Tasio e Seán in vetta al Pilastro Est del Fitz Roy © Tasio Martin
Tasio durante uno dei tiri nella prima parte della via © Seán Villanueva O'Driscoll
Seán durante il traverso chiave del secondo giorno di salita © Seán Villanueva O'Driscoll
Tasio impegnato da primo di cordato nella prima sezione dell'itinerario © Seán Villanueva O'Driscoll
Seán durante la salita di un tiro della via ricoperto di neve e ghiaccio © Seán Villanueva O'Driscoll“Io e Tasio Martin ci siamo trovati per caso qui a El Chaltén e abbiamo deciso di condividere questo progetto, che gironzolava nella mia testa già da un po'”. A parlare è Seán Villanueva O'Driscoll, che abbiamo raggiunto via etere direttamente in Patagonia, per farci raccontare la recente salita in libera del Pilastro Est del Fitz Roy, affrontato in cordata con Tasio Martin fra il 6 e l'8 marzo scorsi. Si tratta, nella fattispecie, di 1.200 metri di pura verticalità, su una parete caratterizzata da spettacolari graniti dorati e vinta dopo tre giorni intensi di arrampicata altrettanto totalizzante, sulle difficoltà costanti di una linea ormai storica: quella aperta dai Ragni di Lecco Casimiro Ferrari e Vittorio Meles ben 50 anni fa.
“Ho grande rispetto per la storia di questa linea, la prima a venire realizzata sul Pilastro. - continua il suo racconto Villanueva - Nel 2011, con Nico Favresse, ne abbiamo scalato i primi tiri, fino alla cengia, per poi affrontare la salita di ‘El Corazon’. Dunque conoscevo già quella prima parte e mi sono sempre chiesto se la via potesse essere liberata integralmente: era una sfida piuttosto ovvia per me, su una parete così iconica. Una decina di anni fa, inoltre, Matteo Della Bordella e il suo team hanno fatto un enorme lavoro di pulizia, togliendo le corde fisse e il materiale lasciato in parete durante l'apertura e rendendo così l'arrampicata molto più piacevole”.
Proprio Della Bordella - che in cordata con David Bacci nel 2016 ne aveva tentato la libera, mancandola per nove tiri - è stata la prima persona che Seán ha contattato, sia per farsi dare qualche informazione in più prima della salita che per raccontargliela, appena tornato con i piedi per terra. “I suoi consigli sono stati fondamentali, anche e soprattutto per farci indicare le zone più idonee al bivacco”. Sì, perché Seán e Tasio hanno effettuato due bivacchi in parete, uno all'altezza della diciassettesima lunghezza e l'altro una volta raggiunto il trentunesimo tiro. In entrambi i casi, i due avevano con sé i loro portaledge G7 Pod, “un morbido lusso che ha fatto la differenza, perché riposare bene, nelle condizioni assolutamente non ideali che abbiamo trovato, era cruciale per riuscire ad affrontare in libera tutta la via”.
L'approccio alla parete
In effetti, il Pilastro Est del Fitz Roy, prima del loro tentativo, era stato battuto per giorni da forti tempeste, che avevano reso piuttosto proibitiva l'arrampicata. “Non pensavo che la libera potesse essere realizzata quest'anno, - spiega Villanueva - le condizioni meteo sono state avverse per gran parte del periodo. In ogni caso, appena individuata una finestra di bel tempo, ho suggerito a Tasio di fare qualcosa insieme e l'idea della via degli italiani al Pilastro Est (anche nota più semplicemente come ‘Pilar Este’, ndr) è subito riaffiorata nella mia mente".
"Sapevamo che le condizioni non erano ottimali ed eravamo un po' preoccupati rispetto alla quantità di neve e ghiaccio che avremo trovato in parete. Durante l'avvicinamento abbiamo notato che i primi tiri erano piuttosto puliti e questo ci ha dato la motivazione giusta per cominciare ad arrampicare e vedere come sarebbe andata. Speravamo che durante la salita la roccia si sarebbe scaldata e pulita un po', ma non è accaduto: la copertura di nubi del secondo e terzo giorno e l'esposizione ad est, che non permetteva alla parete di vedere il sole per un periodo di tempo sufficiente, hanno contribuito a mantenere la scalata - ed il ghiaccio - piuttosto croccante".
Pertanto, durante la salita, Seán e Tasio hanno dovuto fare ampio ricorso alle piccozze: non per la progressione, ma per la pulizia della parete, come dei provetti spazzacamini. “La piccozza si è rivelata essere lo strumento più importante della salita, - ride Villanueva - pulivamo gli appigli dal ghiaccio con la sua punta, poi ce l'appoggiavamo sulla spalla, mettevamo la mano nell'appiglio appena pulito, riprendevamo la piccozza con l'altra mano per pulire il successivo e così via. Questa è stata forse una delle parti più complesse perché alla fine ha richiesto molta forza fisica, costringendoci a stare spesso nella stessa posizione e a stancarci moltissimo. C'è stata un sezione in cui proprio per questa ragione non abbiamo liberato i tiri al primo tentativo, ma abbiamo dovuto calarci e riposare un po' per poi riuscirci in un secondo momento”.
