Kalymnos, caduta fatale in falesia. Oviglia: "Difficile mappare i siti a rischio"

Lo storico chiodatore, da decenni attivo in Sardegna, fa un richiamo alla responsabilità individuale e avverte: "Le vie in zone di mare risentono di un ambiente particolare, ma non si può pensare di risolvere il problema con segnalazioni sulle app"

 

Un climber della Repubblica Ceca è morto a Kalymnos la settimana scorsa in seguito al cedimento di una sosta in falesia. Secondo le informazioni riportate da Rebolt Kalymnos - una no-profit che si occupa della sicurezza delle falesie sull'isola-, lo scalatore aveva terminato di salire la via da capocordata, aveva rinviato la catena e aveva iniziato a calarsi, togliendo i primi due rinvii sotto la sosta. A quel punto, la stessa ha ceduto con rottura dell'ancoraggio di entrambi gli ancoraggi e nella caduta si è rotto anche il primo spit su cui al momento era assicurato il climber. Atterrato su una cengia, lo scalatore è stato soccorso, ma è deceduto per le ferite riportate.


Un caso isolato, una problematica diffusa

L'incidente è il primo – a memoria- con questa esatta dinamica. La cessione di una sosta nella sua interezza, più una ulteriore protezione, non dovrebbe mai succedere, ma lo stato di usura eccessivo o l'utilizzo di materiali non più conformi a standard accettabili di sicurezza non è un caso purtroppo isolato, anche in Italia. Ne abbiamo parlato con Maurizio Oviglia, che da anni è attivo in Sardegna con una opera instancabile: non solo come chiodatore di massimo livello, ma come divulgatore di una cultura dell'informazione e della sicurezza in falesia.


A Kalymnos si stanno accertando le responsabilità, ma è eccessivo ricordare che in primo luogo è lo scalatore, anche in falesia, che deve valutare l'opportunità di salire?

È un po' una guerra contro i mulini a vento. Io continuo a scrivere, ma poi le cose che vengono recepite sono poche e nebulose. C'è tanta gente che inizia in palestra, non viene dall'alpinismo come noi, che controllavamo sempre il materiale. Ora c'è il gestore che avvita le prese, sistema i materassi. Nel caos di questo incidente mi ha colpito quello che ha detto la persona che lo ha riportato. “Su un'isola così famosa ci si aspetta che tutto sia a posto”. Ora, non serve a niente fare la caccia alle streghe, ma far passare l'idea che devi controllare dove scali non è semplice, è evidente. Siamo in una situazione per cui ci si aspetta non solo che qualcuno sistemi le chiodature, ma anche che controlli, che vigili. Ma noi che abbiamo a cuore l'arrampicata, che abbiamo chiodato in origine e che spesso richiodiamo, non siamo tenuti a farlo. Lo facciamo mettendoci tempo e denaro, siamo disposti anche a dare informazioni, ma non possiamo farci carico della responsabilità individuale. Io ho scritto un manuale sulla sicurezza nell'arrampicata sportiva, per quanto sento il tema. E la gente l'ha recepito bene. Ma non tutti si informano o hanno voglia di farlo.

 


"Non serve a niente fare la caccia alle streghe, ma far passare l'idea che devi controllare dove scali non è semplice, è evidente"

 

I materiali per la chiodatura in zone "marine" devono essere differenti rispetto all'entroterra? In che termini? Perché non è possibile avere standard omogenei?

Ci sono zone e zone, non è possibile farne un discorso di chilometri. Dipende dal tipo di roccia, se strapiomba o meno, se gli spit vengono dilavati dall'acqua piovana, dall'umidità dell'aria. Dove è umido la roccia assorbe e il discorso cambia. E poi, anche la tipologia di acciaio non è sufficiente a garantire sicurezza. L'acciaio 316 può essere stato preso in Cina, in Russia, in India o da altre parti e questo influisce. Chi non vive in zone di mare non si rende conto del problema. Chi sta nelle Dolomiti non ha mai visto gli effetti delle condizioni atmosferiche sui materiali che vedo io in Sardegna.


La "durata" degli ancoraggi cambia a seconda dei materiali?

Bisogna pensare che l'arrampicata sportiva ha più di 40 anni, alcune sono più recenti, non si può fare una distinzione a data. Oggi l'acciaio inox 304 è stato tolto dal mercato, ma è stato utilizzato per più di dieci anni in Grecia, Spagna, Portogallo, Sardegna, ovunque nel Mediterranoeo. Sono moltissime le falesie che andrebbero richiodate. Può dare problemi vicino al mare, nelle grotte è rischioso. Oggi usiamo l'acciaio 316, o il duplex, piuttosto che il titanio. Il titanio per esempio ha più usura. In un posto come la Guglia di Golortize, dove ci sono moltissime salite, dovrei andare a cambiare tutti gli anelli ogni anno.

 

La segnalazione delle vie “a rischio”

Come si può comprendere se una via è “sicura” o meno? Ci sono zone in Italia dove è necessario richiodare?

In Sardegna io l'ho detto “Houston, abbiamo un problema”. Molti siti vano richiodati, ma noi non possiamo fare tutto. A Kalymnos ci sono associazioni che si occupano di questo, ma il problema è controllare e rendere pubbliche le richiodature. C'è chi propone una app, con gli utenti che danno giudizi, che segnalano. Ma bisogna essere molto competenti per capire, non lo può fare chiunque. E non lo dico per ergermi sopra gli altri o per escludere. Ma non è che un punto di ruggine fa la differenza. La via di Kalymnos forse era tutta marcia, è la prima volta che si stacca una sosta. Ma lo scalatore ceco ha valutato che andava bene. Per impedire di salire su queste vie ci vorrebbe un comitato di esperti, ma come si fa? La soluzione potrebbe essere mettere un cordino alla base della via, perché cosa fai, ti metti a schiodare? Poi arriva il tracciatore e ti dice: cosa fai? Come per le valanghe, quel che si può fare è dare un avvertimento.

 

"Una app per segnalare le vie a rischio non credo sia una soluzione. Bisogna essere in grado di capire se davvero c'è un rischio, non è affatto semplice"

Sui social il rischio è che parli anche chi non sa e poi il giudizio lo dà la media...il cordino bisogna vedere chi lo mette.

Ma infatti la prima cosa da fare è informarsi per davvero, con chi conosce la situazione specifica. Per esempio, mi scrive un sacco di gente che vuole scalare a Cala Luna, io rispondo che lì il rischio è 4, sconsiglio. Ma a Cala Luna è bello, la gente ci vuole andare e ci va lo stesso, basta vedere sulle app. Mi chiedono perché non faccio un elenco da rendere pubblico dei siti a rischio. Ma poi verrebbe ribattuto da 20 siti internet e l'informazione che vale oggi non necessariamente vale domani.


Lo scalatore di Kalymnos all'atto pratico aveva messo in campo tutte le cautele del caso. Vale la pena ricordarlo?

Si tratta di un incidente mortale purtroppo annunciato. Non per negligenza pratica dello scalatore, ma perché, torniamo sempre lì, bisogna essere in grado di valutare e in certi contesti non è semplice.