Connor Herson in Valle dell'Orco © Federica Zambon, Aica Studio
Connor Herson su Greenspit in Valle dell'Orco © Federica Zambon, Aica Studio
Connor ha stabilito FA e ripetizioni di vie trad fuori dal comune © Caroline Ciavaldini
Per Connor Herson il Valle Orco Climbing Festival è stata un'occasione per mettersi alla prova sul trad italiano © Caroline CiavaldiniDi Connor Herson abbiamo già avuto modo di parlare in diverse occasioni, come dopo l’apertura della via trad Drifter’s Escape a Squamish, per la quale ha proposto il grado di 9a+, la prima libera della Triple Direct in Yosemite e la recentissima salita onsight di Greenspit in Valle dell’Orco.
Giovanissimo talento americano (classe 2003), Connor Herson sembra dotato di quel dono per cui “non ne sbaglia una”. Prendendo spunto dalle sue recenti prestazioni, lo abbiamo contattato per saperne di più su come vive l’arrampicata trad, le first ascent e le ripetizioni delle vie trad più dure al mondo.
Greenspit e dintorni
Partiamo da Greenspit: com’è nato il progetto su questa via così lontana – dal punto di vista geografico – da te?
Tutto è nato nel momento in cui un mio sponsor mi ha invitato a partecipare al Valle Orco Climbing Festival: mi sono sentito onorato ed entusiasta all’idea di poter scoprire quella che per me è una nuova area. Ed ero perfettamente consapevole del fatto che questa sarebbe stata l’occasione perfetta per provare Greenspit a-vista o flash. L’ho sognata per anni.
Quanta pressione avevi addosso sapendo che, volendo salirla in questa modalità, avevi solo “un giro buono”?
Per quanto mi riguarda, vivo una specie di paradosso quando scelgo di salire una via a-vista o flash. Infatti succede sempre che arrampico meglio quando non sento pressioni o aspettative, quando riesco a prendermi in giro pensando che il tentativo che sto facendo non sia poi così importante. Ma, allo stesso tempo, quando l’obiettivo è fare una salita flash o on-sight, quel primo giro sulla via è decisivo. Non c’è modo di evitare la pressione. Non è un caso se tutte le mie salite flash o on-sight sono arrivate del tutto inaspettate, su vie che non avrei mai immaginato di salire al mio primo tentativo. Nella maggior parte dei casi, quando mi tengo una via per un tentativo a vista o flash, mi ritrovo a sbagliare e a fare degli errori che avrei potuto evitare.
“Non è un caso se tutte le mie salite flash o on-sight sono arrivate del tutto inaspettate, su vie che non avrei mai immaginato di salire al mio primo tentativo”. Connor Herson
Nel caso di Greenspit, era da parecchio tempo che pensavo che sarebbe stata la candidata giusta per farci un tentativo onsight. Le cose però non sono andate proprio come le avevo previste perché, appena arrivato in Valle dell’Orco, non sono stato bene e in quei giorni mi sentivo a pezzi. In più chiunque incontrassi mi chiedeva se avrei fatto un giro sulla via, e sentivo la pressione salire sempre di più. Ho dubitato fino all’ultimo per diversi motivi, ma alla fine ho pensato che sarebbe stato un peccato non provarci solo perché avevo paura di non farcela.
Cosa ci racconti di questa salita?
Posso dirti che ci sono stati due momenti molto intensi sulla via, che ricordo in modo particolarmente nitido: il primo è stato a circa a metà della fessura, quando mi sono reso conto che ero davvero lì, su quella via che desideravo salire da anni. La mia bolla di concentrazione si è incrinata un po' e non ho potuto fare a meno di sorridere prima di ripartire per la seconda metà, più difficile.
Il secondo momento di lucidità è arrivato nel passaggio chiave per la libera, proprio alla fine del tetto. Non so come sia finito in quella posizione, ma avevo le mani incrociate e ho dovuto sistemare la destra, passando da un incastro di mano a una tacca. I miei avambracci, ancora affaticati dall’influenza, si rifiutavano di spingere e ho sentito la mano destra sulla tacca che iniziava ad aprirsi. Per un attimo ho pensato che stessi per cadere, ma ho in qualche modo ho raggiunto con la sinistra l'incastro di dita successivo e, un secondo dopo mi stavo guardando intorno chiedendomi come facessi a essere ancora attaccato alla parete.
