L’escalade libérée

Antoine Le Menestrel, ex scalatore di alto livello, ci racconta con sincerità e sensibilità la sua storia nella falesia di Buoux, in Francia, e la sua visione di questa disciplina oggi

Antoine Le Menestrel © Trento Film Festival

Riprendiamo la recensione di Antonio Massena, estratta dalla rubrica Fotogrammi ad alta quota, pubblicata su Montagne360 di settembre 2022

Antoine Le Menestrel, ex scalatore di alto livello, ci racconta con sincerità e sensibilità la sua storia nella falesia di Buoux, in Francia, e la sua visione di questa disciplina oggi. A 55 anni esprime la sua arrampicata come liberata dai vincoli legati all’etica, di cui lui stesso è stato fautore quando era più giovane. Un documentario delicato e ispirato, che mostra l’arrampicata da un’altra angolazione.

Free-climber o danzatore/performer? O entrambe le definizioni? Difficile connotare o identificare Antoine inscatolandolo in un’unica definizione. Già il suo modo di raccontare, con il capo coperto dalla felpa a mo’ di saio monastico, ci compenetra in un personaggio a sé. Lo scorrere delle sue parole è lento e calmo così come è il suo modo di arrampicare in falesia.

E proprio dalla falesia di Buox comincia il racconto. «… tendevo alla depressione ed ero introverso perché non sapevo che cosa avrei fatto nella vita. Studiavo biochimica ma sapevo che non era la soluzione e così incanalai tutte le mie energie nell’arrampicata …». E così scaturiscono una serie di itinerari realizzati fra gli anni Ottanta e Novanta, da Rêve d’un papillon a Rose des sables fino a La rose et le vampire, vie d’arrampicata fra l’8a l’8b. Il modo di arrampicare di Antoine è leggero, aereo, una via di mezzo fra la danza e i tableaux vivants.

Non c’è in nessun movimento, in nessuna presa piccola o grande che sia l’esternazione dello sforzo disumano, della fatica che si esplicita in tanti altri casi con urla liberatorie e movimenti frenetici e inconsulti. Calma e levità in ogni gesto disegnano linee quasi impercettibili sulle pareti calcaree della falesia. La sequenza delle immagini di arrampicata in discesa a testa in giù, come un ragno che sfida la forza di gravità, rimandano ai movimenti di una danza quasi esoterica.

L’uso del drone nel film restituisce allo spettatore ogni passaggio con una visuale completa e definita non solo della difficoltà delle vie ma anche della bellezza di questo luogo. Per Antoine arrampicare diviene nel corso degli anni anche la possibilità di instaurare un rapporto di scambio di emozioni con chi lo guarda e lo segue nelle sue evoluzioni. Prima in falesia poi su monumenti, palazzi, castelli e guglie dove il suo modo di arrampicar/danzando si esprime al meglio tramettendo al pubblico sicurezza, dinamismo, etica ed estetica del movimento. Performance artistiche in continuo divenire.

La struttura del film è giocata sulla leggerezza della narrazione, sul contrasto fra luce e controluce, sull’assonanza e dissonanza di suoni e musiche, il tutto mixato con un giusto ritmo che diviene quasi una scansione che fa da contraltare al modo di raccontare di Antoine. Particolari, primi piani e totali si alternano con giusta misura senza mai sovrapporsi alle parole quasi a sostenere un pentagramma immaginario dove le note rappresentano le prese sulle quali le dita di Antoine Le Menestrel si appoggiano lievemente dando vita all’armonia della sua danza aerea.

Info film
Regia: Benoît Regord (Francia 2020), 26 minuti – Anteprima italiana Trento Film Festival 2021