Vaia, il recupero del legno e il bostrico

Perdita di valore del legno ancora a terra, impatto ambientale delle operazioni di raccolta e conseguenze della diffusione di parassiti come il bostrico. Jacopo Giacomoni di Etifor e Gianni Frigo del Comitato Scientifico Centrale del Cai approfondiscono le maggiori criticità nei boschi colpiti dalla tempesta e le possibili soluzioni per renderli più resilienti

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Alberi colpiti dal bostrico © Etifor

Sono trascorsi più di tre anni dalla tempesta Vaia, il devastante evento meteorologico che, negli ultimi giorni dell’ottobre 2018, si abbatté sull’area alpina del nord-est italiano abbattendo milioni di alberi.
Oggi la raccolta del legno a terra sta andando avanti in tutte le aree coinvolte. Magari non con la stessa velocità dovunque, anche per la differenza della tipologia degli schianti da zona a zona. Ci sono aree che hanno avuto schianti concentrati in un numero limitato di punti, in cui il lavoro di raccolta è facilitato. Altre hanno invece perimetri più estesi e si trovano in luoghi più impervi e difficilmente raggiungibili.

A confermarlo è Jacopo Giacomoni, dottore forestale di Etifor (società spin-off dell’Università di Padova) e Socio della Sosat (la Sezione operaia della Società degli alpinisti tridentini), che riporta gli ultimi dati disponibili. Nella Provincia Autonoma di Trento, «la realtà più danneggiata dalla tempesta», circa il 70% del legname schiantato è stato avviato all’utilizzazione e il 50% è attualmente utilizzato. Nella Provincia Autonoma di Bolzano è stato raccolto il 95% del legname schiantato («anche se a livello assoluto la quantità di quest’ultimo è inferiore a quella del Trentino»). In Veneto «si parlava di 2.700.000 metri cubi di alberi schiantati. Per circa 2 milioni di essi (circa il 75%) è stata fatta “richiesta di esbosco”, anche se ciò non significa che questi alberi siano già stati effettivamente esboscati. In Friuli Venezia Giulia circa il 52% del legno a terra era stato già asportato a metà 2020».

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Alberi a terra in Val Popera nel 2020 © Cai Val Comelico

Il legno che rimane a terra perde di valore

Quello che vuole dire Giacomoni è che tutte le realtà coinvolte

«si sono adoperate, anche collaborando tra loro, per dare al legname abbattuto il valore più alto possibile. Una delle criticità più grosse di Vaia è stata infatti quella di aver colpito territori antropizzati, nei quali il legno ha un importante valore per l’economia locale e influisce sulla vita dei residenti. Senza parlare degli ingenti danni paesaggistici e di fruizione del territorio, con ripercussioni sul turismo e sulle funzioni che hanno le foreste sul benessere degli individui».

Il dottore forestale “satino” spiega che più il legno rimane a terra, più è suscettibile alla degenerazione.

«Dopo tre anni la qualità di quello non ancora raccolto è irrimediabilmente calata. Può comunque essere utilizzato, ad esempio per gli imballaggi industriali. Non a caso nella raccolta il legname di maggior pregio ha avuto la precedenza».

Ambiente e selvicoltura naturalistica

Oltre all’aspetto economico c’è però anche quello ambientale e naturale, come evidenzia Gianni Frigo, dottore forestale e componente del Comitato scientifico centrale del Cai.

«La progressiva meccanizzazione delle operazioni forestali ha drasticamente abbattuto i tempi e le spese di esbosco, dimostrandosi nel frangente di Vaia una soluzione ideale dal punto di vista meramente economico. Queste operazioni hanno però danneggiato direttamente o indirettamente in maniera pesantissima i suoli forestali e i delicati equilibri che sovrintendono alla loro efficienza in termini idrogeologici e di fertilità».

Oltre a ciò Frigo aggiunge che in molti casi i mezzi adoperati, come gli harvester (trattori dotati di braccio con seghe e rulli in grado di abbattere, sramare e sezionare i tronchi in modo totalmente meccanico) e i forwarder (veicoli in grado di caricare sul rimorchio i tronchi e trasportarli fino alla strada forestale più vicina attraversando terreni molto accidentati) sono stati utilizzati

«senza il minimo rispetto dei precetti della selvicoltura naturalistica e della sua attenzione alla qualità degli ecosistemi che portano la foresta ad essere in grado di esplicare tutta una serie di servizi. Sono servizi che vanno ben oltre la loro semplice monetizzazione, quali la cattura e la trattenuta di CO2 e di H2O, il ruolo di riserva biogenetica, la funzione paesaggistica, la protezione da valanghe, il riparo fornito alla fauna selvatica, la loro fruibilità per le attività turistiche».

