stimola dinamiche di comprensione, confidenza, dialogo familiare e intimo, in cui non c'è spazio per il giudizio, ma accoglienza. Non c'erano punti di vista giusti o sbagliati: sono state raccontate esperienze toccanti e difficili e tutte hanno partecipato con curiosità, con la voglia di mettersi in discussione e di ascoltare i feedback delle altre.

 

Avete lavorato solo in presenza o assegnavi anche "compiti per casa"?

Con ciascuna abbiamo individuato un nucleo narrativo e su quello abbiamo lavorato insieme durante il laboratorio e le partecipanti a casa da sole con gli esercizi che assegnavo. Nonostante ci siano state delle difficoltà, loro erano molto solerti e curiose, mi mandavano compiti di tre pagine di word anche all'una del mattino! Proponevo loro un'analisi del testo sia dal punto di vista della struttura sia del ritmo e poi, tramite una specie di intervista, provavamo ad esplodere alcune parti del racconto, ad approfondirle, a fare più domande.

 

“Il laboratorio mi ha lasciato speranza, legame e dubbio. Ho visto la voglia di prendere in mano una tematica delicata ma anche fondamentale in questo momento storico" A. Sustersic

 

Avevi già fatto dei laboratori con Federica Mattarei durante i festival Coesistenze. Questo svolto a Larido è stato diverso?

Sì e credo che sia in gran parte una questione di tempo a disposizione: i laboratori di Coesistenze si svolgono solo in una parte della giornata, quindi servono per aprire finestre su un tema importante e fare delle prime riflessioni. Ci sono approcci più polemici per il semplice fatto che c'è solo quel momento per esprimersi. E le serate divulgative non permettono di sviluppare un approfondimento e un dialogo come quello che c'è stato a Larido. Avere a disposizione cinque momenti di incontro di 2 ore ciascuna cambia radicalmente la questione perché, appunto, c'è molto più tempo. In più cambiano molto le dinamiche del gruppo: i gruppi omogenei – ad esempio solo cacciatori, solo allevatori, solo operatori turistici – aiutano molto il dialogo. Se i gruppi sono misti, la conversazione è più difficile, ci sono più dinamiche da gestire, anche che non hanno a che fare con la tematica del laboratorio.

Anche tu sei una donna, ti sei ritrovata nelle narrazioni che sono emerse?

Alla fine dell'appuntamento abbiamo chiesto a ciascuna di loro di dirci che cosa ha lasciato questa esperienza e io e Federica abbiamo fatto altrettanto. Io ho scritto che il laboratorio mi ha lasciato speranza, legame e dubbio. Speranza perché ho visto una voglia di prendere in mano una tematica che è così delicata ma anche fondamentale in questo momento storico. E il fatto che le donne, che sono in mezzo a tante dinamiche sociali, abbiano voglia di affrontare l'argomento e rifletterci mi ha dato grandissima speranza. In un mondo che va avanti per messaggi, commenti, comunicazione a-personale, ritrovare dei momenti di legame così forte, di confidenza, di complicità di genere, è stato bellissimo, oltre che raro. Infine, dubbio perché mi sono chiesta se mi sono chiesta abbastanza, nel senso che dal punto di vista professionale ho sicuramente incontrato un sacco di riflessioni e di nodi che a mia volta mi hanno fatto mettere in dubbio quello che ho pensato e ricostruire dei pensieri ed è stato estremamente interessante.