Il soccorso alpino che verrà

Si è svolto in autunno, per la prima volta da remoto, il consueto convegno della commissione internazionale per il soccorso in montagna

Un’immagine generica di un’operazione di soccorso © Pixabay

Dal 10 al 17 ottobre 2020,  si è tenuto l’Icar Virtual Congress: l’evento in diretta streaming dell’International Commission for Alpine Rescue: un organismo internazionale che nasce con l’obiettivo di diffondere la conoscenza con l’obiettivo primario di migliorare i servizi di soccorso alpino e la loro sicurezza. Sull’evento, pubblichiamo l’articolo di Gian Celso Agazzi, membro della commissione medica del Club alpino italiano.

I presidenti delle quattro commissioni dell’Icar (aerea, terrestre, medica e valanghe) si sono alternati nella moderazione delle sessioni del convegno. Lo statunitense Charley Shimansky, presidente della Commissione Aerea, sabato 10 ottobre 2020, ha introdotto i lavori. Franz Stämfli, presidente delI’Icar, ha dato il benvenuto ai partecipanti. Nel corso del convegno vi è stato uno scambio di esperienze e di idee tra esperti del soccorso in montagna di tutto il pianeta. Il medico inglese John Ellerton, presidente della Commissione Medica ha preso la parola per illustrare gli effetti del Covid-19 sul soccorso in montagna. Attualmente, in Inghilterra, nella regione del Lake District (Patterdale Mountain Rescue Team) solo un soccorritore su trecento è stato contagiato dal Coronavirus. In ogni caso, sono state istituite squadre di decontaminazione nell’ambito del soccorso in montagna.

Come evitare eventi avversi

Lo statunitense Dale Wang della Mountain Rescue Association (MRA) ha parlato del “lessons learned”, ovvero del near miss, una situazione che, durante le fasi di un soccorso, potrebbe provocare un incidente, rivelandosi fatale. Sono stati valutati contesti oggettivi, esempi pratici, case report e strategie o procedure per evitare il verificarsi di eventi avversi. Simili circostanze si possono verificare, per esempio, in aviazione, in caso di collisione tra due aerei. Gli incidenti possono essere evitati grazie a una maggiore esperienza, a un’analisi approfondita dei singoli casi, a un miglioramento di attrezzatura, tecniche e addestramento. Serve esaminare l’errore commesso dal singolo soccorritore, per promuovere la cultura di un’aperta discussione degli incidenti, allo scopo di trarne tutti una lezione utile. Per esempio è vantaggioso parlare di come i soccorritori possono rimanere impigliati nella long line o dell’eventualità degli aerei di schiantarsi contro un ghiacciaio. Si possono verificare anomalie nella comunicazione tra uomini del soccorso e piloti, dovute a visibilità ridotta, disturbi nella trasmissione radio, briefing poco esaustivi.

La mancanza di una comunicazione efficace o l’utilizzo non corretto dell’imbragatura possono causare situazioni ad alto rischio. Ecco l’importanza di un adeguato addestramento dei soccorritori, senza sottovalutare la complessità di operazioni apparentemente semplici. Il modo con cui viene effettuata un’attenta analisi di un incidente può condizionare in modo positivo il comportamento futuro. Perciò occorre agire con grande cautela nelle occasioni particolarmente critiche, non smettere di essere prudenti anche quando sembra non ci siano rischi, verificare se esiste un errore di sistema, ipotizzare i peggiori scenari, con la massima capacità di previsione. Sempre fondamentale risulta la prevenzione.

L’irlandese Alan Carr del Mountain Rescue Irland ha illustrato il National Search and Rescue Plan, nato nel 2019 e promosso dall’Irish Aviation Authority, dal Marine Survey Office e dalla Road Safety Authority. Il Teton Search and Rescue di Jakson Hole in Wyoming ha presentato un interessante lavoro dal titolo “An integrated Mountain and Cave Rescue in the Tetons” con l’utilizzo di un team di soccorso piuttosto ristretto, ma ben addestrato e con equipaggiamento essenziale e leggero, in grado di consentire il raggiungimento della vittima di un incidente in tempi rapidi.

