Rappresentazione di orso marsicano © Facebook PNALMNel cuore dell’Appennino centrale, dove le faggete si alternano ai pascoli d’altura e i borghi segnano il confine tra selvatico e domestico, il tempo non è mai stato solo una questione di calendario. È stato, ed è, un dialogo continuo tra uomini, animali e stagioni. Lo ricorda, di recente il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), che sui social propone una riflessione affascinante: il “calendario del bosco” nasce dall’intreccio tra riti agricoli, feste cristiane e presenza dell’orso. Un intreccio antico, che racconta molto dell’identità appenninica.
Un intreccio che non si è mai perso nel tempo, nemmeno nel Medioevo quando la Chiesa riorganizzò le tradizioni stagionali più radicate senza cancellarle. Gli storici delle religioni parlano infatti di sincretismo quando esistevano riti legati ai passaggi dell’anno – fine dell’autunno, ritorno della luce, inizio della primavera – che si sovrapponevano a festività cristiane forti, capaci di assorbire simboli e consuetudini precedenti.
Il calendario liturgico diventava così una mappa spirituale che coincideva, in larga parte, con il calendario agricolo. Nei territori montani dell’Appennino centrale, dove la sopravvivenza dipendeva dalla gestione delle scorte, dal clima e dal ciclo del bestiame, queste date avevano un peso concreto, non solo simbolico.
Ed è qui che entra in scena l’orso.
L’orso come animale “di confine”
Sulle Alpi come sugli Appennini, l’orso ha incarnato per secoli una figura ambivalente: temuto e rispettato, selvatico ma sorprendentemente “umano” nei movimenti e nell’alimentazione. In Abruzzo vive una sottospecie unica al mondo, lo sappiamo. Si tratta dell’Orso bruno marsicano, endemico dell’Appennino centrale.
Secondo i dati di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e del PNALM, la popolazione stimata oscilla intorno ai 50-60 individui: numeri che rendono questa sottospecie una delle più rare d’Europa. Per questo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) la considera in pericolo critico. Per le comunità rurali però, l’orso non era solo un oggetto di studio scientifico. Era parte del paesaggio mentale. La sua entrata in tana in autunno e la sua riapparizione primaverile segnavano passaggi stagionali evidenti, osservabili. Il calendario umano seguiva quello del bosco.
11 novembre: San Martino e l’inverno che avanza
L’11 novembre, festa di San Martino di Tours, è tradizionalmente una data di svolta. In gran parte d’Europa coincideva con la chiusura dei contratti agricoli, la sistemazione delle scorte e l’assaggio del vino nuovo. Anche nell’Appennino centrale segnava la fine dei lavori più intensi nei campi.
Nel folklore montano, l’orso che si ritira in tana diventa simbolo del bosco che “si chiude”. L’uomo rientra nei paesi, le giornate si accorciano, la natura si contrae. La festa conviviale di San Martino – con il suo immaginario di mantello condiviso e di calore – si sovrappone a un passaggio stagionale già profondamente radicato nella cultura contadina.
2 febbraio: Candelora, luce e proverbi “da tana”
Se novembre è la soglia dell’inverno, il 2 febbraio rappresenta la sua verifica. La festa della Candelora, con la benedizione delle candele, celebra la luce che cresce. Ma è anche uno dei giorni più ricchi di proverbi meteorologici. “Per la Candelora, se nevica o se plora, dell’inverno siamo fora; ma se è sole o solicello, siamo ancora a mezzo inverno”. Varianti di questo detto sono diffuse in tutto il Centro Italia.
In molte tradizioni europee la previsione del tempo è affidata a un animale “da tana” che esce per controllare il clima. Negli Stati Uniti la versione più nota è il Groundhog Day, con la marmotta che predice la durata dell’inverno. Ma il meccanismo simbolico è molto più antico e comune: osservare la natura per orientarsi nel futuro.
Nell’Appennino dell’orso marsicano, l’immaginario è immediato. L’animale che entra e esce dalla tana diventa metafora del passaggio tra buio e luce, tra immobilità e ripresa.
Il clima che cambia e il calendario che si spezza
Oggi, però, qualcosa si incrina. La crisi climatica sta alterando i ritmi naturali su cui si sono costruiti proverbi e feste.
Secondo i rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e i dati climatici italiani elaborati da ISPRA, l’Appennino centrale registra un aumento medio delle temperature e una maggiore frequenza di inverni miti e irregolari. In queste condizioni, l’ibernazione dell’orso può risultare meno lunga o meno continua, anche se il fenomeno varia da individuo a individuo e dipende dalla disponibilità di cibo.
Gli esperti del Parco sottolineano che non tutti gli orsi si comportano allo stesso modo: alcuni possono rimanere attivi più a lungo, altri interrompere la permanenza in tana in caso di temperature elevate o scarsità di neve. Così il vecchio calendario naturale, quello che ispirava proverbi e rituali, diventa meno prevedibile. E con esso cambia anche il racconto collettivo.
Ma non si tratta solo di storie e racconti che non coincidono più. In Abruzzo l'orso non è soltanto un simbolo. È presenza reale, con cui fare i conti ogni giorno: gestione dei rifiuti, tutela degli allevamenti, corridoi ecologici, prevenzione dei conflitti. I progetti di conservazione promossi dal Parco e dal Ministero dell’Ambiente mirano a garantire la sopravvivenza della sottospecie attraverso monitoraggio genetico, riduzione della mortalità stradale e coinvolgimento delle comunità locali. E questo “calendario del bosco” di cui abbiamo parlato non è solo una suggestione romantica. È una chiave di lettura culturale per comprendere quanto profondamente l’uomo appenninico abbia intrecciato la propria identità con i cicli naturali.
Anche quando non si vede, l’orso resta nei racconti, nei proverbi, nelle feste. Ma oggi, accanto alla dimensione simbolica, si impone una responsabilità concreta: preservare quell’equilibrio fragile che ha permesso per secoli la coesistenza tra comunità umane e grande fauna. Perché se il calendario della natura cambia, cambiano anche le storie che raccontiamo. E decidere di proteggere l’orso significa, in fondo, scegliere quali storie vogliamo continuare a tramandare.