Paesaggio montano © Pamela Lainati
Geopoeta, nelle terre della percezione
© P. Lainati
Paola Loreto in via ferrata © IG Paola Loreto
Paola Loreto al Piz Boé © IG Paola Loreto
Paola Loreto immersa nella sua "materia" © IG Paola Loreto
Ce l’ha insegnato bene Giacomo Leopardi che la poesia nasce quando mettiamo una siepe a impedire allo sguardo di spaziare nell’orizzonte: è allora che l’Infinito – da lui racchiuso in quindici versi così semplici che ancora non abbiamo finito di interpretare e amare – entra dentro di noi e ci porta oltre la dimensione umana. Quanta poesia hanno ispirato le montagne, per definizione ostacolo e frontiera, relazione e lontananza. Per la giornata mondiale della poesia ne abbiamo parlato con Paola Loreto e Davide Sapienza.
Ecopoesia, quando la poesia si preoccupa di ambiente
Paola Loreto scrive poesie e insegna Letteratura americana all’Università di Bergamo. È stata forse una delle prime in Italia a introdurre il concetto di “ecopoesia”, fino a tradurre l’opera più significativa di Mary Oliver, poetessa americana degli anni ’70, considerata da alcuni l’iniziatrice del genere (Primitivo Americano, Einaudi 2023), in cui si iscrive per esempio anche Gary Snider. Quello Snider, esponente di spicco della beat generation, che anche Marco Blatto segnala fra gli ispiratori della filosofia che sta alla base dell’approccio adottato nel recente manuale di Escursionismo base, da lui curato.
“Il poeta non deve proiettare significati sull’ambiente naturale in quanto ente superiore al centro dell’universo” P. Loreto
Di più, Loreto si è resa conto che la sua stessa poesia era “ecopoesia”, senza sapere che si potesse chiamare così. “La poesia della natura è sempre esistita, da Teocrito e Virgilio, non è una grande novità” spiega. “Però, quando questi studiosi americani hanno cominciato a parlare di eco-poetry, perché è da lì viene, intendevano un posizionamento dell’io lirico, cioè della voce che parla dentro la poesia, diverso da quello, per esempio, della poesia romantica, della natura, e che è eco-centrico. Il poeta non deve proiettare significati sull’ambiente naturale in quanto ente superiore al centro dell’universo, come ci ha insegnato l’Umanesimo”.
Oggi si parla di nuovo Umanesimo, infatti, al cui centro non c’è più solo l’uomo, ma anche la natura, ovvero l’uomo nella sua riconnessione con l’elemento naturale. E il mantra è “Siamo natura, siamo montagna”. Loreto lo chiama “post-umanesimo” e spiega: “A partire dall’epoca modernista, questi studi, per esempio di Robert Frost, cominciano a parlare della natura da una posizione diversa, quella per cui si è osservatori di qualcosa che, in primo luogo, è autonomo, è indipendente, esiste e ha valore di per sé, al di là del fatto che cada sotto i nostri sensi e che ne facciamo uso, e con il quale siamo in un rapporto di interrelazione. Siamo uno degli enti che formano la realtà. Siamo uno dei tanti elementi. Così si definisce una relazione alla pari, e ciò comporta che se uno di questi elementi si muove, l’equilibrio totale viene modificato”.
Il nostro posto nella natura
Un cambio radicale di prospettiva che scardina con forza l’antropocentrismo tradizionale. La conseguenza concettuale e filosofica è fortissima: “Non è vero che sono inerti e io, siccome ho più potere, grazie a queste facoltà, ne faccio quello che voglio, ne sono il padrone (retaggio di un’immagine biblica), perché anche loro sono capaci di agire e di interagire con noi e di influenzare il nostro equilibrio con le cose. Continueremo comunque a illuderci ancora per un po’ di essere onnipotenti, sempre che – come dice qualcuno – il problema esisterà ancora, visto che potremmo essere noi a sparire”.
Un aspetto positivo c’è però: “Stiamo ribilanciando il nostro rapporto con la natura, e capendo che prenderci cura dell’ambiente non porta beneficio solo all’ambiente”. L’ecopoesia porta l’attenzione su tutto questo, anche se gli stessi ecopoeti non concordano univocamente su cosa debba significare quel suffisso, eco. Concordano però sull’utilizzo di un linguaggio ritmico che porti il lettore vicino alla natura, vicino alle sensazioni che evoca, con lo scopo di farlo immedesimare con “una cerva che partorisce”, con “la materia magmatica di una palude che sta attraversando”, come fa Mary Oliver. Per ricordarci che siamo umani, ma anche animali, e avviare “una nuova avventura della conoscenza, un’esperienza diversa della relazione”.
La poesia non è solo ferma contemplazione
Chi volesse capire cosa si intende per ecopoesia, può leggere Mary Oliver, ma anche il libro di Paola Loreto, In quota e altre ascese (Interlinea 2024, con un testo di Milo De Angelis). “È il mio libro che più parla di relazione con la natura, che per me è la montagna, perché ogni salita è un’ascesi. C’è una sorta di recupero del rapporto armonioso tra mente e corpo, come se fosse una cosa sola: infatti salendo il corpo si trasforma. Come dicono gli studi cognitivi di adesso, le intuizioni sono percezioni fisiche che diventano immediatamente idee, ancora prima che si formino in un discorso razionale”.