“I miei avambracci, ancora affaticati dall’influenza, si rifiutavano di spingere e ho sentito la mano destra sulla tacca che iniziava ad aprirsi”.
È raro che ricordi così poco di una salita. Quella dimensione mentale in cui mi sono trovato era quasi certamente proprio ciò di cui avevo bisogno in una situazione con una pressione così alta: vorrei avere una formula per trovarla ogni volta che provo un progetto. D'altra parte, forse la natura sfuggente di questo stato di flow è proprio ciò che lo rende così speciale. Forse se potessi raggiungerlo ogni volta che mi faccio il nodo e parto su una via, smetterebbe di essere così efficace, così significativo.
Under pressure
A volte passare molto tempo su una via può portare all’effetto opposto, cioè sentire sempre più pressione addosso a ogni caduta. Per te come funziona?
È un aspetto su cui anche io fatico ogni tanto. Di base preferisco iniziare a fare i tentativi buoni dal basso subito dopo aver imparato i singoli. Questo mi permette di alleggerire la pressione che comporta lo scalare da primo e fare “quel salto”, soprattutto su vie impegnative a livello psicologico. È anche vero, però, che lavorarsi i movimenti e le sequenze con calma è una scelta tattica che ripaga quando si tratta di assimilare movimenti fisici, in modo da economizzarli al meglio.
In arrampicata sportiva, il fallimento è in qualche modo parte del gioco. Ma, quando ci si trova alle prese con vie trad estreme, il discorso cambia. Come gestisci la tua percezione della paura, quando non hai molto margine di controllo?
Personalmente cerco di non trovarmi in situazioni in cui è vietato cadere. Di solito quando scelgo una via trad, evito quelle più pericolose, o dove i rischi sarebbero troppo alti. Naturalmente anch’io mi spavento: ma spesso queste situazioni comporterebbero una caduta lunga, sicuramente non piacevole, ma tutto sommato sicura. Quando sento che si tratta di una paura emotiva, e non di una paura razionale, mi obbligo a fronteggiarla, provando una via dove so che molto probabilmente cadrò. In un certo senso, quando provo vie molto difficili, diventa anche più facile avere fiducia nelle protezioni trad un po’ dubbie: se sto provando un movimento al limite sono talmente concentrato nell’arrampicata che non riesco a pensare alla caduta.
“Quando sento che si tratta di una paura emotiva, e non di una paura razionale, mi obbligo a fronteggiarla”
L’arrampicata trad rimane uno degli stili di arrampicata più impegnativi di tutti dal punto di vista mentale. Come influisce questo aspetto – ancora più evidente quando si provano vie nuove - quando devi stabilire un grado per una prima salita?
Cerco di attribuire i gradi basandomi esclusivamente sulla difficoltà fisica, ma a volte è veramente difficile separare questi due aspetti. Quando sono molto teso, tendo a stringere di più le prese o ad avere bisogno di più tempo per piazzare le protezioni, tutti fattori che fanno aumentare il senso di stanchezza. Ma alla fine cerco di impegnarmi al massimo per dare rilevanza solo alla difficoltà fisica.
Inseguendo la dreamline
Per te quali sono gli ingredienti chiave per decidere se un progetto può essere una dreamline?
È un insieme di fattori. Innanzitutto per me contano l’estetica e la storia della linea. Mi piace anche considerare la bellezza e la particolarità dei movimenti, così come la possibilità di poterla provare con degli amici. Infine penso a in quale modo la via mi stia sfidando. Mi porta ad affrontare un mio specifico punto debole, o è una via dove posso sfruttare i miei punti di forza? Ha uno stile specifico o un mix di stili diversi? Nessuno di questi fattori, preso singolarmente, mi porta a decidere se vale la pena dedicarmi a un progetto o meno, ma insieme possono aiutarmi a trovare la motivazione o ad attirarmi verso una via specifica.