‘Sul sentiero blu’, in viaggio sulla via Francigena per superare le barriere dell’autismo

Dodici ragazzi autistici hanno percorso 200 chilometri a piedi da Proceno, alle porte del Lazio, fino a Roma dove hanno incontrato il Papa. Il viaggio è diventato un film firmato da Gabriele Vacis. Al cinema, in collaborazione con il Club alpino italiano, dal 28 febbraio.

In viaggio lungo la via Francigena

«È un film che racconta il modificarsi delle relazioni tra persone che sono straordinarie. Le amicizie, i conflitti, gli odi, gli amori di questi ragazzi speciali che partono tutti in un modo e arrivano in un altro», così il regista del documentario “Sul sentiero blu”, Gabriele Vacis, ci introduce al viaggio di un gruppo di dodici ragazzi autistici lungo la via Francigena. Il film arriva nelle sale il 28 febbraio grazie a Wanted Cinema, in collaborazione con il Club Alpino Italiano, e la produzione di Michele Fornasero per Indyca. 

“Sul sentiero blu” affronta con estrema delicatezza tematiche sociali e relazionali legate all’autismo, per abbattere pregiudizi e preconcetti che spesso circondano queste persone. I ragazzi hanno percorso, in nove giorni, 200 chilometri a piedi da Proceno, alle porte del Lazio, fino a Roma dove sono stati ricevuti da Papa Francesco. 

Un cammino di crescita, tra fatica e divertimento, in cui i giovani protagonisti imparano a gestire emozioni e difficoltà grazie a specifici programmi abilitativi per sviluppare le competenze sociali. I partecipanti devono infatti adattarsi al nuovo ambiente e cercare un modo per convivere, alla scoperta della loro indipendenza.

«Ascoltarli e guardarli è stata un’esperienza straordinaria. Ti offrono continuamente immagini da riprendere e possibilità di narrazione», spiega Vacis.

Il viaggio è stato fatto (e documentato) a giugno 2021 e si tratta di una esperienza faticosa, ma bellissima, per i ragazzi seguiti dal dottor Roberto Keller, direttore del Centro Regionale per i Disturbi dello spettro dell’Autismo in età adulta della ASL Città di Torino. 

Un momento del doc “Sul sentiero blu”

Gabriele Vacis, perché ha deciso di accettare la regia del film?

«Prima di tutto per una curiosità nei confronti delle persone autistiche che ho fin da giovane. Erano i primissimi anni Ottanta, quando la sensibilità nei confronti del mondo dell’autismo non era molto diffusa. Nonostante ciò, anche grazie ad una serie di incontri, mi sono subito reso conto che non è una malattia, ma una condizione di vita». 

Cosa l’ha colpita di più delle persone che soffrono dei disturbi dello spettro autistico?

«La selezione nei confronti delle informazioni. Oggi siamo bombardati da un continuo ed inquinante rumore di fondo: la consapevolezza di poter disporre di troppa informazione suscita la preoccupazione di non ottenere quella veramente importante o essenziale. In questo senso, abbiamo tutti bisogno di essere un po’ autistici: per scegliere, nel mare magnum informativo, ciò che ci occorre davvero». 

Una condizione di vita, quella dell’autismo, fatta anche di comportamenti ripetitivi, resistenze al cambiamento, ritualizzazione di alcune abitudini. Come si concilia la zona di comfort delle routine quotidiane con un viaggio a piedi di 200 chilometri?

«Me lo sono chiesto anch’io, all’inizio. In realtà sono pregiudizi venuti meno fin da subito. Mangiare e dormire ogni giorno in un posto diverso, assieme ad altre persone, è servito anche per abbattere lo stereotipo della persona autistica bisognosa di isolamento. Il film racconta la mutazione di questi ragazzi che partono tutti in un modo e arrivano in un altro».

Uno dei ragazzi protagonisti di “Sul sentiero blu”

Un’esperienza di cambiamento in cui entrano in gioco lo sforzo fisico e le relazioni tra persone speciali.