“Mentre una volta compivo la traversata dei Lyskamm, ho avuto un’intuizione profonda”. P. Loreto
Loreto è scialpinista e conosce la fatica dell’ascesi non solo spirituale, ma duramente fisica: “Amo la fatica, le cose migliori che ho fatto sono nate da lì. C’è una poesia centrale che dà il titolo al libro, si chiama Traversata in quota e nasce da un’esperienza precisa. Mentre una volta compivo la traversata dei Lyskamm, ho avuto un’intuizione profonda, che lega le due cose che faccio nella vita e che non riesco a non fare, cioè scrivere poesia e andare in montagna: entrambe non hanno motivo. Ma entrambe sono due forme di attenzione: andare in montagna, salire e scrivere poesia è fare attenzione, ascoltare, guardare, percepire e dare spazio, non giudicare, lasciare che i significati si facciano, non attribuirli a priori, non guardare senza vedere. In un’altra poesia, Far giornata, scrivo che andare in montagna, salire, partire la mattina e tornare la sera vuol dire trasformarsi come essere umano, dilatare gli organi di senso, sentire gli odori, i sapori, tutto quanto. In alto le papille hanno un altro gusto, che sapore ha un panino in vetta? Sentire la carne che si incenerisce, il corpo che ti viene dietro, che si potenzia. Salire è una fatica, ma ti porta in alto e ti fa vedere il mondo e ti dà questa forma profonda di ricompensa di essere arrivato alla meta che è una scuola di vita. Una giornata in montagna è una micro-rappresentazione della vita umana. Ci insegna che avere coraggio non significa non avere paura. In montagna siamo obbligati a fare i conti con l’altro”.
Geopoetica, quando la geografia ispira poesia
“La poesia è come il jazz, è tante cose. Se è di maniera non mi interessa, preferisco quella del sentire profondo, di tentativi, di sentieri poco battuti. Per citare Walt Whitman, la poesia deve contenere moltitudini”. Qualche mese fa Davide Sapienza ha ripubblicato una versione ampliata di Geopoeta. Nelle terre della percezione (Meltemi 2025), l’opera che forse lo riassume meglio delle molte che ha scritto negli anni, ma in realtà nasce come critico musicale e alla musica non rinuncia mai, sarà che anche la poesia ha una forte componente ritmica. “Anni fa ho scritto che la geografia è pericolosa, un’espressione che trovo molto poetica, se facciamo riferimento non tanto al rischio di farsi male, ma allo stimolo a mettere in discussione lo status quo, e a capire quando le cose come stanno non ci vanno bene. Per me questo è il compito anche della musica e dell’arte in generale. Dare significato alla realtà e farlo con modalità in linea con i tempi che viviamo. Fare poesia nel 2026 non può essere come ai tempi di Dante e Petrarca, ma essere innovativi significa prendersi dei rischi, che per uno scrittore vuol dire avere recensioni positive ma anche molto negative. Del resto, nemmeno la montagna è immutabile e proprio il fatto di rendercene conto ha su di noi un effetto poetico, anche se impercettibile”.
Quanto al perché le montagne ispirino così tanta poesia: “Le montagne sono poetiche per definizione, perché sono le creature che ci hanno fatto alzare lo sguardo ancora di più verso il cielo, per vedere oltre: sono i versi del Pianeta, ciascuna è come un vocabolo che sta a noi umani interpretare”. Ma poi è proprio la poesia che ci aiuta a tirare fuori qualcosa che non è visibile all’occhio: “Se io dico paesaggio, immediatamente ci figuriamo la montagna, il mare, le colline, la pianura, la città, se uno dice paesaggio sonoro, subito la mente e l’anima vanno verso qualcosa di immateriale”. La poesia “rende eterno qualcosa che eterno non è, perché nulla è eterno, neanche il Pianeta”.
Avere come compagna di viaggio la poesia vuol dire “guardare il mondo con occhi che si distaccano persino dalle cose che io magari critico e non mi piacciono. Vuol dire adottare uno sguardo ingenuo, vuol dire fondamentalmente togliersi dalle proprie categorie di giudizio”. E ancora: “La poesia dovrebbe essere non consolazione, ma nutrimento: quando uno frequenta la montagna ha la possibilità di rigenerarsi, ed è poesia rigenerare lo sguardo, i sentimenti, il proprio cuore, è poesia favorire quello che io chiamo fotosintesi cerebrale. La scintilla poetica viene prima di tutto, diceva Einstein, ed è quella che ci ispira alla visione della montagna con la sua grandiosità, la sua potenza, la sua bellezza, mostrandoci ancora cosa potremmo essere. E quando scocca la scintilla è una cosa potentissima che va al di là della singola persona”.