La fitodepurazione nei rifugi del Cai

Tre Organi tecnici del Sodalizio e la Fondazione Angelini hanno realizzato uno studio utile a Sezioni e gestori in vista della possibile realizzazione di impianti di fitodepurazione nei rifugi. È stata verificata la fattibilità tecnica, ambientale ed economica di questo trattamento delle acque reflue in undici rifugi campione

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Il Duca degli Abruzzi sul Gran Sasso, uno rei rifugi campione © Cai

«Uno studio che mette a disposizione le informazioni necessarie per valutare con cognizione di causa se dare seguito o meno al trattamento con fitodepurazione delle acque reflue dei rifugi».
Con queste parole il presidente del Comitato scientifico centrale del Cai Giuliano Cervi riassume l’indagine intitolata Verifica della fattibilità tecnica, ambientale ed economica del trattamento delle acque reflue dei rifugi del Cai tramite fitodepurazione.

Tre Organi tecnici del Cai insieme per la realizzazione di impianti di fitodepurazione

Una ricerca che ha visto affiancati il Comitato scientifico centrale, la Commissione centrale rifugi e opere alpine e la Commissione centrale tutela ambiente montano del Cai, con il contributo scientifico di Davide Tocchetto e Marta Crivellaro della Fondazione Angelini.
Lo scopo, attraverso la raccolta e l’analisi dei dati di undici rifugi Cai campione ubicati nelle aree protette di sette regioni, è quello di dare vita a un sistema di riferimento che possa essere utile in vista della possibile realizzazione di impianti di fitodepurazione per strutture ricettive, di proprietà del Cai, che si trovano in contesti ambientali simili al campione analizzato.

Copertina Indagine CAI fitodepurazione 2021-V6

La copertina dello studio

Una tecnica in grado di abbattere i carichi inquinanti

La fitodepurazione è un sistema di depurazione naturale delle acque reflue che riproduce il principio di autodepurazione tipico degli ambienti acquatici e delle zone umide.

«Questa tecnica è in grado di abbattere pressoché completamente i carichi inquinanti. Per poterla applicare con successo occorre però attenersi a una precisa serie di regole e di condizioni che sono evidenziate nell’indagine», prosegue Cervi. «Lo studio indica anche le modalità di gestione delle vasche di trattamento dei reflui, che costituiscono anch’esse una condizione essenziale per assicurare la presenza di reflui efficacemente trattabili con la fitodepurazione».

Una riflessione sulla sostenibilità

I motivi alla base di questa ricerca li troviamo nella volontà del Cai di rendere sempre più sostenibili i processi edilizi e impiantistici dei propri rifugi.

«La ricerca vuole aprire una riflessione, su dati indubitabili, sulle tecnologie, le modalità operative e i costi che consentano di operare un rapporto con il carico turistico e se vi sono sufficienti risorse naturali a disposizione che sostituiscano processi depurativi passivi», scrive Marcello Borrone della Commissione centrale rifugi.

«Dal punto di vista tecnico scientifico lo studio contiene in sé tutti gli elementi indispensabili per giungere all’individuazione dei luoghi e dei rifugi con le migliori condizioni per porre in essere la fitodepurazione», aggiunge il presidente della Cctam Raffaele Marini. «Gli ambiti di applicazione sono individuabili con una rigorosa analisi costi/benefici che necessariamente dovrà coinvolgere la Sezione proprietaria».

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Il Sommariva al Pramperét, uno dei rifugi campione © Cai

Costi di realizzazione simili in montagna e in pianura

L’elaborazione dei dati raccolti consente di affermare, leggiamo nelle conclusioni, come

«la realizzazione di tali opere non si discosti in modo rilevante rispetto alla medesima esecuzione in condizioni non estreme, in particolare sotto il profilo dell’impegno economico. Infatti i costi unitari calcolati in ambiente montano, compresi tra i 113 e i 159 euro/mq e con un valore medio di 136 euro/mq, si possono facilmente confrontare con l’impegno relativo ad interventi in contesti di pianura, confermando gli effetti positivi della fitodepurazione insieme alla semplicità di realizzazione e all’esigenza di materiali facilmente reperibili».

Questo nonostante «le eventuali criticità legate all’accessibilità dei siti e alla possibilità di intercettare un contesto geomorfologico interamente caratterizzato da conformazione rocciosa che aumenterebbe la complessità del cantiere».

Solo per tre degli undici rifugi campione si è reso necessario l’uso dell’elicottero per il trasporto di materiali e macchinari. Una condizione che porta naturalmente a un maggiore impegno nelle spese di realizzazione dell’impianto.
Attenzione però: bisogna essere consapevoli che la fitodepurazione è utilizzabile soltanto in presenza di una precisa serie di parametri di tipo ambientale, climatico, altimetrico, botanico-vegetazionale e geo pedologico, dalla cui interrelazione deriva l’effettiva applicabilità di tale tecnologia.

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Il Battisti sull’Appennino reggiano, uno dei rifugi camipone © Cai

Esempio di coordinamento e collaborazione

Cervi conclude sottolineando il valido esempio di coordinamento e collaborazione tra tre Organi tecnici del Cai rappresentato dallo studio.

«Gli esperti delle nostre commissioni si sono interfacciati con i due tecnici incaricati di condurre la ricerca, dando vita a un gruppo di lavoro che ha notevolmente qualificato i diversi spunti teorici, raccordandoli alla effettiva realtà dei rifugi Cai».

Lo studio (scaricabile cliccando qui) trae origine dall’esperienza condotta negli anni passati al rifugio Bosconero, avviata dalla Fondazione Angelini, che ha anche segnalato i due esperti incaricati dal Cai.