I ramponi, le 10 punte che hanno cambiato l'alpinismo

La storia di un'invenzione che ha messo fine all'era dei gradini scavati nel ghiaccio, sfidando l'etica alpinistica dell'epoca. Da allora si è fatto strada a un nuovo modo di affrontare le grandi pareti di neve e ghiaccio.

Nel 1879, l'alpinista Baptist Minnigerode, insieme alle guide alpine Alois Pinggera e Peter Reinstadler, compì una storica ascensione sulla parete nord del Gran Zebrù (Königsspitze), intagliando nel ghiaccio circa 1.500 gradini lungo oltre 650 metri di dislivello.

L'anno successivo, nel 1880, Albert Frederick Mummery, tentando la salita del Dente del Gigante, si trovò di fronte a una placca di granito troppo liscia per essere superata con i mezzi dell'epoca. Il suo verdetto rimase celebre: “Absolutely inaccessible by fair means”, ovvero assolutamente inaccessibile con mezzi leali.

Due episodi soltanto, ma sufficienti a raccontare l'alpinismo di fine Ottocento. Da una parte interminabili ore trascorse a scavare gradini nel ghiaccio per conquistare una montagna; dall'altra l'idea, profondamente radicata soprattutto nell'ambiente britannico, che alcune difficoltà non dovessero essere superate ricorrendo a mezzi considerati "artificiali". Fu proprio in questo contesto, sospeso tra necessità tecnica, rigore etico e diffidenza verso l'innovazione, che nacque il rampone moderno.

Quando comparve, poco meno di trent'anni dopo, non fu soltanto un nuovo attrezzo. Fu una piccola rivoluzione. Permise una progressione più rapida e sicura sul ghiaccio, rese accessibili pendii prima impensabili e trasformò il modo stesso di muoversi in montagna. Con esso cambiò anche la piccozza, che da lungo bastone d'appoggio iniziò progressivamente ad accorciarsi. In quelle punte d'acciaio si celava un'idea destinata a modificare per sempre la storia dell'alpinismo.

Eckenstein e le dieci punte

Courmayeur, 1908-1909. Oscar Eckenstein, ingegnere e alpinista britannico di origini ebraiche, figlio di immigrati tedeschi, non aveva l'aspetto del rivoluzionario destinato a cambiare per sempre l'alpinismo. Eccentrico nei modi e nell'abbigliamento, era una figura che suscitava più curiosità che ammirazione. Eppure, fu proprio lui a presentarsi nella bottega di Henri Grivel, fabbro e costruttore di attrezzi agricoli di Courmayeur, portando con sé il disegno di un nuovo attrezzo destinato a trasformare il modo di muoversi sul ghiaccio.

Eckenstein aveva compreso che un buon rampone doveva unire resistenza, leggerezza, semplicità costruttiva, perfetta aderenza allo scarpone e una corretta disposizione delle punte. Il risultato fu un rampone a dieci punte, dal peso di circa un chilogrammo e mezzo, robusto e funzionale, progettato per garantire una presa sicura sul ghiaccio e una progressione decisamente più rapida rispetto alla tradizionale tecnica dell'intaglio dei gradini.

Il modello non era ancora regolabile e doveva essere adattato a ogni singolo scarpone. Secondo una tradizione mai del tutto verificata, Grivel avrebbe realizzato il primo prototipo utilizzando un vecchio spezzone di rotaia ferroviaria anziché ferro nuovo, forse perché non completamente convinto della validità dell'invenzione. Eckenstein curò anche il sistema di fissaggio, prevedendo robusti anelli metallici ai quali assicurare cinghie in pelle e cordini di canapa, riducendo il rischio di perdere il rampone durante la progressione.

Un’invenzione che fa presa

L'evoluzione fu rapida. Nel 1910 Laurent Grivel aggiunse due punte anteriori, portando il numero complessivo a dodici. Successivamente, nel 1932, introdusse quella che fu forse l'innovazione più importante nella storia del rampone: piegò in avanti di circa 45° le due punte frontali. Questa modifica rese possibili affrontare pendii sempre più ripidi adottando una tecnica completamente nuova. Nonostante le iniziali resistenze, i ramponi a dodici punte trovarono presto applicazione sulle grandi pareti nord delle Alpi e furono utilizzati con successo dagli alpinisti tedeschi sulla parete nord dell'Eiger.

