Il "sangue" dell'Antartide non è più un mistero: la scienza conferma l'origine delle Blood Falls

Per oltre un secolo le "cascate di sangue" dell'Antartide hanno alimentato miti e leggende. Oggi la tecnologia conferma la natura chimica e geologica di uno dei fenomeni più alieni del nostro Pianeta.

 

Per decenni quella delle Blood Falls, le cascate di sangue dell’Antartide, ha rappresentato una  delle immagini più inquietanti del nostro Pianeta. Una manifestazione della natura che, inevitabilmente, ha attirato l’attenzione di appassionati di alieni e paranormale. Per oltre un secolo, le reali cause alla base della formazione della suggestiva lingua di liquido rosso scarlatto che sgorga dal candore del ghiacciaio Taylor, nell’Antartide orientale, sono rimaste un’incognita.

Fin dalla loro scoperta, nel lontano 1911, le Blood Falls hanno alimentato le ipotesi più disparate. C’è chi ha ipotizzato un'attività vulcanica sotterranea, chi la presenza di alghe mutanti fiorite improvvisamente neli ghiacci antartici e persino chi, con un pizzico di fantasia horror, ha ipotizzato che quel “sangue” altro non fosse che il lascito di resti di antiche creature intrappolate a lungo nel ghiaccio.

Oggi, però, il velo di mistero si è sollevato. Sebbene la causa chimico-fisica del fenomeno sia nota da qualche anno — con studi cruciali pubblicati tra il 2018 e il 2020 che hanno identificato una sorta di salamoia ricca di ferro come principale imputato — una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Antarctic Science, curata dalla Cambridge University Press, aggiunge un tassello fondamentale. 

Grazie a un set di dati raccolti mediante tecnologie avanzate, gli scienziati hanno potuto finalmente "vedere” e descrivere il meccanismo di espulsione del fluido, confermando definitivamente le dinamiche sotterranee.

 

Un ghiacciaio dal cuore di ferro

Per capire il funzionamento delle cascate di sangue, bisogna guardare al contesto geologico delle McMurdo Dry Valleys, in cui esse si inseriscono. Questa regione, una delle più aride e fredde del globo, è considerata dagli scienziati l'area terrestre che più si avvicina alle condizioni di Marte: un deserto polare in cui il ghiaccio non copre interamente il terreno, caratterizzato da un cuore geologico antichissimo e ricco di ferro.

Il "sangue" che fuoriesce dal ghiacciaio Taylor non è altro che una salamoia ipersalina satura di questo metallo. Quando la miscela viene espulsa dal fronte glaciale, l'ossidazione istantanea trasforma il ferro in ruggine, conferendo all'acqua il suo colore peculiare, che risalta a contrasto con il bianco dei ghiacci. Il liquido scarlatto, scorrendo lungo la parete verticale del ghiacciaio, approda sulla superficie del lago ghiacciato Bonney, precisamente in corrispondenza del lobo occidentale. 

Ma la fessura frontale del ghiacciaio non è l’unica via di fuga di questo liquido ricco in ferro che, in parte, scorre in maniera invisibile lungo l'interfaccia tra la base del ghiacciaio e il letto roccioso, raggiungendo direttamente le profondità del lago Bonney. Qui, dove l’acqua non congela mai nonostante le temperature sotto lo zero grazie all’elevata concentrazione salina, la salamoia di ferro determina anomalie termiche, in quanto l’acqua proveniente dal ghiacciaio è più fredda di quella presente nel lago, e anomalie chimiche profonde, che influenzano l'intero ecosistema locale.

L'articolo di recente pubblicato su Antarctic Science non si limita a ribadire la chimica alla base del fenomeno, ma documenta un evento di scarico avvenuto nel settembre 2018, monitorato attraverso rilevazioni in simultanea con tecnologie avanzate: sensori GPS installati sul ghiacciaio, telecamere time-lapse puntate sulle cascate e sensori termici (termistori) posizionati nel Lago Bonney. 

I risultati sono straordinari: tra il 10 settembre e il 22 ottobre 2018, proprio mentre le telecamere mostravano la fuoriuscita del liquido rosso, i sensori GPS registravano un abbassamento del ghiacciaio di circa 15 mm e un’anomalia termica al ribasso in corrispondenza del lobo occidentale del lago Bonney. Altro dettaglio è che, nel lasso di tempo di osservazione, il ghiacciaio abbia anche mostrato una diminuzione di circa il 10% della velocità di scorrimento.

Dati che, analizzati nel complesso, hanno portato gli scienziati a concludere che il fenomeno di “sanguinamento” delle cascate sia legato a fasi di incremento e decremento della pressione all’interno del ghiacciaio. È il peso stesso del ghiacciaio a spingere la massa di liquido perché questa defluisca attraverso la fessura principale nel fronte glaciale e lungo i percorsi subglaciali. Una volta espulso il liquido, la pressione interna al ghiacciaio cala e la superficie letteralmente sprofonda di circa 1 centimetro. 

Lo studio dimostra che queste espulsioni non sono eventi isolati, ma impulsi periodici che alterano la stratificazione del lago e il trasporto di nutrienti. “Tali eventi – chiariscono gli autori - perturbano la stratificazione della temperatura del lago e possono alterare il trasporto di nutrienti, sottolineando lo stretto legame tra dinamica glaciale, idrologia subglaciale e processi ecosistemici nelle valli aride di McMurdo.”

Se il mistero dell’origine delle cascate di sangue può considerarsi risolto, rimangono ora aperte le domande sugli effetti a lungo termine che questo deflusso intermittente può comportare nelle profondità del lago Bonney. Mediante prosecuzione del monitoraggio glaciale e limnologico, gli scienziati si augurano di poter svelare come il liquido ferroso influenzi la vita e l'equilibrio di uno degli ecosistemi più isolati della Terra.