Montagna sacra

Holy Mountain è una docufiction che affonda le radici nella storia alpinistica, e non solo dell’Ama Dablam

Veduta dell’Ama Dablam © Cai

Condividiamo l’articolo di Antonio Massena estratto dalla rubrica “Fotogrammi d’alta quota”, pubblicata su Montagne360

Nepal, 1979: un gruppo di giovani neozelandesi guidati da Peter Hillary decide di scalare il monte Ama Dablam, 6828 metri. Reinhold Messner intende fare lo stesso con la sua squadra. Durante l’ascesa il primo gruppo sembra in serio pericolo e la spedizione di Messner decide di salvare gli scalatori, in una dimostrazione di cameratismo senza precedenti. Il documentario ci trasporta in un viaggio incredibile mescolando immagini private d’archivio con l’affascinante testimonianza di Reinhold Messner e dei suoi compagni.

Holy Mountain è una docufiction che affonda le radici nella storia alpinistica, e non solo dell’Ama Dablam. L’avvincente narrazione di Messner, che utilizza materiali cinematografici del suo archivio, e la ricostruzione del primo tentativo compiuto dalla spedizione guidata da Alfred Gregory (1958), e il successivo, 1959, quando una spedizione britannica attraversò lo sperone nord-orientale, ci accompagna, attraverso stupende immagini d’ambiente sapientemente mixate a suoni e musiche mai eccessive, alla conoscenza di questa meravigliosa montagna. Purtroppo, in prossimità della vetta dopo aver raggiunto quota 6400 metri, gli alpinisti Michael Harris e George Fraser scompaiono. Ed è quindi la volta di Mike Gill, Wally Romanes, Barry Bishop e Mike Ward che nel marzo 1961 raggiungono la cima.

Questa è la seconda regia di Reinhold Messner dopo Still Alive. La montagna sacra narra l’operazione di soccorso e il salvataggio nel 1979 sulla parete sud della montagna, a 6814 metri di altitudine di Peter Hillary, figlio di Edmund Hillary, primo uomo sull’Everest. Un blocco di ghiaccio che si era staccato da un seracco aveva travolto il gruppo composto da quattro alpinisti neozelandesi. Uno di loro morì, mentre Hillary e gli altri due, gravemente feriti, vennero soccorsi da Messner e dal medico e alpinista Oswald Ölz, suo compagno di cordata, che si trovavano al campo base al momento dell’incidente. Il regista intreccia il racconto con le tradizioni locali: «Per la popolazione originaria di quei luoghi si tratta di una montagna sacra, protetta dagli dèi».

Il film evidenzia una chiave di lettura peculiare, in quanto il regista non esprime un giudizio. «Mi limito ad esporre le due visioni, quella della popolazione locale e quella di noi alpinisti occidentali. E non dico qual è l’approccio giusto e quello sbagliato. Racconto i fatti esattamente come si sono svolti. È una storia bellissima perché ti fa capire che la gente di lì vede le montagne in un altro modo rispetto al nostro».

Singolare la figura del monaco buddista che canta e recita preghiere con un affaccio sulle cime che lo circondano. Una sintesi di spiritualità e pace che si inserisce nel racconto e nello svolgimento dell’azione. Giusto montaggio e ritmo mai affannoso, uso della luce e del colore che amalgamano in modo corretto l’alternanza della fiction con le parti dedicate alle interviste attuali ai protagonisti di allora.

Info film
Regia: Reinhold Messner (Germania 2018) – 80 minuti