 

Mountain Rescue International Group: una comunità connessa

Klaus Opperer, medico tedesco del Berwacht Bayern, ha presentato il “Mountain Rescue International Group” nato su Facebook e molto utile alla “Connecting Community” del soccorso in montagna. Opperer ha sottolineato l’importanza dell’utilizzo delle tecnologie del web per raccogliere e condividere la conoscenza di tutti gli appartenenti al soccorso in montagna, in ogni parte del pianeta. Il sistema fornisce video tutorial. Si tratta di un gruppo aperto, in grado di mettere in comune la conoscenza e fornire a chiunque informazioni (connect and share).
È seguita una comunicazione di Bojan Sunjic e Kralja Tomislava, appartenenti entrambi all’Association of Mountain Rescue Services of Bosnia and Herzegovina. L’associazione è articolata in soccorso terrestre, in grotta, in acqua e sott’acqua. Recentemente ha introdotto alcune pratiche innovative nel campo del soccorso: nuove procedure nel “decision making”, modifiche nella tattica di ricerca, sviluppo del “sweep width”, alternative nell’ambito dell’addestramento e della cultura. Un nuovo approccio alle ricerche nel campo del soccorso.

Elicotteri e sicurezza

È seguita la presentazione di Renaud Guillermet di Grenoble, vicepresidente della Commissione Aerea. Il relatore ha parlato degli incidenti che si possono verificare durante i soccorsi in elicottero in montagna. A volte la comunicazione è scarsa o non si riescono a prevenire gli errori. Guillermet ha evidenziato le norme che regolamentano il volo con particolare riferimento agli standard internazionali di sicurezza, nonché dei rapporti molto stretti e della collaborazione esistenti tra l’EASA (European Union Aviation Safety Agency) e l’Icar. Guillermet ha pure parlato del risk management. Oliver Kreuzer di Air Zermatt ha presentato un filmato riguardante l’attività svolta nel Canton Vallese in Svizzera mediante l’utilizzo del verricello (dinamic hoisting operations) installato sugli elicotteri del soccorso.

Drone Workgroup: un’idea innovativa

Nell’ambito dell’Icar si sta creando un gruppo interdisciplinare (Drone Workgroup) che si interessa dell’utilizzo dei droni nel soccorso in montagna. Attualmente se ne stanno occupando Charley Shimansky, Gebhard Barbisch e Renaud Guillermet. Ogni presidente di commissione fornirà il nome di due delegati che entreranno a far parte del gruppo. Capo fila sarà la Commissione Soccorso Aereo dell’Icar.

Le quattro commissioni dell’Icar hanno identificato l’uso dei droni quale emergente risorsa in grado di aiutare e condizionare in modo positivo il lavoro di soccorso e di ricerca in montagna, anche per ridurre il rischio che gli incidenti abbiano conseguenze irreparabili. È stato portato come esempio il caso di Rick Allen, un alpinista scozzese che, grazie all’aiuto di un drone, nel luglio del 2018 è stato salvato a oltre 7000 metri di quota durante la fase di discesa dal Broad Peak (8047 m.) in Pakistan. È stato il drone di alcuni alpinisti polacchi presenti al campo base a trovare l’alpinista, ferito e colpito da congelamenti, e a rendere possibile il suo recupero. Negli USA si segnala la presenza di 1.25 milioni di droni. Il mercato dei droni ha fatto registrare ultimamente un incremento del 40 per cento, con una media di crescita annuale del 13 per cento. A questo punto è importante creare una tattica per l’utilizzo dei droni nel SAR (ricerca e soccorso), con corsi di formazione standardizzati per i piloti.

