Il nodo infinito, nuova via sulla Sud del Cervino, estate 2025. Foto Stefano Stradelli
Sulla Punta Dufour durante il primo concatenamento in giornata delle Creste Sud del Monte Rosa. Foto Damiano Levati
Una Follia per Adriana. Nuova via sulla Parete Sud del Cervino, 2024. Foto Damiano Levati
La copertina del libro.Non c’è bisogno di andare dall’altra parte del mondo per inseguire un sogno verticale: poi certo, non tutti hanno la fortuna di nascere ai piedi del Cervino da una famiglia di Guide alpine da cinque generazioni. François Cazzanelli lo sa, ma bisogna anche dire che ha saputo sfruttare al meglio il vantaggio di partenza: non è mai scritto nel destino di nessuno che i privilegi per nascita bastino a far carriera, tantomeno per un alpinista. Bisogna volerlo con tutte le proprie forze e lui lo ha sempre voluto, fin da quando era bambino: avrebbe fatto l’alpinista e avrebbe fatto la Guida alpina. Dilettandosi nel frattempo con competizioni scialpinistiche (è parte oggi dello staff tecnico del Trofeo Mezzalama).
Alpi, eterno terreno di gioco
Entrato nel 2012 nella storica Società delle Guide del Cervino, a Cazzanelli la fantasia non manca: riesce sempre a vedere nuove vie là dove sono già passati in tanti, e a inventare salite originali là dove sembra che non ci sia più nulla da dire. Non c’è dubbio che sa godersi ancora le Alpi come playground, come da definizione degli alpinisti inglesi dell’Ottocento, che là scoprirono un “terreno di gioco” degno delle loro ambizioni. Monte Bianco, Monte Rosa, Cervino: tutte le ha ammaliate con la sua tecnica e conquistate a suon di volontà.
Sulla montagna di casa, il Cervino, è salito più di 100 cento volte: da citare in particolare la salita in giornata per le quattro creste (2018), a cui è seguita la Diretta allo Scudo del Pic Tyndall, realizzata dopo 6 anni di tentativi con Emrik Favre, Roberto Ferraris e Francesco Ratti, e il primo concatenamento invernale delle Catene Furggen, Cervino, Grandes Murailles e Petites Murailles, arrivato dopo ben tre tentativi a gennaio 2020, con Francesco Ratti. Un’impresa compiuta in velocità, per aumentare la sicurezza e ridurre l’effetto dell’esposizione al freddo, lungo una cresta spettacolare di dimensioni himalaiane.
Sarà per questa affinità che François ha sentito il bisogno anche di partecipare a spedizioni extra-europee. Nel suo curriculum ce ne sono oltre venti, che hanno fruttato imprese (senza ossigeno supplementare) come l’apertura di una nuova via sul Nanga Parbat nel 2022, al seguito di una spedizione composta tutta da guide valdostane (la Aosta Valley Express, 1400 metri su ghiaccio e terreno misto, si ricongiunge alla classica Kinshofer). Pochi giorni dopo si è aggiudicato un primato di velocità: il raggiungimento della vetta in 20 ore e 20 minuti dal campo base. Non pago, ha scalato nello stesso mese anche la vetta del K2, un sogno accarezzato per anni.
Patagonia, Cina, Nepal, Himalaya e Karakorum, nel suo curriculum c’è veramente tanto, ma un nome ricorre: il Kimshung (6781 m), nella Valle del Langtang in Nepal, inviolato. È qui, sul versante nord-est, che lo scorso ottobre 2025, a 10 anni dal primo tentativo (di cui uno terminato con una ferita seria), ha finalmente aperto la Via Destiny, con Giuseppe Vidoni e gli austriaci Benjamin Zörer e Lucas Waldner, chiudendo una sorta di “questione personale” su quella montagna. Perché per Cazzanelli la montagna è così: non solo roccia, ma parte di sé.