La filosofia di Eckenstein emerge chiaramente nell'articolo Über Steigeisentechnik ("Sulla tecnica dei ramponi"), pubblicato nel 1908 sul bollettino del Club Alpino Austriaco. Il concetto era semplice ma rivoluzionario: la chiave dell'arrampicata su ghiaccio non consiste nel scavare gradini, ma nel possedere una tecnica efficace e utilizzare ramponi ben progettati. Con questa intuizione Eckenstein non inventò soltanto un attrezzo, ma contribuì a inaugurare una nuova era dell'alpinismo.

Il controcanto britannico

Alla base dell'etica alpinistica britannica vi era l'idea che la montagna dovesse essere affrontata senza alterarne le difficoltà naturali. Gli "aiuti artificiali" erano guardati con sospetto, uno “stupro” scriveva George Mllory: alcuni venivano tollerati, altri rifiutati, in un confine spesso mutevole tra ciò che era considerato lecito e ciò che non lo era.

Nel progetto di Oscar Eckenstein non risiedeva solamente un nuovo attrezzo. In quelle dieci punte era racchiusa una vera e propria visione dell’alpinismo destinata a entrare in conflitto con l’etica dominante dell’epoca. Proprio l’Inghilterra, patria di Eckenstein e culla dell’alpinismo moderno, era infatti anche il luogo in cui si era sviluppata una rigorosa concezione del fair play applicata alla montagna.

Per gli alpinisti britannici una salita non doveva essere giudicata soltanto dal risultato finale, ma soprattutto dal modo in cui veniva compiuta. Le parole chiave erano leale, giusto, equo. La montagna doveva mantenere una sorta di “possibilità sportiva” e l’alpinista era chiamato a misurarsi con le sue difficoltà senza ricorrere a espedienti considerati eccessivamente artificiali.

In questo clima si sviluppò una vera e propria distinzione morale tra strumenti ritenuti accettabili e altri considerati invece contrari allo spirito dell’alpinismo. La corda, la piccozza e gli scarponi chiodati erano generalmente tollerati; più controversi risultavano invece tutti quegli strumenti capaci di modificare sensibilmente il rapporto tra uomo e montagna, ramponi su tutti. Non sorprende quindi che nell’Alpine Journal del 1880 si potesse leggere, con tono polemico, che “lanciare una corda lungo le cime rocciose è unanimemente condannato, e ramponi, catene e ganci da arrampicata sono invenzioni del diavolo”.

Dietro a queste affermazioni non vi era soltanto una diffidenza verso la tecnologia, ma il timore che gli strumenti consentissero a chiunque di raggiungere luoghi che fino ad allora erano riservati ai migliori. Come scrivevano alcuni alpinisti britannici, era preferibile rinunciare alla vetta piuttosto che conquistarla con mezzi ritenuti “scorretti”. L’alpinismo diventava così un esercizio di autocontrollo e disciplina, quasi una forma di ascetismo volontario, in cui il valore dell’impresa dipendeva anche dai limiti che l’alpinista sceglieva di imporsi.

Passo dopo passo

È proprio in questo contesto che si comprende la portata dell'intuizione di Eckenstein. Le sue dieci punte non introdussero soltanto un nuovo attrezzo, ma un modo diverso di concepire la progressione in montagna. In un'epoca in cui l'alpinismo misurava il valore dell'impresa anche attraverso la rinuncia agli ausili tecnici, il rampone dimostrò che innovazione e spirito alpinistico non erano necessariamente in contrasto. Da allora la sfida non fu più quella di vincere la montagna a colpi di piccozza, scavando migliaia di gradini, ma di percorrerla con maggiore efficienza, sicurezza e consapevolezza. È in questo passaggio che si può riconoscere una delle svolte decisive dell'alpinismo moderno.