Clima e neve, situazione autunnale e prospettive invernali

Alla fine di uno degli anni più caldi di sempre, la meteorologa Valentina Acordon evidenzia la forte sofferenza dei bacini idrici, l’incertezza delle previsioni per il prossimo inverno e la necessità di una diversificazione dell’offerta turistica della montagna nella stagione fredda

il versante nord del gruppo dell'Orsiera

Il versante nord del gruppo dell’Orsiera a fine ottobre, completamente privo di neve © Daniele Cat Berro

«Dallo scorso mese di dicembre abbiamo registrato nel nostro Paese una netta prevalenza di alta pressione, che ha portato a una forte scarsità di precipitazioni sulle Alpi e nel Mediterraneo. Il clima è stato dunque secco e caldo già dal primo trimestre del 2022 e poi per tutta la primavera, caratterizzata anch’essa dalla quasi assenza di precipitazioni. Siamo dunque arrivati particolarmente esposti alla stagione estiva, che è stata anch’essa più calda e secca del solito, con temperature che non vedevamo dal 2003. Qualche perturbazione si è vista nel mese di settembre e poi, dopo un ottobre ancora siccitoso, all’inizio di novembre».

Per Valentina Acordon, meteorologa previsore della Società meteorologica italiana, è stata dunque la prolungata alta pressione la causa principale dell’«anno più caldo mai registrato in Italia dal 1800», come affermato recentemente da Bernardo Gozzini, direttore del consorzio LaMMA, in base ai dati Cnr-Isac.
In un contesto di alta pressione, continua Acordon, «si sono inoltre inseriti diversi anticicloni di matrice subtropicale che hanno contribuito ad aggiungere alla siccità un aumento delle temperature».
Insomma, attualmente siamo di fronte a un deficit difficilmente colmabile.

«Occorrerebbe una quantità di precipitazioni sopra la media, invece siamo ancora abbondantemente sotto. In questo momento le precipitazioni restano più che altro casi isolati, anche quando sono di forte intensità. Non si è ancora visto il cambio di circolazione che fa entrare in una fase perturbata stabile».

Bacini idrici in forte sofferenza

Come molti lettori sanno, la conseguenza più preoccupante di questa situazione è stata la crisi idrica, con un calo preoccupante della disponibilità di acqua. Valentina Acordon fa l’esempio del Piemonte:

«Secondo gli ultimi dati di Arpa Piemonte, i bacini idrici sono pieni per circa il 30% rispetto al dato di massimo invaso. Una situazione simile la troviamo nel Lago Maggiore e in Lombardia, dove i laghi sono pieni in una quantità che varia tra il 30% e il 50% del massimo invaso».

Per quanto riguarda i piccoli laghi di montagna, è difficile avere un dato certo,

«ma il fatto che siano in sofferenza è una realtà che si può verificare anche a occhio nudo».

Lac de Luseney

Il Lac de Luseney (Vallone di Saint Barthélemy) nell’agosto 2021 (in alto) e nell’agosto 2022 (in basso) © Marzia Verona

La presenza di neve al suolo non sarà più costante

Un’altra conseguenza, ancora più eclatante lo scorso inverno, è la diminuzione della permanenza della neve al suolo, uno degli aspetti che più preoccupa gli appassionati di sci e i gestori dei comprensori.

«Stiamo parlando di uno degli effetti più evidenti della crisi climatica. Negli ultimi anni nevica meno, in quanto, con l’aumento delle temperature, le precipitazioni sono di carattere piovoso anche alle alte quote. Inoltre, sotto i 2000 metri la durata dell’innevamento si è ridotta di circa un mese. La neve si scioglie prima, anche dopo inverni in cui ne è caduta molta. Ciò ha delle conseguenze, sia sullo sci alpino sia sullo scialpinismo».

Acordon evidenzia che, a parte l’ultimo anno, non si registra un segnale di diminuzione altrettanto forte per quanto riguarda la quantità totale di precipitazioni sulle Alpi.

«Lo scenario è più che altro quello di un aumento della loro irregolarità. In futuro avremo parti di inverno perturbate e nevose e altre parti più secche. Non avremo dunque più la garanzia della presenza costante di neve presente al suolo. L’ultimo inverno è stato l’estremo di questo trend, con la siccità che è durata per l’intera stagione».

Il prossimo inverno

Il nostro interesse ricade ora su quello che ci attende il prossimo inverno, il 2022-23. La meteorologa evidenzia che le previsioni a lungo periodo sono generalmente molto instabili e non eccessivamente affidabili.

«Possiamo comunque azzardare, naturalmente con le pinze, che ci dovremmo trovare di fronte a una forte alta pressione che interesserà l’Europa settentrionale, mentre nel bacino del Mediterraneo la situazione dovrebbe essere più depressionaria, specialmente tra dicembre e gennaio. Ciò potrebbe portare a un periodo perturbato favorevole a precipitazioni nevose sulle Alpi in misura maggiore rispetto agli ultimi inverni. Il condizionale è però d’obbligo, gli ultimissimi aggiornamenti hanno limato questo scenario, tagliando fuori l’arco alpino. Possiamo dire che c’è la speranza che tra dicembre e gennaio arrivi più acqua».

Val Susa Rocciamelonte ottobre 2022

Il Rocciamelone (3538 m) sgombro di neve fresca a fine ottobre 2022 © Daniele Cat Berro

Sostenibilità dell’industria dello sci

Questo scenario ci porta a riflettere sull’industria dello sci e ai suoi impatti, con un previsto grosso utilizzo dell’innevamento artificiale e i conseguenti elevatissimi consumi idrici. Premettendo che non è compito degli studiosi del clima commentare su questo ambito specifico, Valentina Acordon è del parere che tale contesto climatico

«rende lampanti le criticità di una pratica come lo sci alpino. Un contesto che peraltro tenderà a un peggioramento nel prossimo futuro. Alla carenza delle precipitazioni e alle alte temperature si aggiungono, tra l’altro, gli aumentati costi dell’energia».

Di contro, la meteorologa specifica che il prelievo idrico per l’innevamento artificiale avviene solitamente in un periodo dell’anno in cui diminuisce il fabbisogno di acqua per usi agricoli.

«Questa però è una consolazione molto parziale: se non dovesse nevicare neanche il prossimo inverno, ci troveremmo davanti a una questione anche morale relativamente al consumo di un bene primario come l’acqua per innevare le piste da sci».

Diversificare e destagionalizzare l’offerta turistica

La necessità, «e non solo da quest’anno», di una profonda riflessione sui limiti attuali di una pratica che ha bisogno di freddo e neve è impellente.

«Bisogna adattarsi a un clima differente, che sarà ancora più differente nel prossimo futuro. Puntare tutta l’offerta turistica della montagna sullo sci alpino e sulle altre attività legate alla neve è sbagliato. Bisogna diversificare, allargando l’offerta a tutto il resto dell’anno. Quello che si perde in inverno può essere guadagnato in altre stagioni. E non parlo solo del periodo estivo, ma anche delle stagioni intermedie, quando le temperature più miti possono favorire la frequentazione della montagna. L’offerta turistica dovrebbe guardare a tutto l’anno».