Vedretta del Mandrone, 2010 - Foto Francesco Falsina - Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Pian di neve, Adamello - Foto SPIW - Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Ghiacciaio del Mandrone, 1972 - Foto Ziegler175 - Ernst Ziegler, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Ghiacciai del Mandrone e Lobbie - Foto Denis Faustinelli - Wikimedia Commons, CC BY 3.0
Corno Bianco - Pian di neve - Foto Francesco Zanardini - Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0Quando si parla di crisi climatica e ritiro dei ghiacciai, spesso ci si perde in un labirinto di numeri. Bilanci di massa negativi, metri lineari di arretramento, milioni di metri cubi di acqua equivalente: sono dati fondamentali per la ricerca, ma complessi da visualizzare. Molto più eloquenti sono le immagini, capaci di restituire la misura esatta della trasformazione in atto sul territorio.
L’ultimo esempio di questa potenza visiva arriva dal Servizio Glaciologico Lombardo (SGL), che ha diffuso nei giorni scorsi un confronto fotografico della Vedretta del Mandrone, la più estesa tra le lingue del ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane.
La metamorfosi della Vedretta del Mandrone
Il SGL ha condiviso due scatti, realizzati rispettivamente nel 1956 e 2023, di fronte ai quali si resta inevitabilmente interdetti. La sensazione, a un primo sguardo sfuggente, è di trovarsi di fronte a due stagioni differenti. Purtroppo, la realtà è un’altra. Come richiesto dalla tecnica del confronto fotografico, le due fotografie sono state realizzate nello stesso periodo dell'anno, al termine della stagione di ablazione, e soprattutto mantenendo la medesima inquadratura. Questo rigore prospettico permette di sovrapporre i profili delle creste e delle rocce affioranti, rendendo incontrovertibile il fatto che ciò che manca non è neve passeggera.
“In queste due foto si 'apprezza' come il cambiamento climatico degli ultimi decenni abbia subito un’accelerazione notevole, specie per quei ghiacciai posti a quote prossime alla ELA (linea d’equilibrio) – è il commento dell’ente, che si accompagna al confronto fotografico - . Queste fotografie, la prima del 1956 di Cesare Saibene (archivio CGI) e la seconda di Ivan Peri del 2023, ritraggono il settore del ghiacciaio dell’Adamello posto tra Cima Venerocolo e Corno Bianco.”
La breve lezione fornita dal SGL porta all’attenzione del pubblico un elemento critico per la salute dei ghiacciai alpini: l’innalzamento della ELA, la quota teorica che separa il bacino di accumulo, nella porzione superiore dei ghiacciai, dalla zona di ablazione a valle. Nell’arco di meno di 70 anni, l’ELA si è innalzato in corrispondenza della Vedretta del Mandrone, passando dai circa 3.000 m del 1956 agli attuali 3.200/3.300 m. Poche centinaia di metri di differenza hanno causato una rapida deglacializzazione di tutto il settore.
L’innalzamento dell’ELA rappresenta una problematica estrema per l’Adamello, in quanto si tratta di un ghiacciaio alimentato quasi esclusivamente dalle precipitazioni nevose. Pur restando il più esteso corpo glaciale delle Alpi italiane, con i suoi attuali 13 km² distribuiti a cavallo fra le province di Brescia e di Trento, l’Adamello sta perdendo la capacità fisica di sostenere il proprio bilancio di massa: la zona di accumulo si sta riducendo a tal punto da non poter più compensare la fusione a valle.
Come evidenziato nei mesi scorsi dal SGL, tracciando un bilancio di fine anno dello stato di salute del ghiacciaio, “dal 2001 sono sempre più prevalenti invece gli anni di bilancio di massa negativo, in media di circa 1,5 metri di acqua equivalente sull’intera superficie, che si traducono in milioni di metri cubi di acqua persi a discapito dal ghiaccio accumulatosi fino agli anni ‘80”.
I rilievi condotti nell’ambito del progetto di monitoraggio avanzato, avviato nel 2020 sull’Adamello, confermano l'evidenza fotografica: la fronte della Vedretta del Mandrone, principale effluenza del ghiacciaio, è arretrata di circa 400 metri lineari, con una perdita di spessore di circa 33 metri.
Le Alpi del futuro
La condizione dell'Adamello riflette un trend che interessa l'intera catena alpina. Secondo i recenti dati della Carovana dei Ghiacciai 2025, promossa da Legambiente in collaborazione con CIPRA Italia e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana, la perdita di superficie glaciale in Italia negli ultimi sessant'anni ha superato i 170 chilometri quadrati. La situazione transfrontaliera non è dissimile: in Svizzera il ghiacciaio dell’Aletsch registra un arretramento medio di 40 metri annui tra il 2000 e il 2023, mentre sul versante tedesco dello Zugspitze si ipotizza la scomparsa dei residui glaciali dello Schneeferner già entro il 2030.
Il riscaldamento sulle vette alpine procede a una velocità doppia rispetto alla media globale, influenzando non solo i corpi glaciali ma anche la stabilità del permafrost. Le proiezioni scientifiche indicano che, ai ritmi attuali, entro il 2100 le Alpi potrebbero perdere circa l’80% della massa glaciale rispetto ai livelli del 2000. La scomparsa di questi apparati comporterà un'alterazione degli ecosistemi d'alta quota e una drastica riduzione delle riserve idriche.
Nel 2020 è stato avviato sull’Adamello il progetto “Un suono in estinzione”, volto a registrare i rumori del ghiacciaio sofferente. Un suono che, al pari delle foto del 1956, rischia di diventare memoria di un mondo che non esisterà più.