Una cordata di combattenti
Tasio e Seán hanno iniziato a scalare venerdì 6 marzo, alle 7 del mattino, a comando che si è mantenuto alternato per tutta la salita. “Tasio è un arrampicatore davvero forte e motivato - racconta Seán - e ci siamo subito trovati molto bene insieme. Lui ha 25 anni, una ventina in meno di me, e la battuta che ci facevamo era quella di sembrare una sorta di cordata padre-figlio. Ma, a parte gli scherzi, non ho avuto molto da insegnarli: l'apporto di entrambi alla salita è stato veramente equilibrato”.
Ad un certo punto, verso metà via, il piede di Seán è scivolato su un appiglio, facendo cadere un sasso sul naso di Tasio. “Aveva il viso coperto di sangue, gli ho proposto subito di scendere, ma non ne ha voluto sapere. Lo spingeva una motivazione davvero invidiabile!”. La motivazione di entrambi è stata peraltro un elemento fondamentale nel tenere la barra dritta verso l'obiettivo della libera, senza cedere alla fatica nelle sezioni più difficili da pulire. “Quando hai davanti a te un parete resa così complicata dal ghiaccio, arrendersi all'artificiale diventa molto facile - spiega infatti Seán - ma Tasio si è rivelato fin da subito il genere di climber combattivo di cui avevo bisogno per questa salita. Poi sì, credo che, qualora le condizioni fossero state davvero troppo insostenibili per una libera, avremmo comunque provato a continuare, perché la via ne valeva la pena. Personalmente, i miei sforzi sono in genere indirizzati ad arrampicare ‘il più in libera possibile’ ma senza essere troppo intransigente".
C'è stato un momento della salita in cui in effetti Seán ha pensato di non potercela fare. “Era uno dei tiri centrali - prosegue Villanueva - e avevo dato davvero il massimo a vista. Ma sono caduto e ho continuato fino alla sosta pensando che non sarei riuscito a liberarlo. Ho comunque detto a Tasio di calarmi di nuovo e che l'avrei riprovato. Ci sono riuscito ed è stato un tiro perfetto per me: arrampicavo davvero bene, sentivo che lo stavo facendo in un modo pulito ed è stata davvero una bella sensazione. Ma se non ce l'avessi fatta, penso che avremo comunque continuato, rinunciando alla libera ma non alla salita".
La linea 'Pilar Este' sul Fitz Roy © Rolando GaribottiCinquant'anni di attesa
L'impresa di Villanueva e Martin s'inserisce in una storia davvero molto lunga, su una parete che in cinquant'anni ha visto cambiare stile e abitudini di chi vi si avventurava. Dopo almeno tre tentativi durante gli anni immediatamente precedenti, nel 1974 furono gli svizzeri Toni Holdener, Hans Peter Kasper e i loro compagni a tracciare una prima linea su questo incantevole pilastro. Il loro progetto raggiunse però la fine delle difficoltà a circa 200 metri dalla vetta. Due anni più tardi, nel 1976, i già citati Ferrari e Meles completarono la via dopo sei giorni di arrampicata.
“Pensando agli apritori - racconta Seán - mi sorprende molto il fatto che le previsioni meteorologiche fossero allora praticamente assenti. Si tratta di un aspetto che ha cambiato decisamente i giochi, perlomeno qui in Patagonia. Pensare che all'epoca questa salita sia stata compiuta senza un supporto del genere è incredibile. E in parte rende più comprensibile, anche se non del tutto giustificabile, il fatto che abbiano lasciato tanto materiale in parete: quando non hai il privilegio di sapere che cosa ti aspetta, vuoi scendere il prima possibile. Pure le difficoltà tecniche mi hanno molto impressionato: in particolare un tiro, uno degli ultimi prima di arrivare in cima. Ho provato ad immaginare come devono averlo affrontato all'epoca, in un punto così esposto della salita, e dopo aver bivaccato per cinque notti in maniera sicuramente meno confortevole della nostra”.
Una via che merita più attenzione
La cumbre è stata raggiunta da Villanueva e Martin nel pomeriggio di domenica 8 marzo e di lì, dopo una breve pausa, la cordata ha proseguito nella discesa lungo la via dei Francesi, resa altrettanto complessa dalla scarsa visibilità.
“Credo che altri itinerari su questo Pilastro, penso per esempio a quelli sulla destra, ‘Royal Flush’ ed ‘El Corazon’, godano di molta più popolarità rispetto alla ‘Pilar Este’, - conclude Villanueva - nel senso che sono sicuramente prese in considerazione da un maggior numero di arrampicatori, anche se non così tanti visto che si tratta comunque di vie durissime. Penso che il motivo sia da rintracciare nelle loro belle soste, che ti permettono di scendere velocemente in caso di necessità. C'è più incertezza sulla via che abbiamo scelto ed è parte del suo fascino. Non abbiamo trovato le condizioni perfette e questo mi spinge addirittura a pensare che potrebbe esserci un modo ancora migliore di affrontarla: ovvero one push, senza bivacchi”.
Un probabile obiettivo per il futuro? “Perché no?”.