L’uso dei droni può aiutare nella ricerca di dispersi in zone che non possono essere raggiunte dai soccorritori, può servire, inoltre, per ricevere segnali (visibili o elettronici), trasportare attrezzature leggere, operare nel soccorso in crepaccio o nel canyoning. In Francia attualmente i droni sono impiegati dalla Polizia nell’emergenza Covid-19. Il drone rappresenta un tipo di tecnologia leggera, che tutte quattro e le commissioni tecniche dell’Icar possono usare, traendone grande vantaggio. Si possono verificare operazioni di soccorso durante le quali l’elicottero può cooperare con il drone, che può agire in condizioni critiche dove il velivolo non riesce a intervenire.

Avviene, per esempio, nel canyoning, nel cui ambito può raccogliere e trasmettere dettagli importanti, grazie all’utilizzo di filmati, per permettere di pianificare al meglio il soccorso.È seguita una comunicazione della Rega, la Guardia Aerea Svizzera di Soccorso (Alpine Rettung Schweiz) circa la cooperazione tra elicottero e team di cani da valanga in occasione di un incidente accaduto nel comune svizzero di Unteriberg nel settembre 2019. Sono stati impiegati tre cani da ricerca in valanga e un elicottero. Il lavoro in équipe si è dimostrato molto efficace. É stato utilizzato il multisensor search system IR/EOS, attivo dal 2018, in grado di localizzare persone disperse o ferite. Per una buona cooperazione occorrono, comunque, condizioni di volo ottimali e un buon lavoro dei cani.

Stig Mebust, operations manager del Norwegian Search and Rescue dogs, ha parlato dell’utilizzo del team di cani da ricerca in valanga e dello“shared resource information repository”, un sistema, nato nel 2014, facile da impiegare, in grado di fornire un buon panorama delle risorse per il soccorso presenti sul territorio norvegese, reperibile sul web. Il sistema può disporre di numerose risorse. Grazie a tale strumento è possibile rintracciare la posizione dei dog handler (conduttori dei cani), individuando in tempo reale il più vicino e la sua posizione. Ciò facilita il coordinamento dei vari operatori, riducendo i tempi dei soccorsi.

L’esperienza del soccorso nelle Alpi Neozelandesi

La dottoressa Malin Zachau, membro fondatore della Società Neozelandese di Medicina di Montagna, di origine svedese, ma residente a Christchurch in Nuova Zelanda, ha parlato dell’attività di soccorso in valanga nell’isola neozelandese del sud. I dati sono stati raccolti grazie alla collaborazione del Coronial Inquest, del New Zealand Mountain Safety Council e dell’Avalanche awareness and decision making in backcountry terrain, Jeremy Bell, 2015”. Dal 1930 al 2019 si è verificato sul territorio neozelandese un grande incremento degli incidenti in valanga (7 morti nel 2003 per esempio, mentre 3 nel 2018). Il numero di morti per milioni di abitanti in Nuova Zelanda è 0,3, mentre in Francia 0,4, in Austria 0,25 e in Canada 0,35. Tra il 2000 e il 2019 si sono verificati 26 incidenti mortali, dovuti nell’ordine a: alpinismo (65%), eliski (12%), sci (4%), escursionismo (12%), snowboarding (4%) e altre attività sportive (4%). In modo insolito rispetto a Canada, USA, Francia e Norvegia, il 65% di tutte le morti causate da valanga avviene tra gli alpinisti, e sono dovute nella stragrande maggioranza dei casi a traumi e in piccola percentuale ad asfissia. Le morti causate da valanga tra i non alpinisti sono, invece, dovute in più della metà dei casi ad asfissia, meno comunemente a traumi o ipotermia. In questa parte del mondo ai nostri antipodi, la popolazione è piuttosto scarsa, ma sul Mount Cook i soccorsi non sono rari, con una certa fluttuazione stagionale.