«È stata una sorta di pratica meditativa in cui il corpo è impegnato in un’impresa difficile, anche dal punto di vista atletico. Di conseguenza si liberano tutta una serie di potenze spirituali in cui le relazioni tra le persone diventano non solo importanti, ma proprio necessarie. Ciò che abbiamo verificato nel corso del viaggio, e poi raccontato nel film, è il modificarsi delle relazioni tra persone che sono straordinarie. Le amicizie, i conflitti, gli odi, gli amori sono diventati un tema del film. E in una situazione del genere vengono naturalmente enfatizzati». 

Ragazzi straordinari, portatori di visioni non comuni. Per loro la fantasia è davvero un posto dove ci piove dentro, per citare Calvino.

«Queste persone sono in grado di rapportarsi nei confronti delle situazioni quotidiane, anche le più banali, in modi sempre sorprendenti. Vedono il mondo in un altro modo rispetto ai neurotipici. Sono visioni che hanno arricchito anche il mio modo di interpretare la realtà, facendomi guardare oltre». 

Con che tipo di sguardo registico si è approcciato e quali sguardi in camera ha ricevuto? 

«Ascoltarli e guardarli è stata un’esperienza straordinaria. Ti offrono continuamente immagini da riprendere e possibilità di narrazione. Allo stesso tempo, hanno dovuto imparare a vivere ed affrontare esperienze all’interno di un mondo neurotipico. Basti pensare alla recitazione: per loro non è qualcosa di naturale. Però poi ci sono momenti in cui si liberano. Istanti irripetibili, che si possono cogliere solo ponendosi all’ascolto».

L’arrivo del gruppo dei ragazzi a Roma dove hanno incontrato Papa Francesco

Com’è nata la trama narrativa del documentario?

«Avevamo tutta una serie di idee sui fatti che sarebbero accaduti e che avremmo ripreso. Però credo che nulla di ciò che pensavamo all’inizio di questa avventura sia entrato nel film, perché quello che è effettivamente accaduto è stato molto più importante, evidente e eclatante di ogni nostra predizione. Così ci siamo messi nella condizione di raccogliere ciò che stava accadendo. Nel film, ad esempio, c’è un dialogo fra tre ragazzi su delle oche che si stanno bagnando. Uno scambio che siamo stati molto fortunati a poter riprendere, perché nessuno sceneggiatore avrebbe potuto mai immaginarselo».

Dal 1986 il Cai accompagna progetti di enti, associazioni  e Asl utilizzando, a fianco delle terapie tradizionali, la frequentazione del territorio montano a scopo riabilitativo. Qual è il rapporto fra cammino, montagna e riabilitazione?

«Sono quarant’anni che insegno in scuole per attori e utilizzo una tecnica, affinata nel tempo, che si chiama “schiera” e consiste nel reimparare a camminare. Dal semplice fluire di un passo dopo l’altro si ricostruisce l’equilibrio fisico della persona. Attraverso esercizi che mettono all’erta ogni singolo muscolo si comprende il rapporto tra il ritmo, il tono e il volume delle nostre azioni. È soprattutto una pratica di attenzione, che insegna la comprensione delle relazioni tra le persone partendo dall’ascolto. E camminare, specie in montagna, è ideale per la formazione degli attori. Negli ultimi anni sto utilizzando questa pratica di attenzione non più solo come momento di creazione di forme artistiche, ma anche come tecnica di educazione alla consapevolezza di sé e dell’altro, senza la quale nessuna cura, in nessun luogo, può neanche avere inizio». 

 

 

Il film vi aspetta in sala per una serie di proiezioni evento in tutta Italia. In alcune di esse parteciperanno anche i gruppi di montagnaterapia delle diverse sezioni del Cai, che si soffermeranno sulla valenza terapeutico-riabilitativa dell’esperienza nelle Terre alte. In particolare, sarà proiettato il video sul primo raduno nazionale di escursionismo adattato che si è tenuto gli scorsi 11 e 12 settembre 2021 a Schia, nell’Appennino parmense. Presentando la tessera, i soci Cai avranno diritto all’ingresso a prezzo scontato.