“Caveman”, storia del gigante scolpito nell’abisso

Alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, è stato selezionato "Cave Man - Il gigante nascosto", un lungometraggio su Filippo Dobrilla, speleologo e scultore scomparso nel 2019. E su un’opera d’arte realizzata 650 metri sotto terra. Vediamo di cosa si tratta

Film caveman

Il film “Caveman” © DocLab

Caveman – Il gigante nascosto, di Tommaso Landucci, realizzato con la collaborazione di Tullio Bernabei per le riprese in profondità, è un film documentario in cui la storia viene bruscamente cambiata in corso d’opera, in modo improvviso e ineludibile. Il film doveva parlare di un’opera di Filippo Dobrilla, una scultura realizzata a 650 metri di profondità, all’Abisso Saragato, nelle Alpi Apuane. Era, dunque, un’allegoria sulla passione e il tempo, il buio e la luce, su ciò che esiste ed è visibile e su quanto c’è, ma si può solo immaginare. L’improvvisa scomparsa di Dobrilla nel luglio 2019 ha trasformato il film in una testimonianza definitiva, in cui l’assenza e la fine non sono solo una metafora, ma emergono e diventano documento.

Dobrilla casola

Filippo Dobrilla (sx) all’incontro “Nuvole” di Casola Valsenio (2018) © Speleopolis

Una visione profondamente diversa

Ho un personale ricordo di un rilievo, una mappa di grotta realizzata da Dobrilla con tratti secenteschi, più affini a un’illustrazione che ad una pragmatica topografia. Durante l’incontro di speleologia “Nuvole” a Casola Valsenio nel 2018, molti anni dopo, gli chiesi il perché di quel tratto insolito.
«Non mi interessava la precisione della forma, volevo sapere la direzione, dove andava la grotta», rispose Dobrilla, eludendo la domanda. O meglio, rispose nel suo stile, secondo la stessa cifra della sua opera. In modo laterale, proprio di chi vede con uno scarto di spazio e tempo e agisce ed opera di conseguenza. E il “gigante nascosto” nel titolo del film è indubbiamente un’opera frutto di diversa visione, di una distanza cercata e mantenuta. Il marmo, usualmente, per essere scolpito, era, ed è estratto dalla montagna. Dobrilla, invece, ha operato sulla roccia in posto, in profondità e nel buio, cambiando forma alla materia ed anche allo stesso vuoto circostante.

Caveman

Un’altra immagine del film © DocLab

Attraverso i meandri della mente

Il documentario è in programma alla Mostra del Cinema di Venezia, a quella Biennale dove già Filippo Dobrilla aveva esposto nel 2011. Era un’opera ispirata al Tondo Doni, un sarcofago con corpi in rilievo, ma senza testa. Corpi anonimi, imprigionati nel marmo e consegnati al tempo. Cave Man è un racconto complesso, un viaggio all’interno della montagna e della mente, un viaggio che attraversa meandri di forti emozioni ed esperienze. C’è l’arte e c’è la speleologia, portate a sintesi in un’esperienza di vita condotta intensamente, seppur con lo sguardo quasi sempre rivolto a un immaginario sfuggente o nascosto nel buio.