Donne e montagna, luci e ombre tra professioni e alpinismo

Il tema del rapporto tra le donne e le terre alte, è stato affrontato in un dibattito condotto da Luca Calzolari, insieme alla giornalista e scrittrice Linda Cottino

Cai Otto marzo

«Negli anni ‘50, gli uomini ci accettavano, anche se pensavano che approfittassimo un po’ della situazione, magari di qualcuno che aveva un debole per noi. All’epoca,  nel gruppo del Cai Varese, ad arrampicare eravamo in poche: solo due o tre», racconta l’alpinista, traduttrice e scrittrice Maria Antonia “Tona” Sironi.

Farsi accettare dagli uomini 

Oggi, i numeri sono cambiati, ma permane la percezione che nel mondo della montagna ci sia ancora molto da fare, per quanto riguarda la parità di genere. «Sono passati 70 anni, ma rimane ancora la sensazione di doversi far accettare dai propri compagni di cordata o colleghi uomini», afferma la guida alpina, alpinista e scrittrice Anna Torretta.  Il tema del rapporto tra le donne  e le terre alte, ma anche della vita e del lavoro femminile in montagna, è stato affrontato in un dibattito condotto da Luca Calzolari, direttore di Montagne360 e Lo Scarpone, insieme alla giornalista e scrittrice Linda Cottino. La diretta ha registrato più di 4mila visualizzazioni tra Facebook e YouTube, con picchi di 200 persone connesse. Per rivederla su Facebook, la diretta è disponibile qui.

La situazione nelle professioni 

«Per fare un esempio su 300 guide alpine in Val d’Aosta, solo 6 sono donne. Su scala nazionale sono circa 17 su 1200», spiega ancora Torretta. «Per svolgere questa professione vengono richiesti gli stessi requisiti, sia fisici che attitudinali, e questo può essere una discriminante e scoraggiare molte ragazze, che poi sul campo dimostrano le stesse capacità degli uomini», continua.

Se dalla professione di guida alpina si passa a quella di rifugista, la vicenda di Eleonora Saggioro dovrebbe rappresentare la normalità: scegliere quello che si vuole fare non dovrebbe essere un’eccezione. «Sono finita a svolgere questo lavoro  quasi per caso. Ho amato fin da subito la montagna. Gli inizi però, non furono entusiasmanti: nel gruppo di arrampicata giovanile del Cai Roma, mi diedero il ruolo di segretaria ma ben presto dimostrai le mie capacità come arrampicatrice. A partire dagli anni 2000, ho preso in gestione il rifugio Sebastiani, sul Monte Velino, insieme a una cooperativa di amici, e sono rimasta alla gestione della struttura fino ad oggi», continua.  «Insomma, ho scelto il mio destino. Spesso consiglio alle altre donne di uscire dagli schemi, di lanciarsi verso l’ignoto. Allo stesso tempo anche gli uomini dovrebbero rompere i loro schemi mentali. Non farlo, nel 2021 è ridicolo», conclude.

Un momento della diretta © Cai

Occasione di cambiamento 

Per quanto riguarda l’alpinismo, oggi la disciplina è diventata occasione di affermazione e valorizzazione. Senza dimenticare che può anche essere fonte di ispirazione e cambiamento in luoghi come il Nepal, l’Afghanistan o la Turchia. «Dipende da come sono organizzate le spedizioni: nel caso di un’agenzia esterna, i contatti sono molto pochi e quindi le spedizioni vengono viste come qualcosa di esterno. Quando, invece, ci sono contatti con le istituzioni locali, allora possono venir coinvolte anche le donne del luogo e diventare fonte di ispirazione», spiega Hildegard Diemberger, antropologa sociale all’università di Cambridge. «Allo stesso tempo, se si pensa alle grandi imprese, le donne subiscono gli effetti più nefasti. Infatti, quando i loro compagni, figli o fratelli periscono in montagna, le vedove e orfane rimangono senza alcuna forma di assistenza», puntualizza ancora.

«Più in generale, la battaglia contro la discriminazione e il sessismo diventano terreno fertile per un discorso di lotta e autodeterminazione che trascende le terre alte e diventa il luogo dell’intersezionalità, verso il riconoscimento delle identità LGBT+ o dei diritti civili e sociali, conclude Diemberger.