Tronco bostrico

Il tronco di un albero colpito dal bostrico © Etifor

L’azione del bostrico

Una delle cause del peggioramento della qualità del legname ancora schiantato, e della conseguente “fretta” della raccolta, è rappresentata dall’azione del bostrico. Si tratta di un coleottero che si nutre prevalentemente di alberi deboli o morti ma che, grazie alla sovrabbondanza di legname schiantato, ha cominciato ad attaccare le piante sane, causando infestazioni.

«Il bostrico normalmente è presente negli ecosistemi, ma, in occasione di eventi estremi come Vaia, si moltiplica perché trova grandi quantità di legname fragile, adatto alla sua riproduzione. Predilige l’abete rosso, nella cui corteccia scava gallerie dove avviene la riproduzione. Le larve nascono dunque in queste gallerie, che poi abbandonano», spiega Jacopo Giacomoni.

Il problema è che, come accennato sopra, il bostrico, in un contesto a lui particolarmente favorevole, attacca anche gli alberi non abbattuti, “dissertandoli”.

«L’albero muore in piedi, la sua chioma si secca, gli aghi cadono, non consentendo più la fotosintesi. Dopo che il bostrico lo abbandona, la colorazione del legno cambia, assumendo una tonalità bluastra, che fa scendere il suo valore. Il cambio di colore non è direttamente causato dal bostrico, ma dai funghi che lo attaccano dopo che l’azione dell’insetto lo ha reso più fragile e vulnerabile», continua Giacomoni.

I numeri sono già preoccupanti: 7000 ettari di foresta sono già stati infestati e tre milioni di metri cubi di legname sono già stati danneggiati. Etifor stima che nei prossimi cinque anni i metri cubi del legname bostricato supereranno gli 8,7 milioni già abbattuti da Vaia, con danni non solo alla filiera del legno, ma anche all’ambiente, a causa delle milioni di tonnellate di CO2 rilasciate dalle foreste morte.

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Piantumazione di alberi più resilienti in Val di Fiemme © Etifor

Non esiste un’unica soluzione

Quali possono essere le soluzioni? Non ne esiste una unica, tutto dipende da ogni singolo contesto, ma interventi di prevenzione possono essere fatti, come spiega Giacomoni.

«Una soluzione è identificare i nuclei di bostrico e asportare il legname con gli insetti ancora dentro. Non è semplice, sia per i luoghi impervi nei quali si trovano alcuni di questi nuclei, sia perché il cambio di colorazione della corteccia avviene quando il bostrico è già andato via. Quello che si potrebbe fare quindi è tagliare non solo il nucleo già secco, ma anche gli alberi intorno, ancora apparentemente sani, bloccando così le larve in fase di sviluppo. È dentro i loro tronchi infatti che probabilmente il bostrico si è trasferito».

Il bilanciamento tra quello che si dovrebbe fare e quello che può essere effettivamente fatto è però in diversi casi critico. Questo sia per i versanti impervi dove si trovano molte aree secche, sia per il fatto che molte ditte specializzate sono già impegnate in altri cantieri. Lo conferma Gianni Frigo.

«Il recupero delle piante che si trovano ai margini delle chiarie prodotte dall’asportazione degli alberi caduti non sarebbe difficile, ma ormai il cantiere forestale si è spostato su un’altra area e riportarlo indietro per pochi metri cubi non sarebbe conveniente. Più complicato è il caso di nuclei isolati di abeti attaccati e/o deperienti dispersi nella foresta o su qualche ripido costone, dove le macchine non riescono ad arrivare. Qui sarebbe prezioso il lavoro dei nostri boscaioli che potrebbero tornare a lavorare con un taglio a piede d’albero. Ma il prezzo di conferimento del legname così recuperato sarebbe tale da rendere antieconomico l’intervento».

Il componente del Comitato Scientifico Centrale del Cai non reputa comunque “scandaloso” che

«un po’ di legno morto rimanga a terra per trasformarsi in humus e suolo forestale, invece che portare via tutto, magari per “valorizzarlo” in un bruciatore e farlo tornare CO2 in atmosfera. Il riscaldamento globale è infatti già un dato di fatto e la sua mitigazione richiede che di anidride carbonica se ne produca sempre meno e ne venga assorbita sempre di più. E non è utilizzando fustaie di abeti, abbattute da Vaia o dall’uomo, per fare cippato da utilizzare in qualche termovalorizzatore che questo obiettivo verrà raggiunto».

Jacopo Giacomoni cita un’altra opzione, ossia quella di

«piantare foreste più resilienti al bostrico, più resistenti alla sfide della crisi climatica, inserendo piante diverse dall’abete rosso. Ad esempio il larice, oppure altre specie a seconda del contesto».

In questo senso Giacomoni conclude citando la piattaforma “Wow Nature” di Etifor, che «vuole supportare i proprietari forestali a gestire raccolte fondi per interventi di miglioramento forestale».