I pipistrelli del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi: una ricchezza da tutelare

Nel Parco Nazionale toscano-romagnolo e nel vicino Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola è stato completato uno studio su ben 21 specie differenti di pipistrelli. La conservazione di questi preziosi animali passa attraverso la corretta gestione dei flussi turistici e degli interventi forestali

 

Sono ben ventuno le diverse tipologie di pipistrelli - fondamentali per mantenere integro e funzionale il complesso equilibrio ambientale di uno dei parchi appenninici dal tessuto più variegato- diventati l’oggetto di un avanzato studio scientifico. Ci riferiamo alla comunità di chirotteri che vive nell’ampio perimetro del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, diviso tra Emilia-Romagna e Toscana, nel dettaglio tra le province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze. L’osservazione avanzata, portata avanti dal 2015 nel Parco Nazionale e nel vicino Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, è stata riassunta nell’articolo “Sinergie per la biodiversità: conservazione dei chirotteri in due Parchi dell’Appennino settentrionale” pubblicato su Reticula, la pubblicazione tecnico-scientifica quadriennale dell’Ispr, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Gli autori sono Matteo Ruocco, Davide Alberti, Massimo Bertozzi, Tommaso Campedelli, Lorenzo Cangini, Carlo Pedrazzoli.

Il testo si inserisce nei contenuti, molto vicini, dell’ultimo numero monografico di Reticula, “Dati che fanno la differenza: sinergie e protocolli standard di monitoraggio per la gestione delle aree protette”. All'interno, si parla di oltre venti specie differenti, di cui alcune rare e dal grande valore dal punto di vista della conservazione, censite durante il lungo monitoraggio portato avanti dagli esperti del parco.

Dalla metà dello scorso decennio, infatti, nelle Casentinesi sono state portate avanti dall’ente ambientali delle attività di osservazione, concretizzate tramite rilievi bioacustici con bat detector lungo i transetti forestali, con il controllo dei rifugi degli animali in edifici e nelle strutture realizzate da mani umane e con i censimenti nei siti sotterranei, impiegati dai pipistrelli come aree di svernamento.

I risultati? “Grazie al monitoraggio pluriennale e alle diverse tecniche impiegate, sono state censite 21 specie di pipistrelli nelle Foreste Casentinesi e 20 nella Vena del Gesso Romagnola, per un totale di 21 specie, quasi i due terzi tra quelli presenti nella fauna italiana”, spiegano gli autori della ricerca.

Una base utile per ragionare sulla tutela dei chirotteri. I dati raccolti permettono di individuare “aree particolarmente sensibili, orientando la pianificazione e la realizzazione degli interventi forestali in modo da ridurre al minimo i disturbi durante i periodi di maggiore vulnerabilità delle colonie”. La tempistica e le modalità di esecuzione dei cantieri “vengono così adattate in funzione delle esigenze ecologiche delle specie presenti”. E favoriscono il dialogo con gli abitanti delle zone: si intraprendono “azioni di sensibilizzazione e collaborazione con i proprietari degli immobili interessati, favorendo interventi di manutenzione compatibili con la conservazione dei rifugi e incrementando la consapevolezza del valore ecologico di questi mammiferi”. 

Un ultimo aspetto riguarda i siti ipogei, gli ambienti sotterranei: grazie ai controlli è possibile gestire al meglio l’afflusso turistico e avviare operazioni di recupero, come nel caso dell’ex Cava Spes di Borgo Tossignano, nel Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, trasformata da miniera abbandonata a luogo di rifugio. Un modello, è la speranza, applicabile altrove.