La Spluga della Preta, l’abisso che tornò a risplendere

Racconto semiserio a dieci anni dal libro che raccolse e fece conoscere l'Operazione Corno D’Aquilio (1988 -1993), grandiosa opera di studio e bonifica della Spluga della Preta

Spluga della Preta pulizia

Rifiuti imballati per essere recuperati © A. Casadei Turroni

La Spluga della Preta si apre sul Corno d’Aquilio, nei Monti Lessini in provincia di Verona. È una grotta profonda e per gli speleologi italiani è stata per tanto tempo “l’Abisso”. Spluga della Preta significa “grotta che si apre nel pascolo” e questo l’ha sempre caratterizzata. In un’area situata intorno ai 1500 metri, verdeggiante, dove non di rado si incontrano mucche intente a brucare, all’improvviso si apre una voragine, l’accesso della Spluga. È una partenza clamorosa, perché il “buco”, recintato da molto tempo per impedire la caduta degli animali, è la partenza di un pozzo che ha una profondità di 131 metri. Ci sono pozzi iniziali molto più profondi in Italia e nel mondo, ma questo è magico e inaspettato, anche perché dopo questo primo pozzo ne troviamo uno di 88 metri e poi uno di 108. La profondità complessiva della Spluga della Preta è prossima ai 900 metri, ma la sequenza di verticali all’inizio l’ha resa celebre, soprattutto perché dagli anni ’20 e per oltre 50 anni, l’abisso è stato percorso su scalette, difficili da trasportare e da uilizzare, da spedizioni numerose, pesanti, con grossi problemi legati alla permanenza in profondità, equipaggiate con tessuti, materiali e apparati illuminanti presi a prestito dal mondo militare, da quello del lavoro o dall’alpinismo.

Base del primo pozzo della Spluga della Preta

Alla base del primo pozzo della Spluga della Preta © Francesco Sauro

Esplorazioni, rifiuti e raccolta

Il pozzo iniziale della Spluga della Preta fu sceso per la prima volta nel 1925. Due anni dopo fu raggiunta una quota di circa -400 metri. Ma, siccome per volontà di regime doveva essere italiana la grotta più profonda del mondo, si disse che la quota raggiunta era di -627 metri. Negli anni ’50 ripresero le esplorazioni ed emerse anche la reale profondità raggiunta nell’abisso, dove però cominciò la discesa verso nuove profondità grazie al superamento di stretti meandri e la discesa di nuovi pozzi. Si susseguivano le spedizioni, aumentava la conoscenza dell’abisso, le scalette subentravano alle corde, ma molti materiali continuavano a rimanere in grotta. Dal 1925 al 1988, anno di inizio dell’Operazione Corno d’Aquilio (O.C.A.), si accumularono rifiuti organici, carburo esausto, scatolette, bottiglie, brandelli di tute, spezzoni di scalette, contenitori vari, chiodi usati, materiali non precisamente identificati. I rifiuti potevano essere nascosti sotto teli, in anfratti o lasciati sul posto. Con il tempo erano diventati parte del panorama sotterraneo. L’O.C.A. doveva essere una delle tante spedizioni con obiettivi di esplorazione, ricerca, studio. Poi qualcuno, e Giuseppe Troncon in particolare, pose la questione. «La Spluga è sporca». In una riunione a cui era presente chi sta scrivendo, emersero varie idee. «Spostiamo i rifiuti nei rami laterali», «No, non si mette lo sporco sotto il divano!», «Potremmo bruciarli…», «Da escludere!». Giuseppe Troncon, che abitava a Modena, non era uno speleo famoso per attitudini e imprese, ma era insolitamente determinato, guardò tutti in faccia e disse: «Li portiamo fuori». Seguirono tre anni di rifiuti raccolti, impacchettati, trasportati lungo meandri, parancati su pozzi. Oltre duecento speleo vennero alla Spluga da tutto il mondo, ci furono migliaia di ore di impegno e quattro tonnellate di sporco riportato in superficie e smaltito.

Giuseppe Troncon

Giuseppe Troncon © E. Anzanello

Un film e un libro su una storia che cambiò il rapporto degli speleologi con l’ambiente ipogeo

Il film L’Abisso (2005) sulle esplorazioni alla Spluga della Preta, scritto da Francesco Sauro e diretto da Alessandro Anderloni, riscosse un enorme successo, anche perché la Spluga splendeva nella sua forma migliore, sino a risultare «migliore attrice protagonista» (sic) in un festival! Nel 2011, il volume La Spluga della Preta. Venticinque anni di ricerche ed esplorazioni dall’Operazione Corno d’Aquilio ad oggi ricostruì questa storia incredibile che cambiò per sempre il rapporto degli speleologi con l’ambiente ipogeo e aprì la strada alla speleologia contemporanea, di idee e obiettivi, di rapporti, esplorazioni e ricerche condivise. Giuseppe Troncon, martellante e inesauribile coordinatore dell’Operazione Corno d’Aquilio, ci ha lasciato due anni fa, dopo aver insegnato a una generazione di speleo che i sogni possono davvero farsi realtà.

La Spluga della Preta

Copertina del libro “La Spluga della Preta” © Foto di copertina di Francesco Sauro