La Nuova Zelanda presenta un territorio selvaggio: i soccorsi devono tener conto della distanza, della topografia, della popolazione (1,2 milioni di abitanti nell’isola del sud) e delle risorse a disposizione (6 basi con 9 elicotteri, senza medico, e solo 4 con presenza di paramedici). Il tempo più breve per raggiungere il luogo di un incidente è di trenta minuti, mentre il tempo medio per arrivare sul luogo dell’incidente e trovare le vittime di una valanga è di due ore.

La ricerca nel simulatore TerraXCube di Bolzano

Giacomo Strapazzon, vicedirettore dell’Istituto di Medicina di Emergenza in Montagna dell’EURAC di Bolzano, ha presentato un recente studio che ha effettuato in collaborazione con Marika Falla del Centro per le malattie nervose e mentali del Trentino (CIMeC). Oggetto della ricerca, l’effetto delle varie altitudini sul decision making in un gruppo di piloti di elicottero e sulla rianimazione cardiorespiratoria (CPR). Si è partiti da una quota di 200 metri fino ad arrivare a 3000 e 5000 metri in condizioni ripetibili e standard. Lo studio è stato effettuato nel simulatore TerraXCube dell’EURAC di Bolzano. Si è evidenziato che a causa della minor quantità di ossigeno presente nell’atmosfera in alta quota, la CPR risulta più faticosa. Il tempo di reazione nel decision making si è dimostrato più lento dopo l’esposizione repentina all’alta quota rispetto al livello del mare, senza, tuttavia, alterare la memoria. I fattori che possono influenzare sono la durata dell’esposizione all’alta quota, la durata del test cognitivo, il grado di altitudine raggiunta, l’età del soggetto e il tipo di lavoro svolto.

Avalife: l’informatica a sostegno degli studi

Peter Paal, medico di Saliburgo e i medici statunitensi Darryl Macias, Scott McIntosh e lo svizzero Manuel Genswein hanno presentato Avalife, uno strumento informatico in grado di rendere più efficienti la ricerca, lo scavo e il trattamento medico in caso di seppellimento sotto una valanga. I primi 60 minuti subito dopo il travolgimento sono i più critici e le probabilità di sopravvivenza calano a causa dell’ipossia o del trauma. Entro i primi 35 minuti, se le risorse del soccorso sono inadeguate, il 70% dei soggetti sepolti muore. Avalife dispone di moduli diversi con vari algoritmi in grado di spiegare e dare indicazioni nelle varie fasi di un soccorso.

Di classificazione dell’ipotermia

Martin Musi, medico di emergenza del Rocky Mountain Rescue Group in Colorado, ha illustrato la proposta di effettuare una revisione dell’attuale classificazione svizzera dell’ipotermia. Quest’ultima si associa in genere a un trauma, asfissia o annegamento. La stadiazione clinica svizzera dell’ipotermia risulta corretta nel 61% dei casi, mentre fornisce una sovrastima nel 18% dei casi e una sottostima nel 21% dei casi. Musi ha proposto di rivedere l’attuale classificazione, identificando variabili affidabili, in accordo con le proposte della Commissione medica dell’Icar. Importante è l’esatta misurazione della temperatura corporea e la valutazione del rischio di arresto cardiaco. Va attentamente considerato anche lo stato di coscienza del travolto. L’eventuale presenza di brividi significa che la temperatura corporea è superiore ai 30° C, tuttavia, la loro comparsa non è rilevante ai fini della stadiazione. I pazienti ipotermici colpiti da arresto cardiaco presentano un’alta possibilità di recupero completo dopo la dimissione dall’ospedale.

Infine, Alan Carr del Mountain Rescue Irland ha illustrato le recenti novità del soccorso in montagna in Irlanda, in particolare nel risk management. L’associazione irlandese, nata nel 2019, è formata da volontari e si occupa di SAR, di soccorso aereo, di soccorso in acqua e sul terreno.