La via dei sogni
“Quella del passato o quella del futuro?”. “Qual è la tua via dei sogni” sembra una domanda semplice, eppure la reazione dei nostri alpinisti è sempre questa. Si sentono in difficoltà a sceglierne una. Sarà che “l’alpinista è sognatore per definizione”, spiega François: “Per me sono state tutte vie dei sogni, in un certo senso, perché noi alpinisti siamo sempre spinti dalla fantasia, e quando ne finisci una, a cui magari hai sbavato dietro per anni, ne sogni subito un’altra. Io sono così: vedo una linea, un diedro, una possibilità e la seguo. È un errore pensare che non ci sia più nulla da fare, che ogni via sia stata salita. L’alpinismo finirà quando gli alpinisti finiranno la fantasia”.
Fatica proprio a sbilanciarsi e temporeggia. “Posso chiamare via dei sogni quella che ho compiuto con i miei migliori amici, quella che ci ho messo anni a chiudere, perché ho dovuto aspettare le condizioni giuste, o perché ho dovuto provarla tante volte prima di riuscirci. Ma di base è quella che mi ha fatto scattare la scintilla dentro, perché magari l’ho vista con una luce particolare a una determinata ora del giorno”.
Alla fine, un nome spunta: “Potrei dire il Kimshung, l’ultima che ho fatto in Himalaya, ma non per le caratteristiche estetiche o la difficoltà, piuttosto per il percorso e le avventure che ho vissuto con i miei compagni intorno a questa montagna”.
Anzi, due: “E poi sicuramente la Diretta allo Scudo, che ho terminato sul Cervino assieme a Francesco Ratti ed Emrick Favre, perché per me ha rappresentato una crescita interiore. Ogni piccolo passo su quella parete era frutto di una maturazione personale importante. E poi ce l’ho lì davanti a casa tutti i giorni, mi ci cade sempre l’occhio!”.
François, nato nel 1990, compirà 36 anni il 31 gennaio. Eppure, parla con una freschezza e una passione da ragazzino: “Non disdegno anche le belle salite con un cliente che magari diventa un amico. Io resto sempre alla ricerca di stimoli: una nuova via, un concatenamento, una spedizione. Questo mi prepara a dare il massimo nel mio percorso: scoprirò solo alla fine se ci sarò riuscito”.
Alpinismo è… fantasia
Nel libro Le vie dei sogni, da poco uscito per CAI Edizioni (pp. 176, 18 euro) con la prefazione di Erri De Luca, Andrea Greci, che ne è il curatore, definisce Cazzanelli un “folletto delle montagne”. L’immagine rende bene l’idea di questo “alpinista che insegue la gioia” e “Guida alpina che esaudisce i sogni dei clienti col sorriso”. Anche per lui, come per De Zaiacomo e altri, è un debutto editoriale. Nel racconto emergono tutti i pilastri del suo alpinismo, fra cui si annoverano anche l’accettazione del rischio, a cui dedica un approfondimento importante, e la consapevolezza, ma che si basa innanzitutto sulla fortuna dichiarata di aver sempre saputo quale fosse la sua strada. Emergono anche i nomi delle persone che lo hanno accompagnato in quel sogno: suo padre, per primo, che lo ha iniziato alle gioie e alle fatiche della montagna, e Marco Camandona, alpinista e guida alpina valdostana con all’attivo tutti i 14 Ottomila senza ossigeno, oltre che maestro di sci alpino. Il primo Cervino a 13 anni, nel 2003, primo di una lunga serie di salite per almeno 20 vie diverse, con i clienti o con gli amici, più e meno fantasiose, più e meno azzardate o innovative. Tutte spinte dalla creatività, necessaria anche a interpretare una montagna in cambiamento: e qui ammette una certa difficoltà e un po’ di rigidità da parte del suo mondo a farlo, forse per la “grande tradizione” che ha alle spalle. Non sentirete mai una parola che non sia umile o entusiasta dalla sua bocca: l’invettiva, come la vanagloria, non gli appartiene e forse anche per questo sui social ci sta il giusto. La rinuncia come eventualità spiacevole ma sempre possibile, l’importanza di non confondere alpinismo e turismo, l’avvento delle nuove generazioni: salire una montagna non è solo scalare roccia, ma fare cultura. Parola di François.