L’anno dei sette inverni, la webserie di Matteo Righetto

Prodotta dal Teatro Stabile del Veneto, il racconto di un inverno infinito passato in una baita, tra i boschi del Fodòm e la valle di Colle Santa Lucia

Un’immagine tratta dalla webserie © Teatro Stabile del Veneto

Un anno passato in un borgo dolomitico. Un isolamento, in mezzo alla natura durante la fase dell’emergenza sanitaria che stiamo ancora vivendo. Un inverno infinito vissuto in una baita, tra i boschi del Fodòm e la valle di Colle Santa Lucia. L’anno dei sette inverni dello scrittore Matteo Righetto è una webserie prodotta dal Teatro Stabile del Veneto, disponibile dallo scorso 15 marzo. Una puntata al giorno su Facebook, Instagram e e YouTube.

«Poco più di un anno fa si pensava che l’inverno fosse ormai alle spalle ed eravamo tutti pronti a rivivere i sentimenti di rinascita evocati da ogni primavera. Invece accadde improvvisamente ciò che tutti sappiamo: le ombre di un nuovo tempo si allungarono sulle nostre vite riportandoci nuovamente indietro, facendoci ripiombare nel cuore di una singolare e interminabile stagione fredda, più buia che mai. Dovemmo segregarci in casa, rintanarci come fanno gli animali del bosco in fuga dai grandi predatori, chiuderci nelle nostre profonde angosce che ci hanno rapidamente sbaragliato».

Matteo Righetto in un’immagine della webserie © Teatro Stabile del Veneto

Letargo e isolamento

Le fasi dell’emergenza sono descritte come sette lunghi inverni, in letargo e in isolamento. L’unico contatto è con la natura e con gli animali. Ogni episodio nasce con l’intento di sottolineare la relazione ancestrale che lega l’uomo alla natura. Allo stesso tempo, è anche l’occasione per scandagliare il proprio animo e viaggiare nel tempo. Durante gli episodi affiorano i ricordi di famiglia e dell’infanzia. Il tutto fondato sul rapporto con la montagna e l’ambiente circostante.

«L’alta montagna è il luogo del silenzio antropico, della semplicità, della rilettura di sé, e per questi motivi ho avuto la possibilità, isolato quassù, di portare avanti un’intima e personale riflessione sul rapporto tra umano e non-umano iniziata ben prima che questa malattia ci travolgesse.

Ecco allora che quell’isolamento, pur nel dramma generale di ciò che stava accadendo intorno a me, si è rivelato come preziosa occasione per imparare daccapo a cogliere e apprezzare il valore della relazione ancestrale tra i nostri piccoli gesti e gli elementi naturali, come l’accensione di un fuoco, lo sfioramento di un larice, l’ascolto del vento e la contemplazione della neve che scende dal cielo; nel solco della poetica di Rigoni Stern, Ralph Waldo Emerson e soprattutto John Muir, per il quale tutto in natura ha la capacità di suscitare meraviglia e di rimandare a una lettura ulteriore, tanto semplice quanto vasta e densa di significato.

Come correlativi oggettivi che conducono a significati universali, ecco che l’anima di queste cose semplici mi si è definitivamente rivelata come un inconfondibile richiamo a una nuova humanitas capace di rifondarsi sulla conversione ecologica».