Luce a un nuovo straordinario vuoto sotto il Carso triestino

A Trieste tanti speleologi sognano di raggiungere il corso del Timavo, ma il Carso ha in serbo anche sorprese come la Grotta Sancin (o Sancinova Jama)

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Il salone visto dall’alto della seconda risalita © Daniela Perhinek

Nel 2021 la speleologia italiana è ripartita tra tante difficoltà e molte precauzioni. Sono riprese le esplorazioni e le ricerche, le topografie e gli studi, si sono avute congiunzioni profondissime e prosecuzioni che attendevano di essere trovate e percorse, la mappa dell’Italia speleologica è diventata ancora più ricca e complessa. In un contesto affatto semplice non sono mancate le sorprese eclatanti e tra queste spicca la Grotta Sancin / Sancinova Jama tra Basovizza e Trebiciano, nei pressi di Trieste.

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La base dell’ultimo pozzo © Peter Gedei

La nuova grotta del Carso triestino

La grotta è diventata tale solo quest’anno dopo che un “buchetto” nella roccia visionato in fretta alcuni anni prima è stato adattato al passaggio umano. Claudio Bratos e Mauro Kraus, due speleologi con grande esperienza esplorativa, di diverse radici e uguale passione, hanno unito le loro energie e il loro sforzo ha portato a una splendida scoperta. La grotta comincia con passaggi allargati e scavati, poi da una saletta parte una serie di piccoli salti, fino ad arrivare al grande salone a 90 metri di profondità, con una base di 130 metri per 60 e un’altezza variabile tra i 30 e i 90 metri; vi è la possibilità di ulteriori esplorazioni, in molteplici direzioni. Oltre alle dimensioni della sala, bisogna ricordare l’articolata ed emozionante varietà di concrezioni che ricopre il pavimento e le pareti di questo vuoto immane. Questa grotta, da conoscere a fondo e tutelare con attenzione, è stata dedicata alla memoria di Stojan Sancin, storico capogruppo dello JOSPDT (Jamarski Odsek Slovenskega Planinskega Drustva Trst) e assiduo esploratore delle grotte slovene.

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Gruppi stalagmitici nel salone © Peter Gedei

Il racconto della scoperta

Abbiamo chiesto a Mauro Kraus e Claudio Bratos come sono arrivati a questa scoperta.

«Bisogna immaginare di trovarsi quasi ogni giorno nello stesso posto nella stessa ora, passarsi gli strumenti di lavoro anticipando i desideri dell’altro, osservare il faccione dell’amico che ti osserva a sua volta dall’alto con stampata in fronte la solita domanda che non cambia secchio dopo secchio, la solita presa in giro, il sudore condiviso, la lotta continua tra chi sta sul fronte di scavo e chi rimane succube di sopra a svolgere il lavoro sporco, la fiducia nelle reciproche sensazioni, divengono tutti parte integrante della tua quotidianità».

Così quando Claudio ha preso a cuore questo cantiere, arrivato per caso ma sentito subito importante, questo obiettivo è stato subito condiviso dall’amico Mauro, anche lui al costante inseguimento di un sogno, ovvero di un qualcosa di immateriale come lo spazio che costituisce le grotte stesse. Vi aspettavate di trovare un simile ambiente ipogeo?

«Il sogno per uno speleologo dell’area triestina è sempre quello di ritrovare nelle profondità del Carso il percorso sotterraneo del fiume Timavo. La presenza di questo mitico corso d’acqua è spesso rivelata dai potenti soffi timavici in occasione delle piene, anche se la contropartita di queste facili evidenze ha un prezzo molto alto da pagare in termini di fatica, tempo e sacrifici. Non poteva essere questo il caso stante la presenza di una corrente d’aria decisamente modesta all’ingresso dei due pertugi presi in esame. Ma l’esistenza di grandiose cavità non necessariamente collegate con il Timavo, almeno nell’attuale era geologica, costituisce un valido incentivo a intraprendere azioni che sono piuttosto difficili».

Grandi scoperte sono, quindi, ancora possibili…

«Le scoperte degli ultimi anni hanno rivelato l’esistenza di grandi vuoti a una cinquantina di metri di profondità, specie nella parte nord-orientale del Carso triestino, al confine con la Slovenia. Le bocche muschiose con cui le innumerevoli grotte del Carso comunicano con l’esterno sono state ormai tutte trovate da generazioni di speleologi che fin dall’ 800 hanno setacciato all’inverosimile il territorio inseguendo il loro sogno. Rimangono da trovare gli ingressi nascosti o ostruiti da fattori geologici o antropici e questo richiede impegnativi lavori di disostruzione. Parlando di grandi vuoti scoperti di recente, ci sono voluti gli scavi di gallerie autostradali per portare alla luce nel 2004 la cosiddetta Grotta Impossibile, con 5 chilometri e mezzo di sviluppo spaziale e 275 metri di profondità. Ma nel 1990 è bastato il fiuto del mitico Giorgio Nicon per scoprire la Grotta Claudio Skilan, che con i suoi oltre 6.400 metri di sviluppo planimetrico e 378 di profondità rappresenta ad oggi il maggior complesso ipogeo noto del Carso triestino. Le ricerche e gli scavi continuano!».

Mauro Kraus è del Gruppo Speleologico San Giusto, mentre Claudio Bratos è socio storico dello Jamarski Odsek Slovenskega Planinskega Drustva Trst.