Il genepì bianco, tesoro alpino minacciato dal riscaldamento globale

In occasione della giornata mondiale della natura selvatica, andiamo alla scoperta dell’Artemisia umbelliformis: una sentinella d'alta quota che unisce la salute dell’uomo alla fragilità degli ecosistemi montani

Il 3 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Natura Selvatica (World Wildlife Day), istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite nel 2013 per commemorare la firma, avvenuta a Washington nel 1973, della CITES (Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie di Fauna e Flora Selvatiche Minacciate di Estinzione). Noto anche come Convenzione di Washington, questo trattato internazionale rappresenta oggi lo strumento più potente per garantire che il commercio globale di piante e animali selvatici non ne minacci la sopravvivenza.

Per il 2026, è stato scelto un tema del giorno estremamente significativo: Piante medicinali e aromatiche: salvaguardare la salute, il patrimonio e i mezzi di sussistenza. Come sottolineato dall'ISPRA in una nota ufficiale: “Le piante medicinali e aromatiche sono essenziali sia per la salute umana che per l'equilibrio ecologico. Le risorse genetiche derivate dalle piante medicinali e aromatiche e le conoscenze tradizionali sulle MAP sono state utilizzate per diverse applicazioni in agricoltura, medicina e conservazione”.

Oltre al valore economico e scientifico, le cosiddette MAP (Medicinal and Aromatic Plants) sono pilastri ecologici: stabilizzano i terreni e sostengono gli impollinatori, come le api. Tuttavia, la sopravvivenza di queste specie è oggi compromessa da frammentazione degli habitat, crisi climatica e prelievi illegali, rendendo la loro salvaguardia un’urgenza internazionale.

In occasione di questa Giornata, andiamo a scoprire una pianta il cui nome evoca immediatamente l'immagine di un liquore di antica tradizione, ancora oggi ampiamente presente sugli scaffali dei supermercati, che è in realtà una specie tra le più preziose, rare e protette dell’arco alpino: il genepì bianco.

 

Il genepì bianco, una sentinella tra le rocce

Spesso nel linguaggio comune si parla di genepì in modo generico, rimandando a una varietà di erbe alpine aromatiche e officinali utilizzate tradizionalmente per la produzione di liquori tipici, infusi digestivi e antichi rimedi della farmacopea popolare. Tuttavia, per la botanica questa denominazione identifica principalmente l'Artemisia umbelliformis, storicamente nota anche come Artemisia mutellina.  

Si tratta di una piccola pianta perenne appartenente alla vasta famiglia delle Asteraceae, adattatasi alle condizioni estreme degli ambienti d’alta quota. In Italia la sua distribuzione è prevalentemente alpina, legata a un areale che si estende dai 2.000 fino oltre i 3.000 metri di altitudine, sebbene la si trovi come prezioso relitto glaciale anche sulle vette più alte dell'Appennino Tosco-Emiliano, suo limite estremo di diffusione verso sud.

Esteticamente, il genepì bianco si presenta come una piantina alta appena 5-15 centimetri, con una caratteristica distintiva che è la fitta tomentosità bianco-argentea di fusti e foglie. Una peluria che non ha una funzione puramente estetica, in quanto serve a riflettere i forti raggi ultravioletti delle alte quote e a creare una sottile intercapedine d'aria che limita la traspirazione, permettendo così alla pianta di sopravvivere in ambienti dove l'acqua scarseggia e il vento è costante. 

Le infiorescenze, piccoli capolini gialli, sbocciano tra luglio e agosto, ed emanano un aroma intenso e balsamico che funge da richiamo per gli insetti impollinatori.

 

Il genepì, dal fiore al bicchiere

La storia del genepì è profondamente intrecciata con la medicina popolare delle vallate alpine. La pianta possiede infatti proprietà digestive, antigonfiore e toniche. Per secoli, gli abitanti delle montagne hanno utilizzato i suoi infusi per curare disturbi gastrici e affezioni dell'apparato respiratorio ma è stato proprio questo ampio utilizzo a trasformarla in una specie fragile

La raccolta indiscriminata avvenuta nei decenni scorsi, unita alla difficoltà di riproduzione della specie, ha portato molte popolazioni naturali sull'orlo dell'estinzione. Oggi, l’Artemisia umbelliformis è una specie rigorosamente protetta da leggi regionali e convenzioni internazionali. La raccolta in natura è vietata o soggetta a permessi esclusivi per scopi scientifici. 

L’uomo non rappresenta però l’unico “nemico” dei tempi moderni. La pianta si trova infatti anche ad affrontare il riscaldamento globale. Con il ritiro dei ghiacciai e l'aumento delle temperature, il genepì è infatti costretto a una "migrazione verticale", alla ricerca di nuovi ambienti da colonizzare, in cui siano presenti condizioni idonee alla sua sopravvivenza. Una sfida non facile. 

La domanda che sorge spontanea a questo punto è la seguente: se la specie è rigorosamente protetta, com'è possibile che il liquore omonimo, spesso indicato con la grafia francese genepy, abbondi sugli scaffali dei supermercati? Per soddisfare la richiesta del mercato senza intaccare le popolazioni selvatiche, si è sviluppata una filiera di coltivazione sostenibile ad alta quota.

Il liquore si ottiene dall’infusione in alcol puro delle sommità fiorite essiccate. A voler essere precisi, esistono due tecniche principali di produzione: l’infusione diretta e la sospensione, dove le infiorescenze non toccano il liquido ma cedono le loro essenze volatili all'alcol tramite evaporazione in un contenitore chiuso. La produzione di questo liquore affonda le sue radici nella tradizione delle Alpi Occidentali, in particolare tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, dove la cultura occitana e quella francoprovenzale hanno tramandato per secoli le ricette per realizzare l’estrazione.

 

Il "cugino" autunnale: il genepì nero

In Italia il genepì bianco ha anche un cugino: il genepì nero (Artemisia genipi), detto anche "maschio" o "autunnale". A differenza del bianco, che sopravvive anche in alcune stazioni appenniniche, il nero è un endemismo esclusivamente alpino. La specie, caratterizzata da una colorazione più scura, quasi nerastra, delle infiorescenze, è una vera alpinista, anche piuttosto solitaria. La sua distribuzione è particolarmente frammentata lungo l’arco alpino e cresce in ambienti rupicoli impervi fino e oltre i 3.000 metri

Proprio per la sua rarità e per un accrescimento particolarmente lento, è riconosciuta anch’essa come specie protetta, la cui raccolta in natura è vietata. La coltivazione risulta ancora più difficile rispetto al cugino più famoso, caratteristica che rende ogni esemplare selvatico una gemma botanica da proteggere, un piccolo tesoro che sfida i limiti della sopravvivenza vegetale.