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Foto di highflyer100 da PixabayPer decenni, l’archeologia ha descritto i primi abitanti dell’Alto Artico, i Paleo-Inuit, come cacciatori terrestri, nomadi che inseguivano i buoi muschiati tra i ghiacci. Ma una nuova ricerca della Ilisimatusarfik (University of Greenland), pubblicata sulla rivista Antiquity, ribalta questa prospettiva, sulla base di quanto scoperto in un remoto gruppo di isole della Groenlandia settentrionale: l’arcipelago di Kitsissut.
Lo studio rivela che queste isole, accessibili esclusivamente attraverso un viaggio affatto facile in mare aperto, sono state raggiunte già 4500 anni fa da comunità dotate di tecnologie nautiche sofisticate. L’immagine dei Paleo-Inuit che la ricerca restituisce è quella di abili navigatori, il cui approdo nelle terre dell’Alto Artico ebbe un rilevante impatto sull’ambiente.
I Paleo-Inuit, abili navigatori che sfidavano l'oceano
Il team di ricerca ha identificato nell’arcipelago di Kitsissut un'eccezionale concentrazione di strutture abitative, circa 15 case con una tipica struttura assiale in pietra, risalenti a un periodo stimato tra 4500 e 2700 anni fa, epoca nota come Paleo-Inuit antico. Questi edifici rappresentano una prova evidente dell’occupazione ripetuta della zona.
La scoperta ha dell’eccezionale per un motivo geografico: l’arcipelago si trova all’interno della cosiddetta Pikialasorsuaq, la più grande polinia dell'Alto Artico, ovvero una porzione di oceano che resta libera dai ghiacci per la maggioranza dell’anno. Questo particolare ambiente marino andava stabilizzandosi proprio attorno a 4500 anni fa. Un periodo in cui, come evidenziato dai ricercatori, “molte delle relazioni ecologiche che definiscono l'Artico oggi – che riguardano la distribuzione delle specie, i cicli stagionali e le dinamiche trofiche – erano ancora in una fase iniziale di formazione a seguito del ritiro dei ghiacciai.”
Per raggiungere le isole dell’arcipelago i Paleo-Inuit non disponevano di accessi via terra. Per quanto l’area presentasse una sua dinamicità, in termini di formazione e fusione del ghiaccio marino, è da escludere che il ghiaccio potesse estendersi a coprire la distanza media tra la terraferma e l'arcipelago di Kitsissut, di circa 50-60 km. C’era un solo modo per arrivare alle isole: navigare.
Compiere quella traversata oltre 4000 anni fa, doveva apparire come un'impresa titanica. Senza GPS o imbarcazioni a motore – che oggi riducono ma non eliminano le difficoltà di navigazione verso l’arcipelago - i Paleo-Inuit si ritrovarono a dover fronteggiare con i mezzi a disposizione condizioni proibitive, quali nebbia fitta, venti e correnti estremamente violente.
“In condizioni ottimali e con adeguati piani di emergenza, un moderno kayakista ricreativo potrebbe completare una simile traversata in 12-15 ore di pagaiata continua”, evidenziano i ricercatori.
Per gli esperti non c’è dubbio: per superare simili difficoltà, gli antichi navigatori dell’Artico dovevano possedere imbarcazioni idonee, simili ai moderni kayak, progettate con maestria e una conoscenza nautica che sarebbe errato ed offensivo definire “primitiva”.
L’impresa compiuta dai Paleo-Inuit per raggiungere le isole Kitsissut rappresenta uno dei viaggi in mare aperto, in ambiente artico, più lunghi mai documentati per quel periodo. Una traversata ad alto rischio, che gli antichi navigatori, sulla base delle loro competenze nautiche, affrontavano con un certo grado di fiducia, portando con sé non solo provviste ma anche membri della famiglia. “Le conseguenze di un eventuale fallimento – essere spinti fuori rotta, sopraffatti dalla corrente e trascinati nella baia di Baffin – sarebbero state gravi.”
Uno stretto rapporto tra uomo e natura
4500 anni fa, come anticipato, l’area dell’arcipelago di Kitsissut era una terra che andava plasmandosi al termine della glaciazione. E i Paleo-Inuit giocarono probabilmente un ruolo rilevante in tale “creazione”, intessendo relazioni con l’ambiente.
Ne è un esempio il rapporto che si venne creare tra uomo e Appat (Uria lomvia), specie di uccelli marini che nidifica sulle scogliere. Le abitazioni scoperte sulle isole sembrano concentrarsi nei pressi delle aree di nidificazione, suggerendo che questi volatili potessero fungere da elemento attraente. Raccogliendo le uova e cacciando gli uccelli, i Paleo-Inuit divennero parte integrante delle dinamiche di popolazione degli uccelli marini, influenzando crescita e distribuzione delle colonie.
A loro volta, i volatili hanno influenzato, mediante trasporto dei nutrienti di origine marina negli ecosistemi terrestri attraverso i loro escrementi, la formazione del suolo, la successione della vegetazione e lo sviluppo delle reti alimentari terrestri.
In tal contesto, i Paleo-Inuit non sono dunque da considerare meri visitatori o anche sfruttatori passivi delle risorse offerte dalle isole. “Partecipando attivamente agli ecosistemi sia marini che terrestri – chiarisce il team di ricerca - le prime comunità Paleo-Inuit non si limitavano ad adattarsi all'ambiente artico, ma erano potenzialmente parte integrante del suo sviluppo. “
La ricerca spinge dunque a guardare all'Artico non come a una natura selvaggia e incontaminata "pre-umana", ma come a un sistema co-evoluto insieme ai suoi abitanti indigeni. Una riflessione che i ricercatori estendono alla delicata situazione geopolitica attuale: “Ciò sottolinea che i dibattiti contemporanei sulla governance artica non devono trascurare la storia più profonda attraverso la quale gli ambienti sono emersi attraverso le azioni reattive degli indigeni e la creatività ecologica.”