Appello per la montagna sacra

Un nutrito gruppo di intellettuali, naturalisti, alpinisti e semplici amanti della montagna sta portando avanti il progetto di designare come "montagna sacra" il Monveso di Forzo, a cavallo tra la Val Soana e la Valle di Cogne

Il Monveso di Forzo © Federico Raiser / K3photo

Il simbolo della montagna sacra sembrerebbe appartenere alla visione orientale del creato, che ha spesso immaginato e venerato le cime innevate come dee della fertilità e dispensatrici di acqua e vita. Basta scorrere i nomi locali delle grandi vette himalayane – l’Everest è il Chomolungma (madre dell’Universo), Kangchenjung significa Cinque forzieri della grande neve, Cho Oyu si traduce con Dea Turchese – per comprendere il senso metafisico delle altezze tra Nepal, Tibet e India, ma ci sono casi più espliciti come il famoso Kailash dove l’attività alpinistica è addirittura proibita.

Il Kailash è considerato sacro dall’Induismo perché ospita la dimora di Shiva e dal Buddhismo in quanto centro dell’Universo. I tibetani e gli indiani sono tenuti a compiervi un pellegrinaggio almeno una volta nella vita, con un cammino rituale di oltre cinquanta chilometri che aggira la montagna toccando i monasteri e altri luoghi di meditazione e preghiera. Ma nessuno calpesta la cima.

La montagna sacra è ovviamente presente nella Bibbia dal Monte Sinai di Mosè al monte della Trasfigurazione di Gesù, eppure la nostra idea è assai più sfumata di quella orientale e sulle Alpi la definizione incontra non poche ambiguità: sacri sono gli eremi, i santuari, speciali “monti” come Orta o Varallo, i luoghi insanguinati delle Dolomiti, forse perfino i colli resi tali dal sudore degli uomini, ma le cime non furono mai sacre ai montanari, che nell’antichità le ignoravano, e lo diventarono talvolta per i seguaci della fede cattolica, quando si cominciò a identificarle con dei luoghi di culto coprendole di croci, madonne e altri segni religiosi.

L’esperienza dell’ascesa si carica di significati simbolici

In fondo noi occidentali ignoriamo la vera sacralità della cima, che significa limite e rispetto, ma non di rado, anche in Europa, l’esperienza dell’ascesa si carica di significati simbolici: basta arrampicarsi sulla torre del paese, o meglio su un’altura di collina o montagna, per capire che il mondo della pianura e i relativi riferimenti cambiano proporzioni. Guardandolo dell’alto il grande diventa minuscolo, ciò che era importante passa in secondo piano, le priorità della vita quotidiana svaporano e si confondono via via che si fa il vuoto sotto di sé, fino a dissolversi in una presenza affettuosa ma distante. Succede a chi scala fisicamente la montagna, e soprattutto a chi la sale con lo spirito: non solo i filosofi e gli asceti, ma chiunque si ponga il problema della bellezza, dell’immaterialità, della trascendenza.

Astenersi dalla conquista materiale

E qui sta il punto. Forse è venuto il momento di astenersi dalla conquista materiale, almeno in alcuni luoghi, per ribadire che non siamo i padroni dell’universo. In questo senso l’iniziativa che un nutrito gruppo di intellettuali, naturalisti, alpinisti e semplici amanti della montagna sta portando avanti per i cent’anni del Parco nazionale Gran Paradiso si presenta come una proposta di forte portata simbolica.

Nel nostro tempo così avido di performance e povero di spirito, scrivono i firmatari del progetto (tra cui Alessandro Gogna, Hervé Barmasse, Manolo, Kurt Diemberger, Michele Serra, Silvia Ronchey, Nando Dalla Chiesa, Duccio Canestrini, Paolo Cognetti, Toni Farina, Toni Mingozzi e molti altri), è giunto il momento che almeno su una cima – che è stata identificata con il bellissimo Monveso di Forzo, a cavallo tra la Val Soana e la Valle di Cogne – ci si astenga dalla “conquista” per riscoprire il significato del limite. In pratica ci si fermi più in basso della cima, lasciandola ai giochi del vento e agli altri esseri viventi.

Niente di confessionale, intendiamoci – parliamo di sacralità in senso laico, intesa come rispetto –, e niente di costrittivo: la “montagna sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria. Molto più semplicemente, l’impegno a non calpestare più il Monveso è una scelta culturale, un rito contemporaneo, nella speranza che venga compreso e rispettato dall’intera comunità. Una scelta totalmente libera, per gente un po’ più libera.

Per leggere il manifesto dei promotori, per vedere l’elenco dei sottoscrittori e per aderire, andate alla pagina www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/