SOS Antartide: i satelliti svelano il dramma dei pinguini imperatore in fase di muta

Per la prima volta i satelliti documentano la fase di muta dei pinguini imperatore, svelando come il declino del ghiaccio marino stia minacciando la sopravvivenza della specie

Il pinguino imperatore (Aptenodytes forsteri) è, tra gli uccelli marini, l'icona assoluta dell'Antartide e la specie più grande e maestosa della sua famiglia. Capace di raggiungere il metro e venti di altezza, è in grado di affrontare la stagione invernale nell'entroterra antartico, sfidando venti da 200 km/h e temperature che precipitano sotto i -60 °C

Sebbene questa descrizione possa portare a immaginarlo allo stregua di un supereroe polare, resistente e resiliente, nuove analisi condotte dal British Antarctic Survey (BAS) rivelano che il cambiamento climatico, sempre più repentino e impattante sull’ambiente antartico, possa essere riconosciuto come la sua criptonite. 

Attraverso l'uso di immagini satellitari a media e altissima risoluzione, i ricercatori hanno documentato per la prima volta un fenomeno particolare: la drastica riduzione del ghiaccio marino sta forzando questi uccelli a raggrupparsi in aree sempre più ristrette durante la muta, esponendoli a rischi mortali proprio nel momento della loro massima vulnerabilità.

 

La crisi della muta nell'era del cambiamento climatico

La scoperta, descritta in un articolo di recente pubblicazione sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, è avvenuta quasi per caso nella Terra di Marie Byrd, un'area dell'Antartide occidentale dove storicamente si concentra circa il 40% della popolazione globale di pinguini imperatore, provenienti dal Mare di Ross

Terminata la stagione riproduttiva, la maggior parte dei pinguini del Mare di Ross intraprende infatti una migrazione epica verso est, percorrendo fino a 1.000 chilometri per raggiungere la Terra di Marie Byrd e la costa di Saunders. Qui, tra gennaio e l'inizio di marzo, gli esemplari si stabiliscono sulle vaste piattaforme di ghiaccio marino per affrontare la muta, una fase critica nel ciclo vitale della specie. 

Ogni anno, negli ultimi mesi dell’estate antartica, i pinguini imperatore devono sostituire l'intero piumaggio per mantenere l'impermeabilità necessaria alla sopravvivenza nelle acque gelide dell’Oceano antartico. Durante questo periodo, che dura tra i 30 e i 40 giorni e si caratterizza per un elevato tasso metabolico, non possono immergersi per nutrirsi e dunque si trovano ad affrontare un digiuno prolungato. 

Inoltre dipendono totalmente dalla stabilità del ghiaccio marino ancorato alla costa. Se il ghiaccio si rompe prematuramente, i pinguini sono costretti a entrare in mare prima che le nuove piume siano pronte, andando incontro a ipotermia, sfinimento energetico e un rischio altissimo di predazione. In caso di sopravvivenza, gli esemplari possono soffrire di cattive condizioni fisiche, che aumentano il tempo necessario per tornare in forze e affrontare il periodo riproduttivo, con l'aggravante di un potenziale scarso successo riproduttivo. 

Come evidenziato dal British Antarctic Survey, “per i pinguini imperatore, che vivono fino a 20 anni e non si riproducono prima dei tre-sei anni, la mortalità degli adulti rappresenta una minaccia a lungo termine maggiore rispetto al fallimento riproduttivo".

Analizzando le immagini satellitari alla ricerca di macchie marroni di guano — traccia visibile dallo spazio, utilizzata come indicatore della presenza delle colonie — il team guidato dal dottor Peter Fretwell ha individuato oltre cento gruppi di pinguini in fase di muta. È la prima volta che questa tecnologia viene utilizzata per monitorare questa specifica fase della loro vita, tradizionalmente poco studiata a causa delle difficoltà logistiche.

I dati raccolti tra il 2019 e il 2025 mostrano un quadro allarmante. Se in passato il ghiaccio marino in questa regione copriva una superficie di circa 500.000 chilometri quadrati, nel 2023 l'estensione è crollata a soli 100.000 chilometri quadrati, con appena 2.000 chilometri quadrati di ghiaccio stabile lungo la costa. Questa contrazione ha costretto i pinguini in muta a concentrarsi in gruppi densi e affollati su minuscoli lembi di ghiaccio rimasti. In molti casi, il ghiaccio si è frantumato prima che il processo fosse completato.

 

 

 

Il mistero delle colonie scomparse

L'impatto di questi anni di scarsa estensione del ghiaccio marino (2022-2024) sembra essere già visibile. Nel 2025, i satelliti hanno individuato solo 25 piccoli gruppi di pinguini nella regione studiata, a fronte degli oltre cento identificati prima del 2022. Non è ancora chiaro se gli animali si siano spostati in siti di muta alternativi o se si sia verificato un declino demografico significativo. 

Il dottor Peter Fretwell sottolinea la gravità della situazione spiegando che “i pinguini imperatore hanno già dovuto affrontare una miriade di minacce e la perdita dei siti di muta rappresenta un'ulteriore pressione. Anche se non sappiamo con certezza cosa sia successo a quei pinguini, sappiamo che possono trovare nuovi siti di riproduzione adatti dopo la perdita di ghiaccio, quindi è possibile che abbiano stabilito nuovi siti di muta altrove.”

Una ipotesi che non è certezza. È infatti possibile “che un gran numero di pinguini sia morto dopo essere entrato nell'Oceano antartico, prima di aver ricomposto le sue piume impermeabili.”

“Se ciò è accaduto – conclude Fretwell - , la situazione per i pinguini imperatore è persino peggiore di quanto pensassimo."

Dal momento che il ghiaccio marino ospita molteplici altre forme di vita, quali uccelli marini e foche in superficie, krill e balene al di sotto di essa - specie che non sono oggetto di monitoraggio annuale quanto i pinguini - , questi ultimi diventano importanti indicatori dello stato di salute dell’ecosistema. Lo studio evidenzia, in tal contesto, l’importanza crescente del monitoraggio satellitare, strumento indispensabile per tracciare i loro movimenti in un ambiente dinamico, ostile e decisamente complesso da monitorare sul campo.