Hervé in arrampicata © Luca Parisse
Hervé sulla vetta del Camicia © Roberto Parisse
Hervé Barmasse non è certo una delle figure più inflazionate dell'alpinismo contemporaneo. La sua esposizione mediatica è misurata, la presenza sul territorio si fa sentire con serate che non parlano necessariamente delle proprie imprese o - come preferisce definirle-, avventure.
Come per Steve House, che abbiamo intervistato nelle scorse settimane, il nostro interesse nel sentire i maggiori esponenti dell'alpinismo contemporaneo è nel cercare di capire come si sta evolvendo il rapporto dell'uomo con la montagna.
Cosa è l'alpinismo oggi? Come lo raccontiamo? Cosa esce da questa definizione e cosa vale la pena raccontare? Come per House, anche il dialogo con Barmasse sarà proposto in due puntate.
Non uno, ma diversi alpinismi
In Dolomiti, con poche eccezioni, le classiche sono in abbandono, a giudizio di molte guide alpine. Lo scialpinismo però sembra in aumento e c'è sempre più gente che frequenta la montagna. L'alpinismo di base è in ritirata o sta solo cambiando forma?
Sicuramente l'alpinismo ha tante forme, ma attenzione: non basta mettere un piede fuori da un sentiero battuto per parlare di alpinismo. Il mondo della montagna è così vasto, comprende così tanti sport e attività, porta tanto benessere. Ma l'alpinismo è una cosa specifica, rimane qualcosa di elitario. Sicuramente le modalità cambiano nel tempo, per cui ci può essere un periodo in cui lo scialpinismo diventa più popolare che un altra declinazione del vivere l'alpinismo.
"Oggi l’alpinismo abita spesso il regno dei numeri. Ma i numeri, per quanto precisi, sono gusci vuoti se privati del vissuto"
Come viene raccontato oggi l'alpinismo?
Oggi l’alpinismo abita spesso il regno dei numeri: metri di dislivello, velocità, record. Ma i numeri, per quanto precisi, sono gusci vuoti se privati del vissuto. A volte ci si dimentica che l’alpinismo è, intrinsecamente, un’arte del limite e della libertà. Più che chiederci "quanto" o "in quanto tempo", dovremmo interrogarci sul "come" e sul "perché".
Cosa ti emoziona personalmente oggi di quello che vedi?
Mi emoziona l’armonia. Mi affascina chi sa guardare alla montagna non come a una palestra di conquista, ma come a un ecosistema raro dal quale cogliere opportunità e ispirazione. Recentemente ho incontrato persone che sanno leggere i segreti della corteccia di un albero, chi da una roccia e chi dalla terra o dal ghiaccio. Sono persone capaci di vivere la montagna in simbiosi e non come terreno di elogio del proprio ego che invece è un classico della narrazione dell’alpinismo contemporaneo.
La montagna ci insegna che siamo parte di un tutto, che ogni elemento ha un suo equilibrio.
"Cercate il silenzio tra le parole. Non tutto deve e può essere "straordinario" o “grande” per avere valore".
Tornando a chi racconta, qual è la misura giusta per chi “non è del mestiere”, cioè non è dentro l'alpinismo come voi?
La parola d’ordine dovrebbe essere umiltà. Non abbiamo bisogno di superlativi o di trasformare gli alpinisti in supereroi. Dovremmo spogliarci dell'abuso di aggettivi per lasciare spazio alla purezza dei fatti.
Raccontare la montagna significa anche accettare le sue fragilità e la fragilità dell’essere umano che la frequenta. Un consiglio per chi scrive o parla di queste vette? Cercate il silenzio tra le parole. Non tutto deve e può essere "straordinario" o “grande” per avere valore.
Un amatore che sale il Pancherot (montagna sulle quali ho mosso i miei primi passi da bambino) con il cuore colmo di meraviglia, sta vivendo un’esperienza altrettanto nobile di chi scala un colosso di ottomila metri. L’alpinismo non è una somma di cifre, ma un dialogo tra l’uomo e la montagna.
L'era della saturazione visiva
“Una foto di un alpinista in parete fatta da un drone sorprende, entusiasma, dà credito a una performance che spesso, approfondendo, si scopre esser lontana, inferiore, da altre avvenute in passato con meno mezzi, meno foto e meno riprese”.
La gente oggi ha più o meno capacità di capire l'alpinismo rispetto a una volta?
Viviamo in un'epoca di saturazione visiva. Un’immagine può fare il giro del mondo in pochi secondi, ma la comprensione richiede tempo. Un tempo il lettore era forse più paziente, più abituato ad approfondire. Oggi si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza.
Tuttavia, non è un giudizio sulla capacità delle persone, ma un invito a rallentare. Non lasciamoci sedurre dai like o dalla superficie. La montagna è maestra di pazienza: richiede studio, preparazione e dedizione. Torniamo a essere studenti della materia, non solo spettatori e lettori frettolosi. La competenza è una forma di rispetto verso ciò che amiamo, verso chi ci ha preceduto e un lascito profondo per chi verrà dopo di noi. Oggi c’è poca chiarezza. Fagocitati dal voler ricevere approvazione e applausi la narrazione è spesso omertosa di dettagli importanti e spesso non tiene conto del passato. Una foto di un alpinista in parete fatta da un drone sorprende, entusiasma, dà credito a una performance che spesso, approfondendo, si scopre esser lontana, inferiore, da altre avvenute in passato con meno mezzi, meno foto e meno riprese. Questo succede di continuo, dalle Alpi, alla Patagonia sino in Himalaya.
LUNEDì PROSSIMO LA SECONDA PARTE DEL DIALOGO CON BARMASSE