Montagna: divieti, ordinanze, responsabilità personale e collettiva

La posizione e le idee del Cai L'aquila

Gran Sasso, sulla morena del ghiacciaio del Calderone © Vincenzo Brancadoro

Pubblichiamo la lettera aperta del Cai dell’Aquila sul tema delle ordinanze che vietano qualsiasi attività in montagna: escursionismo, scialpinismo, alpinismo e ciaspolate.

Come sta accadendo ormai da qualche anno, alcuni dei nostri Comuni montani – sulle Alpi e sull’Appennino – hanno emanato, a fronte di nevicate abbondanti, Ordinanze (cosiddette “contingibili ed urgenti”) che hanno vietato qualsiasi attività in montagna: escursionismo, scialpinismo, alpinismo e ciaspolate sull’intero comprensorio del territorio comunale di competenza.

L’Art. 54, comma 4, del Dlgs 267/2000 (TUEL – Testo Unico delle Leggi sull’ordinamento degli Enti Locali) prevede che «Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione».

La Sezione dell’Aquila del Club Alpino Italiano ha ritenuto di dover intervenire, per meglio chiarire e sintetizzare, a vantaggio della pubblica opinione, la propria posizione in merito, affrontando tematiche legate alla responsabilità ed al pericolo, nello svolgimento delle attività in montagna.

Il tema della responsabilità personale

Colui che va in montagna decide liberamente di dedicare il proprio tempo libero ad una passione; molte persone ritengono questa scelta pericolosa e – di conseguenza – inutile e non necessaria. Ovviamente, pericolosa può anche esserlo. Secondo questo meccanismo “logico”, si possono tuttavia considerare inutili e intrinsecamente pericolose anche molte altre attività, non legate agli spostamenti ritenuti “utili”, cioè quelli dettati da varie necessità o attività professionali. A puro titolo di esempio pensiamo al jogging (350 pedoni muoiono ogni anno investiti da automobili), al ciclismo (600 decessi ogni anno), agli spostamenti in automobile (4500 morti per incidenti ogni anno), a quelli in motocicletta (1500 morti l’anno). Sono numeri alti e impressionanti, soprattutto se rapportati alle circa 20 vittime annuali, causate dalle attività invernali in montagna, sull’intero territorio della nostra Italia che di tutto manca, tranne che di montagne.

Gran Sasso d’Italia, arrivo sulla cima del monte Camicia © Vincenzo Brancadoro

La seconda riflessione, su cui dobbiamo soffermarci in modo più attento, riguarda la pericolosità, per se stessi e per gli altri, dell’attività in montagna e la responsabilità che ne deriva.

La differenza fra il pericolo per se stessi e quello per la collettività non è di poco conto. Se un Sindaco emana un’Ordinanza restrittiva, per una data area o per l’intero territorio comunale, necessariamente può e deve farlo per la tutela pubblica, mirando a limitare un pericolo collettivo e a garantire incolumità pubblica e sicurezza urbana, ambiti difficilmente collegabili all’attività del singolo appassionato, che si muove in un ambiente selvaggio, non antropizzato e lontano da infrastrutture o insediamenti urbani.

La motivazione in base alla quale i Sindaci dei nostri territori montani così frequentemente ricorrono a Ordinanze restrittive, è molto probabilmente riconducibile alla fortissima pressione mediatica che essi stessi sono costretti a subire: chiudere, interdire, vietare, divengono mezzi per tutelare l’Amministrazione stessa da non infrequenti azioni legali. In questi casi sarebbe, però, più intellettualmente onesto parlare di atti di autotutela, non a vantaggio della collettività.

Il Club Alpino dell’Aquila, per interrompere quello che sembra essere un corto circuito istituzionale, ritiene di dover rammentare a tutti che l’alpinismo, lo scialpinismo, e tutte le altre discipline che prevedano la frequentazione della montagna invernale, implicano un’intrinseca componente di rischio, che occorre imparare a riconoscere e gestire, grazie all’acquisizione di consapevolezza ed esperienza,  percorrendo un cammino di apprendimento lento e progressivo.