Quali animali vivevano nell'Artico 75mila anni fa? La risposta da una grotta norvegese

In una grotta sulla costa norvegese sono state ritrovate ossa appartenenti a oltre 30 specie risalenti all'Ultima Era Glaciale, tra cui mammiferi, pesci e uccelli. Uno scenario ben diverso da quello della steppa-tundra popolata dai mammut.

Quali specie popolavano l’Artico europeo nell’ultima Era Glaciale? Di fronte a tale domanda, è inevitabile che nella nostra mente appaiano esemplari iconici della megafauna preistorica, come i mammut lanosi, tipici abitanti delle steppa-tundra. Uno studio di recente pubblicazione, sulla rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), fornisce prove dell’esistenza di una comunità animale molto più variegata, che popolava le zone costiere dell'Artico, circa 75.000 anni fa

All'interno di una grotta, lungo la costa della Norvegia settentrionale, sono infatti state ritrovate ossa, appartenenti a oltre 30 specie, tra cui mammiferi, pesci e uccelli. 

 

Chi viveva nell'Artico europeo 75.000 anni fa?

L'ultima Era Glaciale, ha rappresentato un lungo periodo della storia del nostro Pianeta, durato all'incirca da 118.000 a 11.700 anni fa, caratterizzato da ampie fluttuazioni climatiche, ovvero fasi di avanzamento e ritiro dei ghiacci, variazioni nella estensione del ghiaccio marino e nel livello dei mari.

Ricostruire le conseguenze di tali altalene climatiche sulla biodiversità dell’Artico, non è affatto semplice. Il limite maggiore è rappresentato dalla rarità di resti organici risalenti a periodi antecedenti l’Ultimo Massimo Glaciale (26.000-19.000 anni fa), quando le calotte di ghiaccio hanno toccato la loro massima estensione.

In tale contesto, la scoperta avvenuta in Norvegia, acquisisce una enorme importanza, consentendo di aprire una finestra su un passato, del quale la scienza possiede una immagine alquanto sfumata.

I preziosi resti ossei sono stati rinvenuti nella grotta di Arne Qvamgrotta, parte del sistema di grotte di Storsteinhola, non lontano dal villaggio di Kjøpsvik, nella contea di Nordland. La presenza di interessanti strati di sedimenti antichi, contenenti reperti fossili, era stata notata già nel 1991, durante la realizzazione di un tunnel da parte di una compagnia mineraria locale. Scavi successivi hanno consentito di riportare alla luce migliaia di frammenti ossei, alla base dello studio. 

Dalla datazione, effettuata con diversi metodi (radiocarbonio, uranio/torio, luminescenza stimolata otticamente), le ossa sono risultate risalire al cosiddetto MIS 5a, un picco interglaciale verificatosi tra 85.000 e 71.000 anni fa, dunque un periodo “caldo”, seguito da una nuova fase di avanzamento dei ghiacci.

Combinando metodi di analisi di osteologia comparativa e genetica, i ricercatori sono stati in grado di identificare 46 taxa, 30 famiglie, 37 generi e 33 specie, tra cui mammiferi, uccelli e pesci. Gli uccelli marini sono risultati dominanti.

Alcune delle specie identificate sono ancora presenti ai giorni nostri, come anatra, corvo imperiale, gru, fringuello, pulcinella di mare e pernice bianca tra gli uccelli, orso polare, tricheco, balena azzurra tra i mammiferi, merluzzo atlantico e alborella tra i pesci. Sono state inoltre rilevati molluschi, come le cozze.

Vi sono però anche specie mai rilevate prima in Scandinavia, come il lemming dal collare paleartico, che è dunque da considerarsi estintosi successivamente nella zona. Nei sedimenti sono anche stati recuperati pollini, attribuibili alla famiglia delle Pinaceae.

“L'insieme faunistico recuperato che rappresenta sia la fauna marina che quella terrestre di Arne Qvamgrotta – dettagliano i ricercatori - , è in gran parte indicativo di un ambiente interstadiale costiero del Weichseliano inferiore, che comprende una tundra artica o subartica aperta, con ghiaccio marino perenne o stagionale nelle vicinanze, laghi o fiumi d'acqua dolce e la presenza di alcuni pini”.

Ne deriva uno scenario ben diverso “dalle ben note comunità di steppa di mammut dell'ultimo periodo glaciale”.

 

Dal passato un aiuto per affrontare il futuro

L'Artico è altamente suscettibile ai rapidi cambiamenti climatici e attualmente è la regione del globo che si sta riscaldando più rapidamente. Lo studio, fornendo indicazioni su come la fauna si sia adattata a grandi cambiamenti climatici migliaia di anni fa, può contribuire a migliorare la comprensione dei meccanismi di risposta delle specie al cambiamento climatico. Conoscenze che possono essere di supporto per orientare gli sforzi moderni di conservazione della biodiversità

I reperti della grotta di Arne Qvamgrotta, evidenziano la presenza di specie che furono in grado di ricolonizzare l'Artico dopo periodi glaciali. Al contempo, l’estinzione di alcune di esse, come il lemming, all’arrivo di una nuova fase di espansione dei ghiacci, testimonia la difficoltà che parte della fauna può incontrare nell’adattarsi a un nuovo scenario climatico. 

Un grande limite alla sopravvivenza delle specie, sia in periodi di “raffreddamento” che di “riscaldamento” climatico, è rappresentata dalla impossibilità di migrare, di andare alla ricerca di nuovi habitat ottimali. della fauna di adattarsi o migrare in presenza di importanti eventi climatici. 

Considerando la maggiore frammentazione che caratterizza gli habitat artici rispetto a 75.000 anni fa, risulta essenziale impegnarsi nel preservare o promuovere la creazione di corridoi ecologici, vitali per la conservazione della biodiversità.